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Licenziamento lavoratrice madre per chiusura reparto

8 Luglio 2021
Licenziamento lavoratrice madre per chiusura reparto

Il divieto di licenziamento della donna incinta o con un figlio con meno di 1 anno opera anche in caso di cessazione del ramo d’azienda o di chiusura parziale?

La Cassazione ha di recente affrontato il tema del licenziamento della lavoratrice madre per chiusura reparto stabilendo se l’atto di risoluzione del rapporto di lavoro, in ipotesi del genere, è legittimo o meno. Per noi è l’occasione per rivedere il funzionamento di tale tutela e per stabilire quali sono i diritti della lavoratrice madre. Ma procediamo con ordine.

Divieto di licenziamento lavoratrice madre

Prima di affrontare specificamente il tema del licenziamento della lavoratrice madre per chiusura reparto è bene ribadire cosa prevede la disciplina generale.

La legge pone il divieto di licenziare la donna incinta. Il divieto di licenziamento parte dall’inizio della gravidanza (che si suppone avvenuta 300 giorni prima della data presunta del parto indicata nel certificato di gravidanza) e sino al compimento di 1 anno di età del bambino. 

Il divieto si estende anche al padre lavoratore che fruisce del congedo di paternità, per tutta la durata del congedo e fino al compimento di 1 anno di età del bambino.

Il licenziamento intimato durante tale periodo è nullo.

Quando è possibile il licenziamento della lavoratrice madre?

Il licenziamento durante il periodo protetto è consentito solo nei seguenti casi eccezionali:

  • colpa grave della lavoratrice: non si deve trattare di uno dei motivi che consentono il licenziamento per giustificato motivo soggettivo o giusta causa, ma di una colpa specifica diversa, per gravità, da quella prevista per i generici casi d’inadempimento [1] (si pensi all’ipotesi della lavoratrice che non va a lavorare e non invia un certificato medico);
  • cessazione dell’attività aziendale: come chiarito dalla Cassazione [2], il licenziamento è giustificato solo in presenza della cessazione totale dell’attività aziendale e non nell’ipotesi di cessazione del ramo d’azienda alla quale la lavoratrice è addetta;
  • scadenza del contratto a termine oppure ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice era stata assunta;
  • esito negativo della prova.

Secondo la Cassazione [3], è illegittimo il licenziamento motivato da ragioni di ristrutturazione produttivo-organizzativa in quanto non costituenti un’ipotesi di cessazione dell’attività d’azienda.

Chiusura reparto e licenziamento lavoratrice madre

Si è detto che solo la cessazione totale dell’attività aziendale consente il licenziamento della lavoratrice incinta o madre. È esclusa la cessazione del ramo d’azienda. La Cassazione si è trovata a giudicare se la chiusura del reparto possa essere equiparata alla cessazione totale dell’attività e, quindi, consenta (o meno) il licenziamento. La risposta però è stata negativa [4].

Sebbene in passato non siano mancate sentenze [5] che abbiano ritenuto legittimo il licenziamento anche in caso di soppressione del ramo o del reparto del tutto autonomo, il principio da ultimo sposato dalla Suprema Corte è opposto. E, dunque, «in tema di tutela della lavoratrice madre, la deroga al divieto di licenziamento opera solo in caso di cessazione dell’intera attività aziendale». Tale locuzione «non può essere applicata in via estensiva od analogica alle ipotesi di cessazione dell’attività di un singolo reparto dell’azienda, anche se dotato di autonomia funzionale».

Con questa pronuncia risulta, ulteriormente, rafforzato il principio generale di divieto di licenziamento della lavoratrice madre contenuto nella legge [6], unitamente a quello di tassatività dei casi di deroga al divieto di recesso. 

Resta come deroga solo la chiusura dell’intera attività aziendale e non già la parziale chiusura aziendale o la cessazione dell’attività di un singolo reparto dell’azienda anche se dotato di autonomia funzionale, o, ancora, la cessazione del ramo d’azienda, per il quale, quindi, continua a rimanere operativo il divieto di licenziamento della lavoratrice madre.


note

[1] Cass. 26 gennaio 2017 n. 2004

[2] Cass. 6 giugno 2018 n. 14515; Cass. 7 febbraio 1992 n. 1334, Cass. 28 settembre 2017 n. 22720; Cass. 31 luglio 2013 n. 18363.

[3] Cass. 3 dicembre 2013 n. 27055.

[4] Cass. ord. n. 13861/21 del 20.05.21. 

[5] Cass. n. 23684/2004.

[6] Art. 54 comma 1, Dlgs. 151/2001


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