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Danno parentale a fratello non convivente: quando spetta? 

26 Giugno 2021 | Autore:
Danno parentale a fratello non convivente: quando spetta? 

Il risarcimento della sofferenza morale per la perdita del congiunto è riconosciuto in base alla profondità del legame affettivo; anche un anziano ne ha diritto. 

Un incidente stradale, o un episodio di malasanità, possono comportare la morte o l’invalidità permanente di un parente caro. Quando questi tristi eventi accadono, il risarcimento viene riconosciuto non solo ai familiari più stretti, come il coniuge, i figli ed i genitori, ma in alcuni casi anche ad altri parenti che avevano un legame affettivo stretto con la vittima. La giurisprudenza più recente ammette tranquillamente, ad esempio, il ristoro dei danni subiti dai nipoti per la morte del nonno o dello zio. Ma cosa succede per il danno parentale a fratello non convivente? Quando spetta? 

I casi che possono verificarsi sono molto diversi tra loro: la persona deceduta può lasciare fratelli e sorelle di giovane età, anche bambini, e in tal caso è più frequente che vi sia una coabitazione nella stessa casa familiare che rende più facile il riconoscimento del danno. I problemi maggiori sorgono quando i fratelli e le sorelle sono adulti e vivono separatamente l’uno dagli altri, ciascuno con la propria famiglia o comunque in modo autonomo e indipendente. Talvolta le vittime sono persone anziane, che lasciano superstiti fratelli e sorelle anch’essi avanti negli anni. 

La buona notizia è che questi fattori non contano molto ai fini della spettanza del risarcimento del danno parentale al fratello non convivente. Una nuova sentenza della Corte di Cassazione [1] ha affermato che non rileva neppure l’età avanzata ed il pregresso stato precario di salute della vittima: il danno morale per la perdita del congiunto sussiste comunque, a condizione che vi fossero rapporti profondi e costanti di affetto reciproco. Questi elementi vanno dimostrati da chi richiede il risarcimento.  

Danno parentale: cos’è 

Il danno parentale è un particolare tipo di danno morale e consiste nella sofferenza interiore provocata dal decesso di un familiare. È un danno tipicamente non patrimoniale, poiché la lesione risarcibile è riconducibile alla perdita irrimediabile della relazione affettiva preesistente tra il defunto e i suoi parenti.  

Il “prezzo” di questo dolore non è immediatamente quantificabile in termini monetari, ma richiede un accertamento della durata e dell’intensità del legame interpersonale che sussisteva tra la vittima ed i superstiti. Inoltre, la rottura della relazione affettiva può essere improvvisa, come quando il decesso avviene subito dopo un violento incidente stradale, oppure graduale e progressiva, se la morte consegue ad una lunga malattia che ha comportato ricoveri e cure. 

Danno parentale: a chi spetta 

Oltre ai familiari stretti e conviventi, per i quali il riconoscimento del danno parentale è pacifico, la giurisprudenza riconosce ormai da tempo il risarcimento ai nipoti in caso di morte del nonno, o di morte dello zio.  

È importante notare che in entrambe queste ipotesi non è necessaria la convivenza, purché vi sia stato un intenso rapporto affettivo e di solidarietà tra il defunto e questi suoi parenti meno prossimi. Solo così si può ritenere che la perdita del congiunto abbia provocato il patema d’animo risarcibile, che, come hai visto, non dipende tanto dal grado di parentela, quanto dal legame relazionale instaurato e mantenuto nel corso del tempo con la vittima prima della sua scomparsa. 

Danno parentale: come va provato 

La prova del legame affettivo instaurato nel corso del tempo tra la persona scomparsa ed i suoi parenti cari è presuntiva: per ottenere il risarcimento del danno parentale occorre fornire degli indicatori ragionevoli e concreti, dai quali sia possibile desumere la sua intensità e profondità.  

Siccome la sofferenza interiore non è direttamente misurabile, la dimostrazione del danno parentale avviene necessariamente in via indiretta, cioè si basa su elementi oggettivi e circostanze percepibili dall’esterno, come un assiduo rapporto di frequentazione, contatti o visite reciproche tra la vittima e i suoi parenti non conviventi, momenti di vita trascorsi insieme, frequenti telefonate o scambi di messaggi. 

La coabitazione nella stessa casa non è, invece, indispensabile (anche se, quando c’è, facilita notevolmente la prova del danno parentale), in quanto è ben possibile intrattenere un rapporto affettivo profondo anche a distanza: per approfondire questi aspetti, leggi l’articolo “Danno parentale: come si dimostra?“. 

Danno parentale a fratello non convivente: è riconosciuto? 

I fratelli e le sorelle non conviventi con la vittima sono definiti dalla giurisprudenza come «danneggiati secondari» rispetto ai parenti più prossimi, come il coniuge e gli ascendenti o i discendenti in linea retta (cioè i genitori ed i figli).  Ciò però non significa che essi siano danneggiati “di serie B” o che il risarcimento possa essergli negato: tutto dipende dalla effettività e consistenza della relazione affettiva.

Nell’ultimo caso deciso dalla Cassazione [1], il risarcimento del danno parentale è stato riconosciuto ad un anziano fratello non convivente con la sorella quasi settantenne, deceduta, dopo una lunga malattia, per un fatale errore dei sanitari curanti che le avevano somministrato un medicinale sbagliato dopo un intervento chirurgico di rottura del femore.  

L’uomo e la donna non vivevano più insieme da moltissimi anni, ma ciò non ha influito sul riconoscimento del danno parentale: i giudici di piazza Cavour hanno osservato che il danneggiato è riuscito a provare di aver mantenuto «rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà», ed entrambi, nonostante la distanza fisica delle rispettive abitazioni, potevano contare sull’«essenziale aspetto di cura, amore e assistenza morale».  Per la Suprema Corte, neppure il fatto che la vittima fosse già gravemente ammalata ed invalida prima del fatto illecito commesso dai sanitari rappresenta una circostanza tale da poter ridurre l’ammontare del danno risarcibile: gli Ermellini sostengono che le patologie preesistenti non attenuano il «legame emozionale» con i parenti.  

Per informazioni sulla quantificazione e liquidazione del danno parentale risarcibile in favore dei congiunti leggi “Danno parentale: come si calcola?“.



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