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Retribuzione non pagata: che fare? 

8 Luglio 2021 | Autore:
Retribuzione non pagata: che fare? 

Come recuperare gli stipendi non corrisposti e le altre voci retributive spettanti: quali sono gli strumenti di tutela del lavoratore? 

Il tuo datore di lavoro è in ritardo nel darti lo stipendio e non ti fornisce spiegazioni sui motivi. Certo è che non ti sta pagando nei termini previsti; probabilmente, non vuole farlo, o forse non può. Tu però hai lavorato e hai diritto a ricevere quanto ti spetta. La domanda che sorge in questi casi è: che fare se la retribuzione non viene pagata? 

Il mancato pagamento dello stipendio e delle altre indennità dovute mette in crisi il lavoratore e la sua famiglia, perché quei soldi sono quasi sempre indispensabili al suo sostentamento e necessari per provvedere a tutte le esigenze di vita. Il diritto alla retribuzione è riconosciuto dalla Costituzione [1], la quale prevede che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». 

Al di là dei principi generali, devi sapere che la legge offre ai lavoratori dipendenti diversi strumenti di tutela, molto più rapidi ed efficaci rispetto all’instaurazione di una causa civile ordinaria. Vediamo quindi cosa può fare il lavoratore per ottenere la retribuzione non pagata.

Retribuzione: quando e come va pagata?

La retribuzione è il corrispettivo per il lavoro svolto. Il suo ammontare è fissato nel contratto di lavoro individuale, entro i parametri stabiliti dalla contrattazione collettiva nazionale per ciascuna categoria, che non possono essere sforati al ribasso.

Lo stipendio deve essere pagato nei termini previsti dal contratto di lavoro. Di solito, la scadenza è mensile; per alcuni tipi di contratto può essere settimanale o giornaliera [2]. Le tempistiche di pagamento più ricorrenti prevedono che la retribuzione debba essere versata entro il giorno 27 del mese.

L’importo della retribuzione viene indicato nella busta paga (chiamata anche cedolino) che il datore è obbligato a consegnare al dipendente. Questo documento indica anche l’ammontare delle trattenute fiscali e previdenziali operate. Dal 2018, tutte le retribuzioni devono essere pagate con strumenti tracciabili, come l’accredito sul conto corrente del lavoratore o sulla sua carta prepagata o con un assegno bancario o postale; i versamenti in contanti sono ammessi, in via eccezionale, solo per poche categorie di dipendenti, come baby sitter, badanti e colf.

Il diritto a percepire le retribuzioni non corrisposte si prescrive in cinque anni, che decorrono dal momento della cessazione del rapporto di lavoro (leggi: “Prescrizione arretrati da lavoro dipendente”).

Retribuzione non corrisposta: cosa fare?

Se non hai ricevuto il pagamento dello stipendio, o delle altre voci retributive che ti spettano, entro il termine previsto dal contratto di lavoro, e le richieste bonarie non hanno avuto esito, per prima cosa devi inviare un sollecito scritto al tuo datore di lavoro, richiedendogli di versarti prontamente il dovuto. A questo link trovi un modulo per mancato pagamento stipendio 

In questa fase, è preferibile farsi assistere da un avvocato, perché, se il sollecito resterà inadempiuto, il legale invierà al datore di lavoro una lettera di diffida ad adempiere, mettendo in mora il debitore e intimandogli di pagare le somme entro un brevissimo termine, ad esempio 15 giorni. 

Se, nonostante la diffida ricevuta, il datore di lavoro si ostina a non pagare, si potrà proporre- sempre con l’assistenza di un avvocato- un ricorso al giudice del lavoro per ottenere un decreto ingiuntivo, cioè un ordine di pagamento delle voci retributive spettanti al dipendente. 

Il decreto ingiuntivo viene emesso quando ci sono prove scritte dell’esistenza del credito: nel nostro caso, si tratterà del contratto di lavoro e delle buste paga ricevute mensilmente. Una volta ottenuto il decreto ingiuntivo, il datore avrà 40 giorni di tempo per pagare o per proporre opposizione motivata. 

Se il datore non paga e non si oppone, il decreto diventerà esecutivo e potrà essere utilizzato per promuovere l’esecuzione forzata sul patrimonio del datore di lavoro, ad esempio pignorando i beni e i conti correnti dell’azienda. Quando il debitore è insolvente, ad esempio perché è sulla via del fallimento, il lavoratore si potrà rivolgere al Fondo di garanzia dell’Inps per ottenere le ultime mensilità dovutegli ed il trattamento di fine rapporto (Tfr). 

In alternativa a questo percorso giudiziale, c’è la possibilità di tentare la conciliazione presso l’Ispettorato del Lavoro per recuperare i crediti retributivi non pagati. Questo tentativo viene praticato quando esiste ancora un rapporto di fiducia tra il dipendente e l’azienda. Negli incontri tenuti presso la sede territoriale competente dell’Ispettorato potrà raggiungersi una soluzione conciliativa: in tal caso, l’accordo sarà consacrato in un verbale che varrà come titolo esecutivo e, dunque, in assenza di pagamento spontaneo, consentirà il pignoramento dei beni. 

La prova del rapporto di lavoro subordinato 

La legge [3] definisce «prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore». Gli elementi fondanti di questo rapporto di lavoro sono, quindi, la prestazione di lavoro dipendente che fa sorgere il diritto alla retribuzione, che è il corrispettivo per le attività svolte in favore del datore di lavoro.

Qui, però, può scattare una tagliola: la giurisprudenza afferma che chi chiede il pagamento di crediti retributivi mediante gli strumenti che ti abbiamo descritto è tenuto a provare che il rapporto di lavoro è subordinato, e non di tipo autonomo. Questo principio è stato ribadito di recente dalla Corte di Cassazione in una nuova ordinanza [4].

Secondo la Suprema Corte, la prova dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato richiede l’accertamento di un potere di direzione esercitato dal datore di lavoro sulle attività del dipendente, che non è in grado di organizzare autonomamente le modalità di svolgimento delle prestazioni ma deve rispettare i vincoli di sede, di orario e di modalità impartiti dal titolare dell’azienda o dai suoi preposti.

Il Collegio afferma che «l’elemento essenziale di differenziazione tra lavoro autonomo e subordinato consiste nel vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, da ricercare in base a un accertamento esclusivamente compiuto sulle concrete modalità di svolgimento della prestazione». D’altronde, i giudici di piazza Cavour riconoscono che tra gli indici di subordinazione rientrano anche la retribuzione fissa mensile e l’orario di lavoro predeterminato. In concreto, quindi, basterà provare l’esistenza di queste due fondamentali circostanze e di essere in grado di dimostrare, in caso di contestazioni, gli altri elementi in cui si è manifestato il potere gerarchico e direzionale del datore di lavoro.

Per altre informazioni leggi anche l’articolo “Mancata retribuzione: cosa fare?” e se hai dei dubbi sul trattamento economico che ti spetta consulta la nostra “Guida completa alla retribuzione“.

 


note

[1] Art. 36 Cost.

[2] Art. 2099 Cod. civ.

[3] Art. 2094 Cod. civ.

[4] Cass. ord. n. 18943 del 05.07.2021.


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