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Mantenimento del figlio che non studia né lavora

3 Luglio 2021 | Autore:
Mantenimento del figlio che non studia né lavora

La Cassazione si allinea alla precedente ordinanza che rappresentò una svolta: niente assegno al maggiorenne che non ha voglia di impegnarsi.

Un po’ va bene ma pretendere di vivere una vita sulle spalle dei genitori, passando la giornata sui social, al bar con gli amici o sul divano a vivacchiare è un po’ troppo. Non è solo il pensiero dell’uomo bacchettone all’antica: è l’orientamento della Cassazione che, in una recente ordinanza [1], ha ricordato come funziona il mantenimento del figlio che non studia né lavora. Non perché non trova nulla da fare ma perché proprio l’idea di rimboccarsi le maniche non gli passa per la testa e quella di completare un percorso formativo per imparare un mestiere men che meno.

Già in passato la Suprema Corte [2] aveva dato una svolta al mantenimento dei figli maggiorenni che non dimostrano una gran voglia di ottenere l’indipendenza economica. Per dirla in estrema sintesi, aiutare un ragazzo quando sta tentando di farsi strada nel mercato del lavoro o è ancora impegnato in corsi universitari o master per conseguire un titolo di studio, va bene. Optare per l’assistenzialismo senza rendere il figlio responsabile verso sé stesso ed il proprio destino, non va bene. Ecco i motivi per cui la Cassazione ha ancora deciso di seguire questa linea.

Mantenimento figlio maggiorenne: cosa dice la legge?

Il Codice civile si occupa del mantenimento del figlio maggiorenne da parte del coniuge tenuto a corrisponderlo e sancisce: «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto. Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori» [3].

Mantenimento figlio maggiorenne: l’obbligo di rendersi autonomo

In questo dispositivo del Codice c’è il concetto alla base del quale si è pronunciata la Suprema Corte: l’indipendenza economica. La Cassazione, in un’ordinanza depositata nel 2020 che ha capovolto precedenti orientamenti, ha insistito sul principio dell’autoresponsabilità dei figli maggiorenni, in particolare per il fatto che, mentre una volta il mercato del lavoro consentiva di trovare più facilmente un’occupazione consona alle proprie capacità e di rendersi autonomi, oggi le cose sono cambiate: il lavoro che si desidera fare potrebbe non essere a portata di mano e, nel frattempo, il ragazzo è tenuto a trovarsi un lavoro che gli permetta di essere economicamente indipendente.

L’orientamento attuale della Cassazione, dunque, è quello di evitare qualsiasi forma di assistenzialismo fine a sé stesso e controproducente per il figlio stesso, che cresce con l’idea di poter approfittare della «generosità» dei genitori e senza alcuno stimolo per sistemarsi.

Pertanto – sanciva già nel 2020 la Corte Suprema – con la maggiore età il figlio che non studia né lavora deve fare il possibile per acquisire la propria autonomia, anche se non è grazie al lavoro che vorrebbe fare. Parallelamente, deve venire meno l’obbligo dei genitori di continuare a mantenere il ragazzo.

Mantenimento figlio maggiorenne: la funzione dell’assegno

La conferma, come si diceva all’inizio, è arrivata con un’altra ordinanza della Cassazione, depositata di recente. Gli ermellini si allineano al pronunciamento precedente e ribadiscono che il mantenimento del figlio che non studia né lavora è un controsenso dal momento in cui il ragazzo diventa maggiorenne. In questo caso, la Corte si sofferma sulla funzione dell’assegno staccato dal genitore: il mantenimento, scrivono i giudici supremi, non persegue una funzione assistenziale incondizionata dei giovani che non hanno voglia di impegnarsi.

Nella più recente ordinanza in commento, la Cassazione si è occupata del caso di una donna che chiedeva all’ex coniuge il mantenimento per la figlia di 26 anni, senza voglia di studiare e disoccupata non solo perché non cercava un lavoro ma anche perché ne aveva rifiutato uno nell’azienda di famiglia.

Per la Suprema Corte, il mantenimento viene meno nel momento in cui il figlio (la figlia in questo caso) non raggiunge l’indipendenza economica (ecco che ritorna il concetto del Codice civile) per mancanza di impegno concreto per ottenere una competenza professionale e di volontà di svolgere un’attività lavorativa. Diverso sarebbe se il figlio maggiorenne si presentasse al Centro per l’impiego, accettasse di fare seriamente dei colloqui e dimostrasse che il suo status di disoccupato dipende da elementi contingenti e non dalla sua svogliatezza.

La Cassazione, però, aggiunge un altro tassello: il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento – si legge ancora nell’ordinanza – è giustificato nell’ambito ed entro i limiti di un percorso educativo e formativo tenendo conto (come richiesto dalla legge) delle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni. Secondo gli ermellini, infatti, «la funzione educativa del mantenimento è nozione idonea a circoscrivere la portata dell’obbligo di mantenimento, sia in termini di contenuto, sia di durata, avendo riguardo al tempo occorrente e mediamente necessario per il suo inserimento nella società». In altre parole: utilizzare l’assegno di mantenimento con una funzione assistenziale, senza limiti di tempo e senza spronare il ragazzo a rendersi indipendente, è altamente diseducativo.


note

[1] Cass. ord. n. 18785/2021 del 02.07.2021.

[2] Cass. ord. n. 17183/2020 del 14.08.2020.

[3] Art. 337-septies cod. civ.


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