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Finanziamento su cessione del quinto

18 maggio 2014


Finanziamento su cessione del quinto

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 maggio 2014



Attenzione ai costi nascosti per le commissioni e le assicurazioni: i prestiti non sono così convenienti come si potrebbe credere.

Come tutti ormai sanno, la “cessione del quinto” è una forma di finanziamento che vede, a fronte di una somma di denaro data in prestito al consumatore, la cessione, da parte di quest’ultimo, alla banca, del quinto del proprio stipendio o della pensione. In particolare, la restituzione del capitale e degli interessi avviene attraverso versamenti diretti, da parte del datore di lavoro o dell’ente pensionistico, con trattenuta in busta paga. Il soggetto finanziatore, inoltre, per assicurarsi l’esatto adempimento della prestazione, fa contrarre al consumatore un’assicurazione per la copertura da rischi di insolvenza (leggi “Cos’è la cessione del quinto dello stipendio”).

Si tratta quindi di un prestito particolarmente sicuro per chi lo concede e che, perciò, dovrebbe essere a buon mercato per il consumatore. Al contrario, i tassi effettivi globali medi annuali rilevati da Bankitalia rivelano che questa forma di finanziamento ha valori molto vicini – a volte addirittura superiori – ai normali prestiti personali praticati dalle banche. E ciò è dovuto, in gran parte, agli oneri addebitati al soggetto finanziato all’inizio del prestito e che riducono enormemente le somme messe a sua disposizione.

Le finanziarie sono solite contrapporre voci di carico economico aggiuntive rispetto agli interessi corrispettivi, come le commissioni finanziarie. Tuttavia, la legittimità di tali oneri è dubbia perché non si comprende bene quali servizi esse vadano a remunerare.

L’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) ha avuto modo, sino ad oggi, di pronunciarsi diverse volte sulla legittimità delle clausole contenute nei finanziamenti su cessione del quinto (leggi “Prestiti e cessioni del quinto: le decisioni dell’ABF”) e, per il momento, non le ha dichiarate illegali, a condizione che, in caso di anticipata estinzione del prestito, vengano restituite “pro quota” al consumatore.

Del resto, il rischio da mancata restituzione del prestito che la banca sopporta è minimo: l’istituto di credito, infatti, fa firmare al consumatore delle polizze contro la perdita del lavoro o la morte, che sono i soli eventi che possono pregiudicare la restituzione del finanziamento. Perciò è difficile da giustificare un Tegm tanto elevato.

Si pensi che, in una decisione sottoposta all’ABF di Napoli, su un finanziamento di trentamila euro, erano stati trattenuti 1.432,45 euro (pari al 4,794% del capitale) a titolo di commissioni bancarie; 3.735,00 euro (il 12,5% del capitale) a titolo di commissioni per l’intermediario; 1.595,00 euro (il 5,337% del capitale) per assicurazioni [1].

In un’altra pronuncia è stato rilevato che, per un finanziamento di circa diecimila euro, le commissioni arrivavano a 2.728,76 euro.

Sul sito dell’Abf potrete trovare diverse centinaia di esempi simili.

L’orientamento dei giudici è quello di riconoscere la restituzione pro-rata della parte di prestito estinta anticipatamente. Però bisogna distinguere tra oneri per la gestione del finanziamento (cosiddetti “recurring”), per i quali il rimborso pro-rata viene garantito; e quelli per la sua costituzione (cosiddetti “up front”), per i quali non è riconosciuto nessun rimborso.

È necessario, quindi, prestare massima attenzione al momento della sottoscrizione del contratto a tutti i costi dovuti all’inizio, perché anche in caso di estinzione anticipata può non essere dovuto nessun rimborso.

In tempi di crisi come questi ultimi, sono più i pensionati a ricevere i finanziamenti con cessione del quinto rispetto ai dipendenti, che infatti sono a rischio di perdere il posto di lavoro.

note

[1] ABF Napoli, decisione n. 1397 del 12.03.2014.

[2] ABF Milano, decisione n. 2103 del 7.04.2014.

Autore immagine: 123rf.com

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