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Smart working: posso contestare la decisione del datore di lavoro?

17 Luglio 2021
Smart working: posso contestare la decisione del datore di lavoro?

Lavoro per un’azienda italiana operante anche all’estero, dove mi trovavo quando è scoppiata la pandemia. Avendo delle patologie, sono stato dichiarato “soggetto fragile” e costretto a restare in Italia e lavorare in remoto. Mi sono vaccinato, ma continuano a non farmi rientrare a lavoro. E’ possibile contrastare la posizione dell’azienda?

Di certo, è possibile contrastare la posizione ostacolante dell’azienda, datrice di lavoro. Per fare ciò, occorre avere contezza delle motivazioni che spingono l’azienda a considerare Lei un soggetto fragile, nonostante il vaccino e la situazione sotto controllo del virus, anche con riguardo alle varianti, sino ad oggi inefficaci contro i vaccini. Tra l’altro, il vaccino Pfizer è considerato tra i più efficienti contro le varianti.

È ovvio che, per contestare la loro decisione, occorre avere in mano una loro risposta ufficiale. In questo modo, si potrà valutare la motivazione addotta dalla datrice di lavoro e comprendere quale strategia giudiziale sostenere.

Ricapitolando, la strada da intraprendere è la seguente:

  • inviare richiesta formale di rientrare in Kazakhstan alla luce dell’intervenuta vaccinazione;
  • attendere la risposta dell’azienda;
  • se negativa, rispondere tramite legale con una diffida ad adempiere ai diritti del lavoratore;
  • nel caso in cui l’azienda non dovesse riscontrare, optare per un’azione giudiziaria davanti al giudice del lavoro.

Se già i primi due punti sono stati percorsi, allora occorrerà inviare una contestazione formale tramite avvocato.

L’azienda, sulla base di quanto scritto nel contratto di lavoro, o nel relativo Ccnl, potrà indicare un rientro a lavoro in Italia, e non più all’estero; ma non potrà, senza giustificazione scientifica, costringerla a lavorare da casa a vita.

La decisione sullo smart working è lasciata ad un accordo comune tra le parti, e non alla decisione arbitraria del datore di lavoro, se non quando giustificata da una normativa nazionale, com’è successo lo scorso anno, nei casi in cui l’azienda non poteva garantire sicurezza e distanziamento.

Ricapitolando, occorre costringere il datore di lavoro a motivare la decisione di negare il rientro a lavoro. Solo così, si potrà valutare se e come fare ricorso al giudice, al fine di far valere i propri diritti di lavoratore. In mancanza, mancherebbe il provvedimento da impugnare.

Ad ogni modo, ad avviso di chi scrive, il solo intervento stragiudiziale dell’avvocato porterebbe l’azienda a riflettere sul da farsi e a richiamarLa in sede, onde evitare il rischio di un’azione legale dispendiosa.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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