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Perché i prezzi stanno aumentando?

27 Giugno 2021
Perché i prezzi stanno aumentando?

Il nuovo pericolo di una crisi economica su scala globale preoccupa tutti i Paesi occidentali. Ecco spiegata la nuova crisi economica con parole semplici.

Dopo aver affrontato il Covid, ecco un rischio nuovo di zecca che inizia a preoccupare tutti i più grossi analisti dei Paesi occidentali. Questo problema è legato all’aumento dei prezzi che, in determinati Paesi, è già in atto. Gli esperti lo chiamano inflazione. Ma perché i prezzi stanno aumentando e come mai ora dobbiamo avere molta paura di questo effetto? Cerchiamo di spiegarlo con parole semplici.

Non sempre l’inflazione è un male: di solito, all’aumento dell’inflazione corrisponde un aumento della produzione e, quindi, della domanda. Vuol dire che la gente compra di più. Del resto, le aziende producono solo se vendono. E questo è un fatto positivo per l’economia: se l’inflazione rimane contenuta, infatti, e non sale tanto da svalutare il valore dei soldi che abbiamo lasciato in banca, l’aumento della produzione non può che far piacere a tutti: significa che le aziende assumono, che pagano più stipendi, che c’è più gente che lavora e che quindi paga anche più tasse. Insomma, tutto ciò mette in circolo l’economia di uno Stato.

Il problema è però quando aumentano i prezzi ma l’economia non viaggia alla stessa velocità o addirittura sta ferma, “stagna” per dirla con parole tecniche. Ed è ciò che sta succedendo oggi. La chiamano “inflazione fredda” o – con un nome molto più difficile da pronunciare e da ricordare – “stagflazione”. Tradotto in parole semplici significa: una crescita economica in stallo e un’inflazione invece in ascesa. 

Immaginate di essere disoccupati e che, sul più bello, il prezzo del pane e dell’acqua inizino a crescere. Se siete già poveri, in qualche giorno sarete ancora più poveri e non potrete più comprarvi ciò che vi serve per sopravvivere.

Ebbene, il virus sta per creare proprio questo. Qualcuno parla di una crisi ancora più violenta di quella collegata alla Lehman Brothers.

La ragione è molto semplice. 

L’economia riparte tutta in una volta, ma non è un bene

Immaginate di aver lasciato un’auto chiusa in garage per un inverno intero. Parliamo di un’auto non proprio nuova fiammante, ma di un mezzo che periodicamente ha bisogno del meccanico per mettersi in moto. Ebbene, se non la usate da molto tempo, quell’auto non partirà facilmente; avrete magari bisogno di una nuova batteria o di un’officina. O dovrete addirittura buttare l’auto.

La nostra economia di oggi è pressappoco così. Sta ripartendo ma dopo un lungo periodo che è rimasta nel garage. È come un’economia che esce fuori da una guerra. Così gli ingranaggi sono tutti ingolfati e non è detto che funzionino nello stesso modo in cui li abbiamo lasciati. Anzi.

Sono aumentati i prezzi delle materie prime e questo fa crescere i prezzi della produzione e, di conseguenza, anche quelli al consumo. Se per fabbricare un telefono prima servivano 200 euro, ora ne servono 300. Inutile che vi dica che, una cosa del genere, rende tutti più poveri.

Perché aumentano i prezzi delle materie prime?

Perché aumentano i prezzi delle materie prime? Innanzitutto, perché c’è una richiesta massiccia, confluita tutta in una volta: richiesta che le aziende non sono in grado di gestire con le risorse attuali. Torniamo a fare un esempio. Se nel vostro ristorante non viene mai gente e siete costretti a licenziare i camerieri, ma tutto ad un tratto arrivano 400 persone che fate? Aumentate i prezzi per contenere la domanda e massimizzare i vostri utili. 

Ecco, le materie prime stanno segnando la stessa impennata: dinanzi a questa immediata e massiccia domanda, i produttori hanno alzato i prezzi, non potendovi far fronte con regolarità come prima facevano. 

La materia prima costa di più anche perché le aziende che la producono o la estraggono stanno affrontando dei problemi nuovi: problemi legati alla riduzione del personale e all’aumento dei costi di trasporto.  

Perché l’aumento dei prezzi delle materie prime è dannoso?

Ora viene il secondo passaggio. Che fa il produttore che compra a un prezzo maggiore? Dovrà traslare l’aumento dei costi sul cliente e, quindi, aumenterà anche lui i prezzi. Ed ecco che tutto ciò, alla fine della catena produttiva, si riversa sui consumatori, ossia coloro che comprano i beni o i servizi. E qui arriva il bello, anzi il brutto, anzi il bruttissimo… La gente non è più in grado di comprare come faceva prima per la banale considerazione che il lavoro si è ridotto, non ci sono più i soldi di prima o comunque c’è molto timore di spendere.

Tutto questo quindi porta sì inflazione ma una stagnazione dei consumi: il peggio per un’economia. E la ragione dovreste averla già intuita. Ma proverò a spiegarvela con un ulteriore esempio. 

L’aumento dell’indebitamento delle imprese

Immaginiamo Antonio, un coltivatore di pomodori che prima acquistava il concime a 3 euro al chilo e che vendeva un chilo di pomodori a 5 euro. Se aumenta il prezzo del concime a 5 euro al chilo, ma crescono anche i consumi, Antonio riesce ad ammortizzare l’incremento dei costi della materia prima un po’ con l’incremento dei ricavi per i maggiori incassi e in parte con un sensibile aumento del prezzo di vendita. Insomma, l’inflazione viene in questo modo pressoché spalmata tra produttore e acquirente. 

Ma che succede se invece Antonio non riesce a vendere più i pomodori come prima, neanche a 5 euro? Succede che Antonio si indebita: all’aumento delle spese infatti non fa fronte un aumento delle sue entrate. Antonio quindi è costretto a chiudere, a licenziare e a dichiarare fallimento. 

Come Antonio, molte altre aziende potrebbero non essere in grado di trasferire alla clientela i maggiori costi alla produzione.

Insomma, l’aumento dei prezzi porterà un indebitamento delle imprese, come se già non fossero sufficientemente inguaiate dalla crisi.

Ma non è tutto: se aumenta l’inflazione, aumentano anche i tassi di interesse sui finanziamenti e sui mutui. Chi è già indebitato dovrà pagare ancora di più alle banche. Morale: in questo caso, le aziende globali con elevato debito salirebbero al 37% del totale su base mondiale. Più di una società su tre potrebbe chiudere. Numeri agghiaccianti. 

In sintesi, questa inflazione potrebbe così portare una crisi economica di gran lunga peggiore – dicono alcuni – di quella del 2008.  

Secondo alcuni, l’aumento dell’inflazione – che già si tocca con mano negli Usa e che ora minaccia l’area Euro – sia solo temporaneo. Di certo, è che dovremo stare molto attenti perché contro questo nemico purtroppo le mascherine non ci salveranno.



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