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La separazione della coppia

29 Giugno 2021
La separazione della coppia

Separazione: come si calcola il mantenimento e quando spetta. L’addebito e il procedimento.

In Italia, moglie e marito non possono divorziare se prima non si sono separati. Il divorzio senza separazione è ammesso solo in casi eccezionali (ad esempio, quando il matrimonio non viene consumato, quando un coniuge si macchia di reati particolarmente gravi o contrae all’estero un nuovo matrimonio o cambia sesso).

Ci si può separare con un accordo («separazione consensuale») oppure, se non c’è l’intesa, con l’intervento del tribunale («separazione giudiziale»). 

Se i coniugi si separano consensualmente, il divorzio può essere chiesto entro 6 mesi. Diversamente, bisogna attendere 1 anno.

La separazione consensuale della coppia può avvenire in tre forme diverse. Può essere fatta in Comune, dinanzi al sindaco, senza bisogno di avvocati ed in forma gratuita; è però necessario che la coppia non abbia avuto figli o che questi siano già autosufficienti e che non vi siano accordi per il trasferimento di beni mobili o immobili (eccezion fatta solo per l’eventuale mantenimento). Può essere fatta con un atto redatto dai rispettivi avvocati e firmato in loro presenza (è la cosiddetta «negoziazione assistita»). Infine, può avvenire dinanzi al Presidente del tribunale in una sola udienza, alla presenza di almeno un avvocato (che può difendere entrambe le parti).

Per quali cause ci si può separare?

Si può chiedere la separazione se la convivenza tra i coniugi diventa intollerabile. Il giudice però non richiede prove di ciò: si limita a constatare la dichiarazione della parte. Sicché, nei fatti, ci si può separare per qualsiasi ragione, su semplice richiesta.

Che succede se il marito o la moglie non vuol firmare la separazione?

Potrebbe succedere che a volersi separare sia solo uno dei due coniugi e che l’altro invece opponga ostruzionismo. Questo, però, non è d’ostacolo. Il coniuge che chiede la separazione dovrà rivolgersi al giudice per il tramite del proprio avvocato e procedere con la causa ordinaria. L’altro poi potrà decidere se partecipare al giudizio o meno (in tal caso, sarà «contumace»).

Separazione: che succede se è colpa del coniuge?

Oltre che per volontà di un coniuge, il matrimonio potrebbe finire anche a causa di un grave comportamento di questi come il tradimento, le violenze morali o fisiche, l’abbandono immotivato della casa, ecc. In tali casi, il giudice dichiara responsabile il coniuge che ha violato le regole del matrimonio pronunciando il cosiddetto «addebito».

Cos’è l’addebito?

L’addebito è l’imputazione di colpa per la fine dell’unione matrimoniale. 

Le conseguenze dell’addebito sono solo due: l’impossibilità di chiedere il mantenimento e la perdita dei diritti sull’eredità dell’ex coniuge. Peraltro, bisogna sapere che i coniugi separati sono l’uno erede dell’altro (salvo appunto nel caso in cui uno dei due abbia subìto l’addebito), mentre dopo il divorzio si perdono definitivamente i diritti di successione.

Di rado, l’addebito implica anche un risarcimento. Ciò succede quando vengono violati dei diritti costituzionali come l’integrità fisica e l’onore (si pensi al coniuge che tradisca l’altro in modo plateale, determinandone un danno alla reputazione).

Chi dice di non amare più il coniuge è responsabile?

Il coniuge ha il diritto di disinnamorarsi e chiedere la separazione. Il solo fatto di ammettere di non amare più il proprio marito o la propria moglie non è considerato una colpa: pertanto, non è fonte di addebito.

La moglie che tradisce si può prendere la casa?

La casa coniugale viene data al coniuge presso cui vanno a vivere i figli, a prescindere dal fatto che questi abbia o meno subìto l’addebito. Pertanto, la moglie che tradisce il marito può ricevere dal giudice il diritto ad abitare nella casa del marito vittima dell’infedeltà.

È davvero importante ottenere l’addebito a carico dell’ex?

A volte, la battaglia per l’addebito non ha utilità pratica e si risolve in una questione di puro “principio”. Si pensi al caso del marito che, titolare di un reddito, tradisca la moglie disoccupata. La moglie avrà comunque diritto al mantenimento con o senza addebito per via delle sue precarie condizioni economiche. 

Se invece il tradimento dovesse essere stato commesso dalla donna, sarà interesse del marito fornirne la prova poiché, in tal caso, sarà esonerato dal versarle il mantenimento.

Il tradimento è sempre una responsabilità?

Non sempre il tradimento è fonte di responsabilità e, quindi, di addebito. Lo è solo quando è questo la causa della rottura dell’unione matrimoniale. Ma se il tradimento si consuma in una situazione già deteriorata per via di cause pregresse (ad esempio, l’allontanamento del coniuge dalla casa coniugale, le violenze fisiche o anche un precedente tradimento dell’altro), allora esso non comporta alcun addebito.

A chi spetta l’assegno di mantenimento? 

L’assegno di mantenimento spetta al coniuge che ha un reddito inferiore all’altro. Presupposto per ottenere il mantenimento è quindi una disparità di reddito e l’assenza di addebito.

Tuttavia, oggi, sempre più giudici ritengono che l’assegno di mantenimento non spetti al coniuge ancora giovane, con potenzialità lavorative (anche per via degli studi o della formazione ricevuta), in grado di trovare lavoro e mantenersi da solo. Si pensi al caso di una giovane ragazza di 27 anni, già inserita in uno studio di commercialisti e con un minimo di clientela propria. 

Come si calcola l’assegno di mantenimento? 

Al contrario di quanto succede con l’assegno di divorzio (di cui si dirà più in là), l’assegno di mantenimento viene calcolato in modo da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere lo stesso «tenore di vita» di cui godeva quando ancora era sposato. Il che significa che il reddito del coniuge più “benestante” viene di fatto compensato tra i due, tenendo conto delle spese che il primo dovrà sostenere (si pensi al mutuo sulla casa o alle spese d’affitto).

Anche la durata del matrimonio – più o meno breve – viene considerata come parametro per calcolare l’entità del mantenimento.

A chi va la casa?

Il giudice assegna la casa ove la coppia viveva quando ancora era sposata al coniuge con cui andranno a vivere i figli, anche se è in comproprietà, interamente dell’ex o, addirittura, dei suoceri (a meno che questi ultimi abbiano stipulato un contratto di comodato con una data di scadenza).

Facciamo un esempio.

Se il giudice colloca i figli presso la madre, quest’ultima resta nella casa coniugale e il marito deve invece andare via il prima possibile, salvo il tempo per trovare una nuova collocazione.

La casa torna però al suo legittimo proprietario nel momento in cui i figli vanno a vivere da soli oppure se sono ormai indipendenti dal punto di vista economico. Il fatto che i figli frequentino l’università e, periodicamente, tornino a casa non costituisce motivo di revoca della casa familiare. La casa va restituita anche se l’ex coniuge decide di trasferirsi altrove coi figli.

In caso di convivenza, la casa resta all’ex partner?

Anche se la legge dice che, in caso di separazione, la casa familiare spetta all’ex coniuge presso cui vengono collocati i figli, tale principio è stato esteso anche alle coppie di fatto. Pertanto, il giudice può ben assegnare la casa familiare alla madre dei bambini presso cui questi ultimi vanno a vivere, benché non sposata con il proprietario dell’immobile.

Come non lasciare la casa coniugale all’ex coniuge?

Per legge, il giudice può assegnare all’ex coniuge solo la casa coniugale, quella cioè ove la coppia viveva prima della separazione. Pertanto, se la coppia avesse vissuto in un altro immobile (ad esempio, in affitto) e la casa di proprietà fosse stata invece adibita ad altro uso (ad esempio, a casa vacanza o uso investimento), questa non può essere assegnata all’ex.

Che fine fanno i beni dei coniugi con la separazione?

Se la coppia era sposata in regime di separazione dei beni, ciascun coniuge resta proprietario dei propri beni. Se la coppia era in comunione dei beni, questi vengono divisi di comune accordo o venduti e il ricavato viene ripartito a metà (si pensi alla casa cointestata). Non vanno però divisi i beni personali o per l’esercizio dell’attività lavorativa, i beni frutto di donazioni, di eredità, acquistati con somme ottenute da risarcimento del danno o dalla vendita dei beni appena elencati.

La coppia in comunione dei beni deve dividere i soldi residui sul conto corrente intestato a un singolo coniuge in quanto anche questi, all’atto della separazione, entrano in comunione; prima della separazione, però, tali soldi sono di proprietà di chi li ha guadagnati. Sicché, per non spartirli, sarebbe opportuno spenderli in beni personali prima (ad esempio, in vestiario).

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