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Il lavoro in nero

4 Luglio 2021
Il lavoro in nero

Come denunciare il lavoro in nero e come fare causa al datore di lavoro: rischi per dipendente e datore.

Del lavoro in nero molto si parla ma poco si sa. Si sa, ad esempio, che è un illecito per il datore di lavoro, ma non si pensa spesso che potrebbe essere fonte di guai anche per il dipendente. Questi infatti potrebbe, da un lato, percepire dei sussidi socio-assistenziali senza averne diritto (commettendo così un reato) e, dall’altro, evitare di versare le imposte sui redditi (commettendo così un’evasione fiscale). 

Attenzione a non confondere il lavoro in nero con il lavoro straordinario non retribuito. Il primo si configura nel caso in cui il datore non comunichi l’esistenza del contratto di lavoro alla Pubblica Amministrazione. Nel secondo caso, invece, si è in presenza di un contratto regolare, ma con una retribuzione inferiore rispetto alle ore effettivamente lavorate. 

Cosa può fare il dipendente se il datore di lavoro non lo regolarizza?

L’assenza di un contratto di lavoro non impedisce al dipendente di agire nei confronti del datore di lavoro per ottenere il pagamento delle somme che gli sarebbero spettate per legge. Ciò che conta, infatti, è l’effettivo svolgimento della prestazione lavorativa, a prescindere poi da ciò che è stato messo per iscritto. Pertanto, non rileva neanche il fatto che le parti abbiano firmato un contratto part time, quando poi il rapporto di lavoro si è svolto in modalità full time.  

Poiché al dipendente in nero di solito si corrisponde uno stipendio inferiore rispetto ai minimi sindacali, è diritto di quest’ultimo agire contro l’azienda per ottenere le differenze retributive, gli eventuali straordinari non conteggiati, le indennità (si pensi al lavoro notturno, durante i weekend o le festività), le ferie non godute, il trattamento di fine rapporto (il cosiddetto Tfr), ma soprattutto i contributi previdenziali. 

E non solo. Poiché di solito il licenziamento del dipendente in nero avviene in forma verbale – a dispetto di quanto impone la legge che prescrive invece la forma scritta – il dipendente potrebbe anche agire contro il datore per far dichiarare la nullità del licenziamento stesso e il diritto a ottenere di nuovo il suo posto.

Quanto tempo si ha per denunciare il lavoro in nero?

Il dipendente che voglia agire per far accertare il lavoro in nero ha ben cinque anni di tempo dalla cessazione del rapporto di lavoro. 

Cosa fare per denunciare il lavoro in nero?

Esistono diverse strade per far valere i propri diritti nei confronti del datore che non ha regolarizzato il contratto di lavoro. La prima (ed anche la più economica, veloce e semplice) è di rivolgersi personalmente all’Ispettorato territoriale del lavoro e chiedere una «conciliazione monocratica». Non c’è bisogno dell’avvocato.

L’Ispettore del lavoro convocherà l’azienda e il dipendente al fine di trovare un accordo bonario. L’eventuale accordo costituisce «titolo esecutivo»: ha cioè valore di una sentenza definitiva e non può più essere contestato. Pertanto, se l’azienda non dovesse rispettare l’impegno preso innanzi all’Ispettore, potrebbe subire un pignoramento. 

Viceversa, se l’accordo dovesse naufragare, partiranno i controlli nei confronti dell’impresa e le sanzioni per il lavoro in nero. Attualmente, oltre alle sanzioni per la mancata comunicazione di assunzione ai servizi per l’impiego, è prevista anche una «maxisanzione» variabile a seconda della durata dell’impiego e che può oscillare da 1.500 a 36.000 euro.

Come fare causa per lavoro in nero?

Nel caso in cui non si intenda procedere dinanzi all’Ispettorato del lavoro o qualora il tentativo di accordo dovesse naufragare, il dipendente può agire in tribunale contro il datore di lavoro a mezzo del proprio avvocato. Si instaurerà un regolare processo nel corso del quale il lavoratore dovrà dimostrare di aver svolto l’attività alle dipendenze dell’impresa, il tipo di mansioni eseguite e gli orari osservati. È molto importante far comprendere al giudice che si è stati in posizione di subordinazione al datore, ossia di aver subito le direttive di quest’ultimo. 

La prova è la parte più delicata del giudizio. Di solito, si ricorre ai testimoni che abbiano visto il dipendente svolgere le attività. Tuttavia, di recente, la giurisprudenza ha aperto le porte anche alle prove fotografiche e ai filmati. Così il dipendente potrebbe riprendersi con il proprio smartphone mentre lavora in modo da dimostrare l’esecuzione delle mansioni. Si pensi a un cuoco, a una colf o a una badante.

Quali rischi corre il lavoratore in nero?

Il lavoratore in nero che, nonostante l’attività svolta alle altrui dipendenze, percepisce erogazioni pubbliche riservate a chi non ha un’occupazione o un reddito rischia un procedimento penale. Si pensi, ad esempio, ai percettori del Reddito di cittadinanza che, nonostante ciò, abbiano un’assunzione irregolare.

Il caso più frequente è però costituito dall’assegno di disoccupazione, la cosiddetta «Naspi». Non pochi lavoratori, pur dopo essere stati licenziati, accettano una seconda assunzione in nero pur di continuare a percepire l’assegno dell’Inps. Tuttavia, la legge, anche al fine di contrastare il lavoro in nero, è venuta incontro ai dipendenti, stabilendo il diritto a continuare a ricevere la Naspi qualora il nuovo reddito rientri in determinate soglie. In particolare, per i lavoratori dipendenti, la soglia di reddito che consente di mantenere lo stato di disoccupazione ammonta a 8.145 euro annui. Invece, per gli autonomi il limite di reddito esente da imposizione fiscale, ammonta a 4.800 euro annui. 

C’è un ultimo rischio che corre il dipendente che riceve retribuzioni in nero: quello di un accertamento fiscale. Difatti, se le somme dovessero essere versate in banca, l’Agenzia delle Entrate potrebbe imputarle a redditi non dichiarati e così recuperare le imposte non versate. 



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2 Commenti

  1. I lavoratori pur di essere pagati sono disposti a sottostare anche a collaborazioni non regolari. Sapete quanti lavori in nero sono emersi durante il periodo di pandemia perché la gente girava con l’autocertificazione e doveva giustamente recarsi al lavoro e quando veniva fermata non potendo esibire contratto o altre prove, doveva appunto giustificare il rapporto di lavoro in nero altrimenti si beccava la multa per essere uscito di casa non rispettando i casi di urgenza, lavoro, studio richiesti per giustificare gli spostamenti

  2. I datoti ed i liberi professionisti in nero sono costretti ad agire così per via delle tasse, delle varie incombenze e della perdita di gran parte dello stipendio a tasse su tasse. Il netto della busta paga spesso non è sufficiente a sopravvivere senza acqua alla gola così pur lavorando come muli le entrate sono basse

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