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Pedone investito due volte: chi paga il danno? 

29 Giugno 2021 | Autore:
Pedone investito due volte: chi paga il danno? 

Se più veicoli hanno colpito e schiacciato lo stesso corpo, quali sono le regole per ripartire la responsabilità risarcitoria e per attribuire quella penale?

Immagina una persona che sta attraversando la strada di notte, quando viene urtata da un veicolo che la scaraventa a terra e fugge senza fermarsi. Poco dopo, sopraggiunge un’altra auto, che la investe. È una scena non infrequente sulle strade italiane; ma questi eventi pongono parecchi problemi giuridici. Se un pedone viene investito due voltechi paga il danno? E chi risponde del reato di lesioni, o di omicidio stradale?

Si tratta di capire a quale dei due conducenti va attribuita la responsabilità per le lesioni, o per la morte. È un compito non facile, che spesso richiede diverse perizie infortunistiche e medico-legali per stabilire la compatibilità di ferite, traumi e schiacciamenti con le azioni compiute dai rispettivi veicoli sul corpo della vittima. Ma per aiutare a dirimere queste vicende ci sono anche delle norme giuridiche: si tratta delle normali regole di comportamento stabilite dal Codice della strada per chi è alla guida di un qualsiasi veicolo, prima fra tutte quella di mantenere una condotta attenta, tale da permettere di arrestare la marcia in presenza di un ostacolo prevedibile, come un corpo a terra, per evitare di investirlo.  

Una recente sentenza penale della Corte di Cassazione [1] si è occupata del caso di un’anziana donna che era stata colpita da una moto mentre attraversava la strada e poco dopo, quando era già a terra, era stata investita anche da un’autovettura. Chi paga il danno a questo sfortunato pedone investito due volte?  La risposta della Suprema Corte è stata: entrambi, dunque anche l’automobilista disattento, pur essendo arrivato per secondo a colpire e schiacciare quel corpo. Non è un’applicazione “salomonica” del consueto principio del concorso di colpa, ma di un criterio più sofisticato, come vedrai proseguendo la lettura. 

Pedone investito: regole di attraversamento 

Se leggi con frequenza i nostri articoli sai già che in caso di incidente il pedone non ha sempre ragioneanch’egli è tenuto ad osservare le sue regole di circolazione stradale, che sono poche e semplici e per tua comodità ti riassumiamo: 

  • attraversare la strada servendosi delle strisce pedonali, o dei semafori pedonali quando segnano il verde, o degli appositi sottopassaggi (o sovrapassaggi), dove presenti; 
  • se mancano le strisce pedonali, oppure distano più di 100 metri, bisogna attraversare in senso perpendicolare (non longitudinale, o obliquo) per evitare di impegnare la carreggiata per più tempo dello stretto necessario; 
  • evitare movimenti inconsulti e non creare situazioni di pericolo per sé o per gli altri, come buttarsi in mezzo alla carreggiata senza guardare se in quel momento stanno sopraggiungendo veicoli. 

Investimento pedone: responsabilità e concorso di colpa 

In caso di investimento di un pedone, per l’attribuzione della responsabilità risarcitoria vige la presunzione di colpa a carico del conducente del veicolo «se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno» [2]. Non si applica, invece, la regola del concorso di colpa paritario tra i due soggetti coinvolti nel sinistro [3], secondo cui «si presume fino a prova contraria che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli»: questa norma vale soltanto nel caso di scontro tra veicoli, non tra un veicolo ed un pedone. 

Quindi, la responsabilità per il risarcimento dei danni provocati dall’investimento del pedone da parte di un automobilista o motociclista non è totale ed assoluta: la presunzione di colpa è relativa, e può essere superata dal conducente che dimostri di aver guidato con la necessaria prudenza e adottando tutte le cautele dovute in base al tratto di strada percorso, con particolare riguardo alla visibilità e alle condizioni di illuminazione.

Non basta, però, rispettare le regole generali di circolazione stradale, come il limite di velocità: occorre moderarla ulteriormente in relazione alle concrete condizioni della strada e del traffico, come stabilisce il Codice della strada [4] ed aumentare l’attenzione al massimo, specialmente se la visibilità è ridotta o si sta percorrendo un tratto che potrebbe essere frequentato anche da pedoni.

Investimento pedone: quando l’automobilista non è responsabile

Il conducente investitore potrà andare esente dalla responsabilità risarcitoria, ed anche da quella penale per omicidio stradale o lesioni colpose, se prova di aver posto in essere tutte le azioni possibili per evitare l’impatto o di essersi trovato nell’impossibilità di compiere manovre d’emergenza utili ad evitare l’incidente.  

La Corte di Cassazione è molto rigida su questo aspetto ed afferma [5] che «il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione, tenendo altresì conto di eventuali imprudenze altrui, purché ragionevolmente prevedibili».

Così, se dalla dinamica del sinistro emerge che il pedone ha posto in essere una condotta anomala ed improvvisa, si potrà constatare che il conducente del veicolo non poteva avvistarlo in anticipo ed evitare di colpirlo, neppure adottando tutte le regole di prudenza e di diligenza del caso (ma questo criterio subisce un’eccezione quando si tratta di bambini che attraversano all’improvviso, perché per esperienza si deve sapere che i loro comportamenti sono spesso imprevedibili). 

Pedone investito due volte: chi è responsabile? 

Abbiamo appena visto che, in caso di investimento di un pedone, è il conducente che deve dimostrare di non aver potuto impedire il sinistro, altrimenti la colpa si presume sua. Ma come si contempera questa facile regola con un investimento multiplo? Se il pedone viene investito due volte, chi è responsabile? 

Per ripartire la responsabilità tra due o più conducenti che hanno investito la medesima vittima, la condotta del pedone diventa marginale e – una volta accertato che non fosse anomala o imprevedibile – occorre esaminare le rispettive condotte di guida tenute dai guidatori dei veicoli coinvolti. Il concetto fondamentale è che le norme di circolazione stradale si applicano separatamente a ciascuno di essi, ovviamente tenendo conto del tipo di veicolo condotto e del margine di visibilità a disposizione di ciascuno. 

Di regola, il primo conducente sarà ritenuto responsabile, o corresponsabile, della causazione del sinistro, e dunque dei danni conseguenti, se ha circolato omettendo di moderare la velocità, o comunque procedendo senza la dovuta prudenza, cautela ed attenzione che quel tratto di strada richiedeva. Si applicano, quindi, per il primo investitore gli stessi principi generali che abbiamo esposto in caso di investimento singolo. 

Per quanto riguarda il secondo conducente, invece, occorre considerare altri fattori concreti. La vittima potrebbe essere deceduta già in conseguenza del primo investimento, o aver riportato lesioni mortali, e allora il contributo causale del secondo veicolo nella produzione dell’evento illecito dovrà essere escluso. Nel caso opposto, potrebbe accertarsi che è stato proprio il secondo veicolo ad aver provocato la morte, passando su un corpo già a terra ma ancora incolume e schiacciando organi vitali, in modo da determinare il decesso o lesioni gravi. 

Investimento multiplo: la corresponsabilità dei conducenti coinvolti

Ci sono, poi, tutti i possibili casi intermedi, dove l’incidenza causale di ciascun conducente è variabile, ma la responsabilità dovrà essere attribuita ad entrambi, in proporzione al contributo che ognuno ha apportato nel produrre le lesioni o la morte del pedone. Questi accertamenti richiedono, necessariamente, una perizia medico-legale sul corpo della vittima ed una perizia cinematica per la ricostruzione delle modalità di verificazione dell’incidente, individuando le condotte di guida dei veicoli coinvolti. Questi accertamenti tecnici potranno utilizzare i rilievi delle forze dell’ordine intervenute, le testimonianze acquisite e i referti medici del paziente. 

Nel caso deciso dalla Cassazione cui accennavamo all’inizio dell’articolo, il secondo automobilista è stato condannato per omicidio colposo in quanto – spiega la sentenza, che puoi leggere per esteso al termine dell’articolo – aveva «per negligenza imprudenza imperizia e con violazione delle norme della circolazione stradale, omesso di conservare il controllo del proprio veicolo ed esser in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizioni di sicurezza, e in specie di arrestarsi tempestivamente, entro i limiti del campo di visibilità, dinanzi ad un ostacolo prevedibile». 

È prevedibile la presenza di un corpo sulla strada?

L’ostacolo prevedibile era rappresentato proprio dalla presenza dell’anziana donna, riversa al suolo dopo l’investimento di un motociclo. La prevedibilità del corpo sulla strada è stata ravvisata nel fatto che il tratto interessato era un «rettilineo del lungomare, illuminato dalla luce artificiale dei lampioni; c’era tempo sereno, mancanza di traffico e una piena visibilità dei luoghi». Insomma, c’erano tutte le condizioni per accorgersi della presenza di un corpo a terra e frenare, evitando di colpirlo con il paraurti e di sormontarlo e schiacciarlo con le ruote del veicolo.

Il secondo conducente non si è fermato in tempo perché – spiega la sentenza – «evidentemente guidava in stato di distrazione», tant’è che «non ha posto in esser alcuna manovra per evitare l’impatto, nonostante procedesse a velocità moderata» (ti abbiamo spiegato prima perché la velocità bassa, da sola, non è un esimente in questi casi) e, infatti, non si è minimamente «accorta della presenza del corpo della donna sull’asfalto, tanto che si è fermata solo dopo averlo sormontato con le ruote anteriori».

Inoltre – proseguono gli Ermellini, per rafforzare la loro decisione – «l’incidente è avvenuto in pieno centro abitato e in prossimità di un attraversamento pedonale»: quindi «la presenza di pedoni era prevedibile, e, ove la guida fosse stata effettuata con la dovuta attenzione, con l’arresto tempestivo del veicolo poteva essere evitato il rischio dell’investimento del corpo della persona offesa che era caduta a terra». 


note

[1] Cass. sent. n. 24826 del 25.06.2021.

[2] Art. 2054 Cod. civ.

[3] Art. 2054, co. 2, Cod. civ.

[4] Art. 141 Cod. strada.

[5] Cass. sent. n. 16694 del 03.05.2021.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 16 marzo – 25 giugno 2021, n. 24286
Presidente Izzo – Relatore Ferranti

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Roma, con la sentenza indicata in epigrafe, confermava nei confronti di B.M.L. la sentenza di condanna resa dal Tribunale di Velletri in data 19.12.2016, in ordine al delitto di omicidio colposo previsto e punito dall’art. 589 c.p., comma 2.
2. In particolare la imputazione riguardava l’aver, per negligenza imprudenza imperizia e con violazione delle norme della circolazione stradale, quale conducente dell’autovettura Fiat Punto tg […], omesso di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione stradale e comune di salvaguardare la sicurezza stradale (art. 140 C.d.S.), omettendo altresì di conservare il controllo del proprio veicolo ed esser in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizioni di sicurezza e in specie di arrestarsi tempestivamente, entro i limiti del campo di visibilità, dinanzi ad un ostacolo prevedibile (art. 141 C.d.S., comma 2), cosicché in prossimità dell’attraversamento stradale urtava e sormontava a terra il pedone di 86 anni G.M. , abbattuta al suolo dal motociclo guidato da A.A. , coimputato e cagionava la morte della G. che subiva il franamento della gabbia toracica e decedeva a seguito del politraumatismo patito dal sinistro. In (OMISSIS) .
2. Avverso la richiamata sentenza ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del difensore, B.M.L. , deducendo il seguente unico motivo:
I) violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione e contraddittorietà della motivazione che è pervenuta alla affermazione di responsabilità della ricorrente, oltre che del conducente del motoveicolo A. , sulla base della ricostruzione dei fatti effettuata dal medico legale della parte civile e ha ritenuto causa concorrente della morte della persona offesa il sormontamento dell’autovettura da parte della B. ; è stata immotivatamente disattesa la tesi del consulente della difesa dell’imputata che individuava la responsabilità esclusiva nel comportamento dell’A. che ha investito con il motociclo la G. , facendola cadere a terra. Inoltre la sentenza impugnata addebita ad entrambi gli imputati la distrazione ma non tiene conto della circostanza che il lampione situato sul passaggio pedonale era spento; inoltre, lamenta la idoneità dimostrativa logica considerato che i punti controversi della vicenda dovevano essere approfonditi con un accertamento peritale.
2.1. Il difensore dell’imputata ha fatto pervenire la rinuncia alla discussione pubblica.
3. Il Procuratore Generale in sede ha concluso per la inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.
1.2 Il motivo dedotto invoca una alternativa riconsiderazione del compendio probatorio, ad opera della Corte regolatrice, secondo la prospettiva tesa ad ottenere un diverso apprezzamento della prova, rispetto alla ricostruzione della dinamica del sinistro.
Occorre considerare che la Corte di Appello, così come il primo Giudice, nell’effettuare la ricostruzione dei fatti occorsi, ha tenuto conto della situazione dei luoghi accertata anche attraverso le acquisizioni testimoniali (fol 6 sentenza impugnata e fol 5 sentenza di primo grado); ha valutato che si trattava di un tratto rettilineo del lungomare, illuminato da luce artificiale di lampioni, c’era tempo sereno, mancanza di traffico e una piena visibilità dei luoghi. E, inoltre, che il giorno 18/07/2010 A.A. alla guida del motociclo Yamaha percorreva la via (OMISSIS) in direzione di marcia (OMISSIS) quando, giunto al civico 68 in prossimità dell’attraversamento pedonale, non si avvedeva della presenza della persona offesa che stava attraversando la carreggiava e la investiva; la signora G. , a causa dell’urto, finiva a terra; nonostante le segnalazioni visive e sonore poste in essere dall’A. dopo l’investimento per fermare il traffico, la B. , che sopraggiungeva ed evidentemente guidava in stato di distrazione, non si era minimamente accorta della presenza del corpo della donna sull’asfalto tanto che si era fermata solo dopo averlo sormontato con le ruote anteriori e non aveva quindi posto in esser alcuna manovra per evitare l’impatto, nonostante procedesse a velocità moderata. La Corte territoriale ha argomentato con riferimento alla sussistenza del nesso di causa dagli elementi obiettivi offerti in specie dalla consulenza della parte civile che aveva esaminato le lesioni subite dalla vittima ponendole a confronto con i danni riportati dai veicoli, in particolare dall’autovettura della B. , che aveva la rottura della griglia del paraurti e l’arretramento del radiatore. Ha quindi condiviso la ricostruzione della dinamica dell’incidente motivata dal primo giudice, secondo cui le lesioni cranico encefaliche, riportate dalla vittima che ne avevano causato la morte, erano attribuibili al contatto tra la testa poggiata a terra e il pianale dell’autovettura condotta dalla B. che, con una condotta manifestamente negligente e imprudente oltre che disattenta e in violazione della normativa sulla circolazione stradale (artt. 140 e 141 C.d.S.) aveva concorso a determinare il decesso della G. . Il Giudice del merito aveva evidenziato, tra l’altro, che l’incidente era avvenuto in pieno centro abitato e in prossimità di un attraversamento pedonale; ciò comportava che la presenza di pedoni fosse prevedibile e che, ove la guida fosse stata effettuata con la dovuta attenzione, con l’arresto tempestivo del veicolo poteva essere evitato il rischio dell’investimento del corpo della persona offesa che era caduta a terra (fol 16 e 17 sentenza di primo grado).
Come si vede, la valutazione espressa dalla Corte di Appello, in riferimento alla dinamica del sinistro, diversamente da quanto affermato dal ricorrente che ha proposto una tesi alternativa, ipotetica e generica, priva di agganci oggettivi, e comunque inidonea a minare il giudizio di colpevolezza, risulta immune da aporie di ordine logico e appare saldamente ancorata all’acquisito compendio probatorio. Si tratta di valutazione che risulta del tutto coerente con l’insegnamento ripetutamente espresso al riguardo alla giurisprudenza di legittimità.
Giova considerare che, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, il vizio logico della motivazione deducibile in sede di legittimità deve risultare dal testo della decisione impugnata e deve essere riscontrato tra le varie proposizioni inserite nella motivazione, senza alcuna possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali; con la conseguenza che il sindacato di legittimità “deve essere limitato soltanto a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza spingersi a verificare l’adeguatezza delle argomentazioni, utilizzate dal giudice del merito per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali” (in tal senso, “ex plurimis”, Sez.4 n. 5693 del 31.03.1999 rv 213798-01; Sez.1 n. 10528 del 12.07.2000, rv. 217052-01).
Tale principio, più volte ribadito dalle varie sezioni di questa Corte, è stato altresì avallato dalle stesse Sezioni Unite le quali hanno precisato che esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per i ricorrenti più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, Sentenza n. 6402 del 30/04/1997, dep. 02/07/1997, Rv. 207945). E la Corte regolatrice ha rilevato che anche dopo la modifica dell’art. 606 c.p.p., lett. e), per effetto della L. 20 febbraio 2006, n. 46, resta immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Sez. 5, Sentenza n. 17905 del 23.03.2006, dep. 23.05.2006, Rv. 234109). Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (ex multis Sez. 1, Sentenza n. 1769 del 23/03/1995, dep. 28/04/1995, Rv. 201177; Sez. 6, Sentenza n. 22445 in data 8.05.2009, dep. 28.05.2009, Rv. 244181).Ebbene, si deve in questa sede ribadire l’insegnamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, per condivise ragioni, in base al quale si è rilevato che nessuna prova, in realtà, ha un significato isolato, slegato dal contesto in cui è inserita; che occorre necessariamente procedere ad una valutazione complessiva di tutto il materiale probatorio disponibile; che il significato delle prove lo deve stabilire il giudice del merito e che il giudice di legittimità non può ad esso sostituirsi sulla base della lettura necessariamente parziale suggeritagli dal ricorso per cassazione (Sez. 5, Sentenza n. 16959 del 12/04/2006, dep. 17/05/2006, Rv. 233464).
2.In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali e della somma di tremila Euro in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.


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