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Danno da emotrasfusione: quando l’ospedale risarcisce 

6 Luglio 2021 | Autore:
Danno da emotrasfusione: quando l’ospedale risarcisce 

La struttura deve controllare che le sacche di sangue non siano infette, altrimenti è in colpa verso il paziente. 

Sei stato ricoverato in ospedale e hai ricevuto la somministrazione di sangue. Dopo qualche tempo, scopri di aver contratto l’epatite C. Fai degli accertamenti e scopri che l’infezione non può dipendere da altro se non da quella trasfusione. Cosa puoi fare? L’ospedale risarcisce il danno da emotrasfusione?  

Sono casi fortunatamente rari, ma talvolta ancora accadono e, purtroppo, provocano malattie particolarmente gravi. Quando ciò succede, si tratta di individuare chi doveva controllare preliminarmente le sacche di sangue, per verificare che non fossero infette. Da alcuni anni, la responsabilità di verificare le sostanze ematiche destinate alle trasfusioni è stata attribuita al ministero della Salute. Così non dovrebbe essere l’ospedale ad occuparsene: una volta che ha ricevuto il sangue dagli appositi centri trasfusionali autorizzati, si presume che esso sia sano. 

Fin qui, sembrerebbe di capire che l’ospedale non risarcisce il danno da emotrasfusione perché è estraneo alla vicenda: ma non è affatto così. La responsabilità del ministero della Salute, e dunque dello Stato, non esclude quella della struttura ospedaliera, ma si aggiunge ad essa, perché il paziente quando si è ricoverato ha concluso un vero e proprio «contratto di spedalità» (così lo chiamano i giudici) e, proprio in virtù di esso, l’ospedale è tenuto a risarcire i danni provocati dall’inadempimento alle prestazioni sanitarie che era obbligato a fornire. 

Questo importante principio è stato ribadito di recente dalla Corte di Cassazione [1]: una nuova sentenza afferma che l’ospedale non deve limitarsi a fornire la prestazione medica «principale», cioè l’esecuzione di interventi e di cure, ma deve anche garantire una serie di obblighi di protezione del paziente, che sono ugualmente importanti e, se violati, fanno sorgere il diritto al pieno risarcimento dei danni. 

Quali malattie si trasmettono con le trasfusioni di sangue? 

Il rischio di trasmissione di malattie tramite la somministrazione di sangue «è antico quanto la necessità delle trasfusioni»: lo ha affermato diversi anni fa la Corte di Cassazione a Sezioni Unite [2] e questo concetto è ormai assodato. Le malattie trasmissibili con le trasfusioni di sangue, o dei suoi componenti e derivati, sono svariate e tutte molto gravi: si va dall’infezione Hiv (sindrome da immunodeficienza acquisita), da cui può derivare l’Aids, sino alla sifilide e a diverse forme di epatite acuta e cronica, come la B e la C.

La possibilità di prendersi queste malattie attraverso le trasfusioni di sangue è nota da decenni ed oggi è ampiamente riconosciuta dalla comunità scientifica e dalla giurisprudenza. Questo significa che il paziente dovrà dimostrare solo l’avvenuta insorgenza dell’infezione nel suo specifico caso, e la sua riconducibilità ad una emotrasfusione praticata in un determinato ospedale. 

Risarcimento danni da emotrasfusione: a chi spetta? 

Se per effetto della trasfusione di sangue, o di suoi componenti (come plasma, piastrine e globuli) e farmaci derivati, è insorta nel paziente un’infezione, occorrerà formulare una diagnosi medica della patologia, comprovata dai necessari esami clinici. Il danneggiato principale è il paziente al quale è stato somministrato il sangue infetto. Una perizia medico-legale chiarirà il nesso causale tra la trasfusione avvenuta e la patologia insorta in conseguenza di essa, escludendo la concomitanza di altri fattori.

Se il paziente è deceduto, la legittimazione ad agire si trasferisce ai suoi prossimi congiunti ed eredi, che potranno far valere anche i danni propri, a partire dal danno morale consistente nella sofferenza interiore provocata dalla morte del loro caro.  

Se l’infezione ha contagiato i familiari del paziente infetto (come il coniuge con cui vi sono stati rapporti sessuali, o i figli ai quali la patologia si è trasmessa durante la gravidanza) anch’essi potranno chiedere il risarcimento dei danni personali, che trovano la loro origine sempre in quella trasfusione. Il risarcimento spetta anche agli operatori sanitari che hanno contratto l’infezione durante il servizio, venendo a contatto con le sostanze infette. 

Danni da emotrasfusione: a chi chiedere il risarcimento? 

La responsabilità per i danni da trasfusione di sangue infetto può essere attribuita: 

  • al ministero della Salute, per il mancato  controllo sulla raccolta e sulla distribuzione del sangue ai vari centri trasfusionali ospedalieri autorizzati a somministrarlo. È una responsabilità extracontrattuale per fatto illecito [3]; 
  • all’ospedale o alla diversa struttura sanitaria (clinica, casa di cura, ecc.) che ha somministrato il sangue o gli emoderivati infetti, provenienti dal proprio centro trasfusionale interno o da quello esterno al quale si appoggiano. Questa è una responsabilità contrattuale per inadempimento [4]; 
  • alla casa farmaceutica che ha prodotto gli emoderivati o all’impresa commerciale che li ha importati in Italia. Questi soggetti rispondono, a titolo extracontrattuale, per lo svolgimento di un’attività considerata per sua natura pericolosa [5]. 

Le due forme di responsabilità, quella extracontrattuale e quella contrattuale, non sono alternative ma possono concorrere, come ha sancito la Suprema Corte nella sentenza che abbiamo menzionato all’inizio: perciò, il danneggiato potrà citare in giudizio sia il ministero della Salute sia l’ospedale presso il quale è avvenuta la trasfusione infetta.  

I medici che operano nell’ospedale, invece, sono responsabili dell’illecito e, dunque, dei danni soltanto se hanno omesso di controllare, prima di somministrare la trasfusione, i dati identificativi delle sacche di sangue e, in particolare, la dicitura di esito negativo ai controlli sierologici obbligatori. 

Danni da emotrasfusione: come farsi risarcire?

Tieni presente che l’azione di risarcimento danni da emotrasfusione non è proponibile senza limiti di tempo, ma soggiace ad un termine di prescrizione che è:

  • di cinque anni nei confronti del ministero della Salute e delle aziende farmaceutiche, perché questi soggetti rispondono a titolo di responsabilità extracontrattuale;
  • di dieci anni per gli ospedali e le altre strutture sanitarie che devono risarcire per l’inadempimento delle prestazioni stabilite nel contratto di ricovero.

Il termine inizia a decorrere non dal momento di esecuzione della trasfusione, ma da quello in cui appaiono le manifestazioni tipiche della malattia, perché solo a quel punto il diritto leso può essere «fatto valere» [4]. Siccome la maggior parte delle patologie sono a lenta insorgenza, questo consente di spostare avanti di parecchi anni il termine utile per esercitare l’azione risarcitoria.

L’altra faccia della medaglia consiste nel fatto che queste patologie, cosiddette “lungo-latenti”, rendono più difficile la prova della loro riconducibilità ad una trasfusione avvenuta con sangue infetto; ma la giurisprudenza ammette il ricorso a presunzioni. La Cassazione afferma che, in questi casi, dovrà essere l’ospedale a dimostrare di aver rispettato tutte le regole sulla prevenzione dei contagi e, in particolare, sulla tracciabilità del sangue o degli emoderivati utilizzati sul paziente. Per maggiori dettagli su questi aspetti leggi l’articolo “Danni da emotrasfusione: come farsi risarcire?“.


note

[1] Cass. sent. n. sentenza 18813 del 02.07.2021.

[2] Cass. SU. sent. n. 581 del 11.01.2008.

[3] Art. 2043 Cod. civ.

[4] Art. 1218 e art. 1228 Cod. civ.

[5] Art. 2050 Cod. civ.

[6] Art. 2935 Cod. civ.


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