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Il divorzio della coppia

30 Giugno 2021
Il divorzio della coppia

Come si fa il divorzio, come si calcola l’assegno di mantenimento e a chi spetta: quali tutele dall’ex coniuge?

Come funziona il divorzio della coppia sposata? Completata la separazione e decorso il termine imposto dalla legge (6 mesi in caso di separazione consensuale; 1 anno in caso di separazione giudiziale), la coppia può decidere di divorziare e sciogliere definitivamente il matrimonio. Ma è anche possibile restare separati a vita, senza divorziare. Se così fosse, i coniugi resterebbero l’uno erede dell’altro e, ad esempio, il superstite potrebbe ottenere la pensione di reversibilità dell’ex defunto.

La coppia separata che voglia “ripensarci” può sempre tornare insieme e riconciliarsi. Se la vita comune riprende con regolarità, la separazione perde effetto, senza bisogno di procedure particolari o di dichiarazioni in tribunale. In tal caso, per poter eventualmente divorziare, bisognerà effettuare una seconda separazione. 

Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona il divorzio della coppia.

Come si procede al divorzio?

La procedura di divorzio è sostanzialmente identica a quella prevista per la separazione. 

Anche in questo caso, le parti che trovano un’intesa su tutti gli aspetti (economici e personali) del distacco possono procedere al cosiddetto «divorzio consensuale». Questo può avvenire in una sola udienza dinanzi al giudice del tribunale (anche con un solo avvocato per entrambi i coniugi) o con un atto redatto dai rispettivi avvocati e firmato in loro presenza (la «negoziazione assistita») o, infine, dinanzi al sindaco del Comune (ma solo se la coppia non ha figli minori o maggiorenni non ancora autosufficienti e senza la possibilità di prevedere accordi di trasferimento di beni).

Se invece le parti non trovano l’accordo, sarà necessario rimettere la questione al giudice e procedere con una regolare causa (cosiddetto «divorzio giudiziale»). 

A chi spetta l’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio sostituisce l’assegno di mantenimento fissato al momento della separazione. Con due rivoluzionarie sentenze uscite tra il 2016 e il 2017, la Cassazione ha modificato i criteri di determinazione e calcolo dell’assegno di divorzio.

Innanzitutto, si è stabilito che l’assegno di divorzio non spetta in automatico, per il solo fatto che vi è una disparità economica tra i due coniugi. Tale disparità deve essere anche “incolpevole”, ossia non deve dipendere dalla volontà del coniuge più povero. Quest’ultimo non ha più diritto al mantenimento se ha un’età tale da lavorare e le sue condizioni fisiche glielo consentono. Inoltre, laddove sia disoccupato, deve adoperarsi per trovare un’occupazione in modo da rendersi indipendente. La Cassazione, infatti, ha detto che il mantenimento non può più essere considerato una rendita vitalizia. 

Ecco che allora oggi hanno diritto all’assegno di divorzio solo le persone che hanno superato i 40/45 anni di età, o che sono in condizioni di salute tali da non poter lavorare (o da non lavorare tutta la giornata), o che riescono a dimostrare di aver fatto di tutto per ottenere un impiego e di non esserci riusciti (ad esempio, inviando il curriculum, iscrivendosi alle liste per l’impiego, partecipando a bandi e concorsi pubblici, chiedendo – laddove sussistente – che il proprio rapporto di lavoro part-time sia trasformato in full-time, ecc.).

Attenzione però: laddove si dimostri che la donna, d’accordo con il marito, ha abbandonato ogni ambizione lavorativa per dedicarsi alla casa, alla famiglia e ai figli, perdendo così ogni potenzialità di carriera, ha sempre diritto all’assegno di divorzio. Secondo le Sezioni Unite della Cassazione, infatti, bisogna ripagare il sacrificio della donna che ha consentito all’ex marito di dedicarsi di più al lavoro e alla carriera, arricchendosi.

L’assegno di divorzio viene negato – al pari dell’assegno di mantenimento – al coniuge che subisce l’addebito ossia che ha violato i doveri del matrimonio.

Come si calcola l’assegno di divorzio?

Una volta stabilito che l’ex coniuge ha diritto all’assegno di divorzio, si passa alla sua quantificazione. Qui, interviene la seconda novità introdotta dalla giurisprudenza. L’importo non deve più garantire all’ex coniuge – come succedeva una volta e come oggi accade invece solo con l’assegno di mantenimento – lo «stesso tenore di vita» che aveva durante il matrimonio ma solo l’autosufficienza. «Autosufficienza» non significa lo stretto indispensabile per vivere ma una somma congrua, in relazione alle esigenze, alla località e al decoro personale per l’autonomia personale. 

Il che significa che l’ammontare dell’assegno di divorzio non dipende più dal reddito del coniuge più ricco. Non è infatti proporzionato a quest’ultimo. Per cui, una donna che ha sposato un miliardario e una che ha sposato un dirigente di banca avranno verosimilmente lo stesso trattamento economico dall’ex coniuge.

Il giudice poi tiene conto di una serie di ulteriori elementi per quantificare l’ammontare dell’assegno come, ad esempio, la disponibilità della casa coniugale, la sussistenza di altre fonti di redditi mobiliari o immobiliari, la durata del matrimonio, ecc.

Si può chiedere la revisione dell’assegno di divorzio?

Se cambiano le condizioni economiche di uno dei due coniugi è sempre possibile chiedere la revisione dell’assegno di divorzio. Inoltre, se il coniuge beneficiario dell’assegno, in età lavorativa, non dovesse dar prova di tentare il tutto e per tutto per ottenere un’occupazione, potrebbe perdere il sussidio. 

Come posso evitare di pagare l’assegno di divorzio?

A chi non vuol rischiare di dover pagare il mantenimento o l’assegno di divorzio si potrebbe rispondere che l’unica cosa da fare è non sposarsi. Ma il fatto di convivere non eviterà di dover poi pagare il mantenimento per i figli e di perdere, anche in questa ipotesi, la casa. 

C’è anche da sapere che in Italia i patti prematrimoniali non hanno valore: per cui marito e moglie non possono accordarsi, prima di sposarsi, sulle condizioni economiche di un eventuale divorzio.

Per non pagare l’assegno mensile di divorzio si potrebbe concordare un assegno una tantum, una somma cioè che viene corrisposta in un’unica soluzione e che impedisce qualsiasi ulteriore pretesa; oppure – come spesso succede – si prevede il trasferimento di un immobile (ad esempio, la proprietà della casa). Ma attenzione: tutti i patti concordati con la separazione non hanno effetto al momento del divorzio. In buona sostanza, il coniuge che, in sede di separazione ha rinunciato all’assegno di mantenimento in cambio dell’una tantum o della proprietà di un appartamento, in sede di divorzio può tornare a chiedere l’assegno mensile e ottenerlo dal giudice. 

Se muore l’ex coniuge, gli eredi devono pagare il mantenimento?

L’obbligo di pagare il mantenimento cessa con la morte del coniuge obbligato: si tratta infatti di un’obbligazione “personale” che non si trasmette agli eredi.

Dopo il divorzio, il Tfr va diviso con l’ex coniuge?

All’ex coniuge divorziato spetta una quota del Tfr (di norma, il 40%) solo se:

  • titolare dell’assegno di mantenimento e sempre che detto mantenimento non sia stato pagato con un unico assegno (cosiddetta «una tantum»);
  • non risposatosi;
  • il Tfr deve essere stato liquidato dall’azienda dopo la sentenza di divorzio, ma deve essere il frutto del lavoro svolto (anche solo in parte) quando ancora la coppia era ancora sposata.

Lo stesso diritto non spetta invece al coniuge separato.

Che fare se il marito non versa il mantenimento?

Contro il marito che non versa il mantenimento, la moglie può agire innanzitutto in via civile per recuperare le somme, arrivando a pignorargli anche una parte dello stipendio (con una trattenuta che effettua direttamente il datore di lavoro). Può anche presentare una querela per violazione degli obblighi di assistenza familiare: tale comportamento, infatti, può integrare un reato. 

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