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Divorzio congiunto: si può cambiare idea?

9 Luglio 2021
Divorzio congiunto: si può cambiare idea?

Il consenso prestato allo scioglimento del vincolo coniugale non può essere revocato unilateralmente.

Tu e tua moglie avete deciso di lasciarvi di comune accordo. Tra di voi c’è un clima sereno ed entrambi avete voglia di ricominciare una nuova vita. Tuttavia, da qualche tempo a questa parte, stai avendo dei ripensamenti e non sei più sicuro di volere la fine del tuo matrimonio.

In questo articolo parleremo del divorzio congiunto: si può cambiare idea? Secondo la Corte di Cassazione [1], una volta depositata l’istanza da parte dei coniugi, la revoca unilaterale del consenso non comporta l’improcedibilità della domanda. In altre parole, si va comunque avanti e il giudice è tenuto ad accertare la sussistenza dei presupposti per lo scioglimento del vincolo e che le condizioni concordate dalle parti siano conformi all’interesse dei figli. Se l’argomento ti interessa, ti consiglio di non perdere altro tempo e proseguire la lettura.

Cos’è il divorzio congiunto?

Prima di capire se un coniuge può tornare sui propri passi, devi sapere che la legge non parla mai di divorzio, ma di scioglimento del matrimonio civile (celebrato in Comune) e di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario (celebrato in chiesa e trascritto nei registri di stato civile).

Ebbene, il divorzio, quale rimedio definitivo alla crisi coniugale, può essere:

  • congiunto: se marito e moglie raggiungono un accordo sugli aspetti personali ed economici del matrimonio. In tal caso, è possibile presentare un unico ricorso presso il tribunale oppure optare per la negoziazione assistita o la dichiarazione dinanzi al sindaco;
  • giudiziale: in caso di disaccordo, ciascun coniuge può presentare un ricorso in tribunale anche se l’altro è contrario.

Quando si può chiedere il divorzio congiunto?

Il divorzio congiunto (così come quello giudiziale) può essere richiesto nelle seguenti ipotesi previste dalla legge:

  • separazione protrattasi ininterrottamente per almeno 12 mesi (se è giudiziale) o 6 mesi (se è consensuale);
  • mancata consumazione del matrimonio;
  • rettificazione del sesso;
  • condanna per reati gravi;
  • annullamento o scioglimento del matrimonio ottenuto all’estero;
  • nuove nozze contratte in un altro Paese.

Come si chiede il divorzio congiunto?

Come già anticipato poc’anzi, per chiedere il divorzio congiunto basta che la coppia presenti un ricorso in tribunale con l’assistenza dei rispettivi avvocati (oppure è possibile farsi assistere da un unico difensore).

Nel ricorso, è necessario indicare:

  • i fatti su cui si basa la domanda;
  • l’eventuale esistenza di figli;
  • l’accordo raggiunto sull’affidamento della prole, sull’assegnazione della casa coniugale, sull’assegno divorzile, ecc.

Successivamente, viene fissata l’udienza di comparizione davanti al presidente del tribunale, il quale deve tentare di conciliare la coppia. Se la comunione spirituale e materiale tra marito e moglie non può essere mantenuta o ricostituita, il giudice emette una sentenza di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili (a seconda che le nozze siano state celebrate in Comune oppure in chiesa). Il provvedimento dovrà poi essere annotato nell’apposito registro, a cura dell’ufficiale di Stato civile.

In alternativa, i coniugi possono divorziare congiuntamente tramite la negoziazione assistita. In pratica, si cerca di raggiungere un accordo bonario con l’aiuto degli avvocati (uno per parte) senza dover andare in udienza. L’accordo perfezionato deve essere firmato e trasmesso all’ufficiale di Stato civile del Comune in cui il matrimonio è stato celebrato.

In presenza di figli minori, incapaci o portatori di handicap grave, l’accordo deve essere trasmesso entro e non oltre 10 giorni al pubblico ministero, il quale può:

  • rilasciare l’autorizzazione;
  • trasmettere una copia, entro 5 giorni, al presidente del tribunale affinché ordini la comparazione dei coniugi.

In assenza di figli, e sempre che non ci siano patti di trasferimento patrimoniale, la coppia potrebbe divorziare recandosi personalmente in Comune per rendere una dichiarazione congiunta dinanzi al sindaco, quale ufficiale di Stato civile.

Divorzio congiunto: si può cambiare idea?

Potrebbe capitare che uno dei due coniugi cambi idea e non voglia più divorziare. Che succede in questi casi? Secondo una recente pronuncia della Corte di Cassazione, l’eventuale revoca del consenso proveniente da una delle parti non giustifica l’arresto della procedura. In altri termini, la causa andrà comunque avanti ed il tribunale sarà chiamato a valutare la sussistenza dei requisiti necessari per il divorzio e, in caso di esito positivo, accertare che le condizioni previste nell’accordo siano conformi alle norme inderogabili ed agli interessi dei figli (se presenti).

A differenza della separazione consensuale, l’accordo posto alla base della domanda di divorzio congiunto riveste natura ricognitiva, con riferimento alla sussistenza dei presupposti per lo scioglimento del vincolo, e negoziale per quanto riguarda la prole e gli aspetti economici.

Pertanto, secondo gli Ermellini, il ripensamento unilaterale è irrilevante, in quanto la domanda di divorzio congiunto è un’iniziativa comune di entrambe le parti.

Quali sono gli effetti del divorzio congiunto?

Una volta ottenuto il divorzio, attraverso una delle modalità viste poc’anzi, i coniugi riacquistano lo stato libero e possono contrarre altre nozze con il rito civile (cioè in Comune). Per sposarsi nuovamente in chiesa, invece, è necessario ottenere una sentenza di nullità del matrimonio da parte del tribunale ecclesiastico.

Inoltre, con il divorzio si verificano i seguenti effetti:

  • la moglie perde il diritto di utilizzare il cognome del marito, salvo i casi in cui venga autorizzata dal tribunale;
  • all’ex coniuge privo di mezzi adeguati (oppure se non può procurarseli per ragioni oggettive) può essere riconosciuto un assegno divorzile, ossia un contributo economico di natura assistenziale;
  • ciascun coniuge perde i diritti successori nei confronti dell’altro.

note

[1] Cass. ord. 19348/2021 del 07.07.2021.

Autore immagine: pixabay.com


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