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Editoriali Il motore di ricerca non è più neutrale: da oggi l’ISP è responsabile

Editoriali Pubblicato il 14 maggio 2014

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> Editoriali Pubblicato il 14 maggio 2014

Google è proprietario dei dati degli utenti e deve garantire loro il diritto all’oblio.

I cittadini europei hanno il diritto di essere dimenticati dal Grande Fratello Web. Poco importa se le informazioni che li riguardano, prese dai giornali, erano all’epoca vere e corrette, e neppure rileva se quelle informazioni hanno ancora un “interesse giornalistico”.

Google non può espandere all’infinito nello spazio e nel tempo la vita di 500 milioni di abitanti del Vecchio Continente, nascondendosi dietro un ruolo ideale (la web democrazia) o formale (fornitore “neutro” di servizi di rete).

La decisione di ieri della Corte Ue [1], promossa da un avvocato spagnolo rimasto impigliato in una procedura immobiliare di 16 anni fa – e tra l’altro ampiamente risolta senza macchia – segna uno spartiacque nel diritto della Rete. L’avvocato ha vinto la sua battaglia contro il motore di ricerca più famoso, che dovrà cancellare quella lontana vicenda dalla storia digitale universale (leggi “Rivoluzione nel diritto all’oblio“)

La sentenza affronta in un colpo solo tre temi di capitale importanza, tra l’altro ribaltando le conclusioni dello stesso avvocato generale della Ue (il “Pm”) depositate nel giugno scorso.

La prima questione è sul “trattamento dei dati personali”.

Google ha sempre sostenuto che, indicizzando in modo automatico e pubblicando in ordine di “successo” i link pubblicati sul web (nel caso specifico, i piccoli guai passeggeri dell’avvocato Gonzalez), non compie alcuna attività di «trattamento» (che impone degli obblighi, come accade per esempio per i giornali), ma solo una «indicizzazione automatica» con memorizzazione e messa a disposizione del pubblico. In sostanza, un fornitore di servizi neutrale. La Corte Ue ha attaccato questo principio, a cui peraltro è ancorata anche la nostra Cassazione: quello che fa Google, scrive la Grande Sezione del Lussemburgo, è un vero e proprio «trattamento» quando riguarda i dati sensibili delle persone (e quelli giudiziari rientrano tra questi). Ma mentre i giornali hanno il diritto/dovere di conservare questa memoria (e di aggiornarla, però), un motore universale non può e non deve fare altro che cancellare, a richiesta di parte.

Il diritto all’oblio digitale non è però assoluto, perché non tutti i cittadini “indicizzati” da Google sono uguali. Il discrimine sta nel bilanciamento tra i diritti della persona (privacy, oblio), quelli del pubblico di internet a ricevere informazione e a ritrovarla, e infine l’«interesse economico» di Google stesso. Si tratta, come si vede, di una valutazione molto delicata e che comunque, dice la Corte Ue, deve essere orientata fondamentalmente dal “ruolo” più o meno pubblico rivestito dalla persona che invoca la privacy. In sostanza, se al posto dell’avvocato Gonzalez ci fosse stato l’erede al trono o il premier iberico, probabilmente quella lontana e insignificante esecizione immobiliare sarebbe rimasta fissata nella memoria digitale globale.

Tema numero due. A chi deve essere rivolta la domanda di cancellazione? Ai siti sorgente (p.es. i giornali), come dice la nostra Cassazione e come vorrebbe Google? O invece all’indicizzatore? Secondo la Corte Ue deve intervenire proprio chi ha “messo in fila” i dati della persona, violandone i diritti. Perché un conto è cercare informazioni attraverso la giungla di siti, con tutte le difficoltà e le incertezze che ne derivano, un altro è trovarseli già costruiti e pronti all’uso. E quindi il nuovo principio è: chi ha «creato» quell’immagine della persona ha il dovere di cancellarla. Cioè Google.

Non meno importante l’ultimo totem che i giudici del Lussemburgo hanno deciso di attaccare. Google si è sempre difesa, spesso con successo, sostenendo che la società ha sede negli Usa (Google Inc), perciò risponde a e soddisfa quella legislazione, e che semmai ricade sotto la giurisdizione americana. La Corte invece ha deciso che la presenza in Spagna di una società collegata (Google Spain) basta a considerare il colosso «basato» in quel Paese con una «stabile organizzazione». Secondo Google si tratta di una semplice società di servizi pubblicitari, eccezione a cui i giudici Ue ribattono che proprio questo la lega a doppio filo al business della «profilazione» dei cittadini spagnoli.

La reazione di Mountain View non si è fatta attendere: «È una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale. Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall’opinione espressa dall’avvocato generale Ue e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni», ha detto un portavoce. Di «vittoria» parla invece la commissaria Ue alla Giustizia, Viviane Reding: «Le società ora non potranno più nascondersi dietro i loro server in California o altrove» ha scritto la Reading, sul suo account Facebook.

Una vera rivoluzione copernicana

È una vera rivoluzione copernicana quella che sembra emergere dalla sentenza con la quale la Corte di giustizia ha definito la controversia fra Google e l’Agenzia spagnola per la protezione dei dati. Causa per la quale anche il Garante italiano aveva fornito elementi, poi posti alla base della costituzione in giudizio del nostro Governo a fianco degli spagnoli.

Una rivoluzione, che lascia ancora aperti diversi interrogativi sulla sua concreta implementazione, ma che certamente fa intravedere nuove frontiere per la tutela dei diritti delle persone sul web e, forse, nuovi spazi per la costruzione di un rapporto più egualitario fra i produttori di contenuti di siti web anche giornalistici e coloro che, come Google, ne facilitano il raggiungimento da parte degli utenti. Sullo sfondo, anche un’importante riacquisizione di sovranità da parte degli Stati europei e delle Autorità di protezione dati, di fronte ai quali sarà più difficile, per i giganti del web, invocare una sorta di immunità dalle regole.

Fino a oggi, questi grandi segugi della rete erano stati considerati sostanzialmente neutrali rispetto ai contenuti evidenziati nei risultati delle ricerche, facendo ricadere ogni responsabilità sui siti web da essi indicizzati e indirizzando verso questi ultimi le eventuali richieste di oscuramento provenienti dagli interessati. D’ora in poi, invece, potranno essere chiamati in causa direttamente anche gli stessi motori di ricerca, resi pienamente responsabili dei risultati da loro evidenziati.

Tutto questo, perché i motori di ricerca non sono macchine impersonali, mosse da algoritmi imparziali, e per questo autorizzate a raccogliere, classificare e pubblicare liberamente ogni contenuto presente sulla Rete. Sono, invece, soggetti che – analogamente ad esempio agli editori delle pagine web – devono farsi carico delle operazioni che compiono e delle conseguenze che possono comportare sulla vita delle persone.

È proprio la loro straordinaria capacità di scandagliare continuamente il web – trovando, organizzando ed aggregando le infinite informazioni presenti – a rendere preziosi i motori di ricerca per chiunque cerchi un’informazione sulla Rete. Ed è tale caratteristica a renderli, di fatto, la porta di accesso quasi esclusiva al web e, quindi, a dare loro la possibilità di costruire le proprie fortune economiche, grazie agli account sponsorizzati. Ma è questa stessa modalità di azione a poter mettere a rischio la vita privata delle persone, combinando e facendo emergere, per ciascuno, legami e associazioni con fatti e vicende che altrimenti resterebbero relegate in un angolo del web.

Ecco allora perché – dicono i giudici di Lussemburgo – i motori di ricerca vanno considerati come titolari autonomi del trattamento, devono quindi rispettare la normativa sulla protezione dei dati personali e rispondere alle richieste degli interessati. Da oggi, ciascuno potrà quindi rivolgersi direttamente ai gestori dei motori di ricerca per chiedere, se ve ne sono i presupposti, che il suo nome non compaia associato a determinate informazioni raccolte in Rete. E questo, in alcuni casi, potrà accadere anche indipendentemente dal fatto che le stesse informazioni siano effettivamente ancora reperibili online. Per i motori di ricerca e per tutti noi si apre, dunque, una nuova sfida verso il riconoscimento di una più piena e consapevole cittadinanza digitale. (Giuseppe Busia, Segretario generale del Garante Privacy. Da Sole24Ore).

note

[1] C. Giust. UE causa C-131/12

Fonte: Sole24Ore

Autore immagine: 123rf.com


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