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Demansionamento al lavoro: quando è giustificato?

10 Luglio 2021 | Autore:
Demansionamento al lavoro: quando è giustificato?

In quali circostanze è accettabile essere costretto a svolgere mansioni inferiori a quelle per cui si è stati assunti? Quando non spetta il risarcimento?

Teoricamente, è vietato. Ma ci sono delle circostanze che lo rendono legittimo. Il demansionamento non è quasi mai un boccone da mandare facilmente giù: ritrovarsi, magari dopo diverso tempo nella stessa azienda, a fare un lavoro di rilievo inferiore rispetto a quello per il quale si è stati assunti risulta quasi sempre antipatico. A meno che a qualcuno stia bene una leggera retrocessione per avere meno responsabilità e meno impegno addosso, purché non gli tocchino lo stipendio. Molte volte, viene visto come un’arma in mano al capo per far pagare al dipendente qualche torto o per metterlo nelle condizioni di dimettersi. E allora, il demansionamento al lavoro quando è giustificato?

Già un po’ di anni fa, il Jobs Act aveva stabilito alcune circostanze in cui affidare al lavoratore delle mansioni inferiori non poteva essere contestato dal diretto interessato. Recentemente, la Cassazione ne ha ricordata un’altra: il demansionamento al lavoro è giustificato se salva il posto al dipendente, cioè se evita il suo licenziamento. Se ne deduce che in un caso come questo (e non solo, come vedremo tra poco) non sarà possibile chiedere un risarcimento. Vediamo.

Demansionamento: cos’è?

Demansionamento significa assegnare ad un lavoratore delle mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto, cioè a quelle che sono indicate nella sua lettera di assunzione. Lo stesso termine viene usato, però, quando ad un dipendente vengono tolte alcune delle sue funzioni o delle attività svolte in precedenza.

Secondo il Codice civile [1], il lavoratore «deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte».

Per il Codice, insomma, non è possibile tornare indietro rispetto al punto di partenza, semmai andare sempre avanti. A meno che, precisa la normativa, le nuove funzioni rientrino nella stessa categoria legale di inquadramento oppure l’assegnazione di mansioni inferiori sia prevista dal contratto collettivo. E se così dovesse essere, cioè se il dipendente si trovasse a fare un passo indietro dal punto di vista operativo, avrebbe comunque diritto a conservare il livello di trattamento e di retribuzione avuto fino a quel momento, «fatta eccezione – aggiunge ancora il Codice civile – per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa». Infine, il lavoratore «non può essere trasferito da un’unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive».

Demansionamento: quando si può fare?

Sulla base di quanto appena detto e di quanto stabilito dal Jobs Act [2], il demansionamento al lavoro è giustificato in alcune situazioni ed entro certi limiti. Come abbiamo visto, infatti, il dipendente non può retrocedere di livello e non può subire un taglio della retribuzione. Anche se i contratti nazionali di categoria e gli accordi tra sindacati e azienda possono accettare il demansionamento in determinati settori produttivi con una conseguente diminuzione dello stipendio.

Questo, ad esempio, può avvenire in alcuni casi specifici come, ad esempio:

  • per acquisire nuove professionalità;
  • per motivi di salute del dipendente, non più in grado di rendere come prima a causa di una malattia;
  • per una particolare richiesta del dipendente, che ha bisogno di conciliare meglio il rapporto tra la vita personale e quella lavorativa;
  • in caso di gravidanza: la dipendente può essere spostata in un altro reparto con mansioni diverse (anche inferiori) che non compromettano le sue condizioni né quelle del nascituro.

Demansionamento a tutela del lavoro

C’è un ulteriore motivo che rende il demansionamento al lavoro giustificato ed è quello che recentemente ha ribadito la Cassazione con l’ordinanza che trovi in fondo a questo articolo, ovvero la salvaguardia del posto di lavoro del dipendente interessato.

Per la Suprema Corte, è legittimo il ridimensionamento delle mansioni di un lavoratore quando si vuole evitare il suo licenziamento, sia che la richiesta di demansionamento arrivi dal datore o dal dipendente stesso. In entrambi i casi, però, ci deve essere un accordo tra le parti e si deve dimostrare che, in mancanza di tale patto, il licenziamento sarebbe stato inevitabile.

In questo contesto, concludono gli Ermellini, non sarebbe possibile pretendere dall’azienda un risarcimento del danno non patrimoniale se non si riuscisse a provare che il demansionamento è stato attuato in grave violazione dei diritti del lavoratore in rapporto alla continuità del comportamento lesivo, alla durata e alla reiterazione del disagio professionale e personale del dipendente.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] D.lgs. n. 81/2015.

[3] Cass. sez. lavoro ord. n. 19522/2021 dell’08.07.2021

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 18 novembre 2020 – 8 luglio 2021, n. 19522

Presidente Berrino – Relatore Patti

Rilevato in fatto che:

  1. con sentenza 28 marzo 2017, la Corte d’appello di Bologna condannava Basell Poliolefine Italia s.r.l. al risarcimento, in favore del dipendente L.F. , per danno da dequalificazione professionale nel periodo dal 1 gennaio 2006 al 1 aprile 2012 in misura di un terzo della retribuzione lorda, oltre rivalutazione ed interessi legali, rigettava nel resto l’appello del lavoratore e integralmente l’appello incidentale della società datrice avverso la sentenza di primo grado, di sua condanna al risarcimento, in favore del predetto, del danno per mancata crescita professionale, individuato nell’impossibilità di accedere ai premi in misura di Euro 1.000,00 a semestre dal gennaio 2006 all’aprile 2012 oltre ad Euro 3.000,00 per il lungo arco di inattività, con reiezione delle domande del lavoratore di risarcimento del danno morale, di adibizione alla qualifica B2 in precedenza acquisita e di indennità sostitutiva delle ferie;
  2. a motivo della decisione, la Corte territoriale escludeva la riconoscibilità della dequalificazione del lavoratore, per essere stato utilizzato in mansioni proprie della qualifica E2 dal 2 aprile 2012, in forza di un patto di dequalificazione accettato dal lavoratore con la lettera 5 aprile 2012, legittimo per conformità all’Accordo integrativo aziendale del 22 novembre 2011 e per la documentata finalità di evitargli la perdita del posto di lavoro;
  3. essa confermava poi, così rigettando l’appello incidentale della datrice, la spettanza al lavoratore del risarcimento del danno da dequalificazione professionale dal 1 gennaio 2006 al 1 aprile 2012, siccome provato il suo mantenimento in una condizione di inattività totale; peraltro, ne riconosceva l’insufficiente liquidazione, incrementandola alla misura suindicata per la valutazione integrata della durata di oltre sei anni del periodo di inattività, della mancata pretesa datoriale di esecuzione del trasferimento dal settore procurement al settore warehouse (relativo ad ambito già esternalizzato, non inerente il suo bagaglio professionale), rifiutato dal lavoratore e dell’assenza di doglianze prima dell’accordo del 5 aprile 2012 tra le parti, in ordine al mutamento di mansioni per il periodo successivo al 1 aprile 2012;
  4. infine, la Corte felsinea ribadiva la prova insufficiente del rivendicato danno non patrimoniale, individuato dal lavoratore in riferimento “alla figura professionale ed alla personalità morale”;
  5. con atto notificato il 28 settembre 2017, il lavoratore ricorreva per cassazione con tre motivi, cui la società resisteva con controricorso contenente ricorso incidentale articolato su due motivi, cui il primo replicava con controricorso;
  6. la società comunicava memoria ai sensi dell’art. 380 bis 1 c.p.c..

Considerato in diritto che:

  1. il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2103, 2113 e 1362 c.c., ed omesso esame di un fatto decisivo, per la ravvisata legittimità di un patto di demansionamento senza alcun limite temporale, contrario all’accordo aziendale 22 novembre 2011 che prevedeva una gestione comune con il sindacato di un percorso di durata triennale in vista di una ricollocazione professionale equivalente, accettato in questa prospettiva dal lavoratore, con esclusione in ogni caso del consenso per effetto dell’azione giudiziale promossa per denunciare il demansionamento subito (primo motivo);
  2. esso è inammissibile;

2.1. il motivo difetta innanzi tutto di specificità, prescritta a pena di inammissibilità dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, sotto il profilo dell’omessa trascrizione (se non in modo marginale, e pertanto inidoneo, rispettivamente: dal quinto al settimo alinea e dal secondo al quarto capoverso di pg. 13 del ricorso) della lettera del lavoratore 5 aprile 2012 e dell’Accordo integrativo aziendale del 22 novembre 2011, da parte del ricorrente che ha denunciato la non condivisa valutazione della Corte territoriale (Cass. 7 giugno 2017, n. 14107; Cass. 5 agosto 2019, n. 20914) in ordine all’esistenza del patto di demansionamento, all’esito della lettura interpretativa dei suindicati documenti;

2.2. d’altro canto, il lavoratore ha formulato tale critica senza neppure enunciare i canoni ermeneutici contrattuali violati, nè tanto meno specificare le ragioni nè il modo in cui si sarebbe realizzata l’asserita violazione (Cass. 22 febbraio 2007, n. 4178; Cass. 21 giugno 2017, n. 15350): essendo l’interpretazione della Corte pure assolutamente plausibile e, in quanto indagine di fatto riservata al giudice di merito congruamente argomentata (per le ragioni esposte in particolare negli ultimi tredici alinea di pg. 3, nei primi quattro e negli ultimi cinque di pg. 4 della sentenza), insindacabile in sede di legittimità; vieppiù, per avere la parte meramente contrapposto la propria interpretazione a quella giudiziale (Cass. 10 maggio 2018, n. 11254), censurandone nella sostanza il risultato interpretativo in sé (Cass. 10 febbraio 2015, n. 2465; Cass. 26 maggio 2016, n. 10891);

2.3. in ogni caso, essa ha esattamente applicato il principio di diritto, consolidato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui è valido il patto di demansionamento che, ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisca al lavoratore mansioni, e conseguente retribuzione, inferiori a quelle per le quali sia stato assunto o che successivamente avesse acquisito, per la prevalenza dell’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 c.c., qualora vi sia il suo consenso, libero e non affetto da vizi della volontà e sussistano le condizioni che avrebbero legittimato il licenziamento in mancanza dell’accordo (Cass. 7 febbraio 2005, n. 2375; Cass. 22 agosto 2006, n. 18269; Cass. 10 settembre 2013, n. 20716; Cass. 12 giugno 2015, n. 12253; Cass. 6 ottobre 2015, n. 19930; Cass. 26 febbraio 2019, n. 5621);

2.4. nel caso di specie, la Corte territoriale ha in fatto accertato la conclusione di un tale patto tra le parti nell’ambito di una crisi aziendale comportante l’esigenza di una riduzione del personale, tradottasi nel solo stabilimento di XXXXXXX ed entro la fine dell’anno 2012 nella cessazione di venti rapporti di lavoro subordinato per prepensionamenti e adesione volontaria alla mobilità, nella ricollocazione di diciannove dipendenti all’interno del medesimo stabilimento e di sette presso quello di Rotterdam (così dal ventesimo al ventinovesimo alinea di pg. 4 della sentenza);

2.5. infine, è irrilevante, siccome non incidente sulla libertà del consenso manifestato, l’omesso esame della sua revoca per effetto dell’azione giudiziale promossa per denunciare il demansionamento subito, pertanto non decisivo nè risultante dedotto nei precedenti gradi, in difetto del paradigma deduttivo prescritto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 11 aprile 2017, n. 9253);

  1. nel rispetto del criterio di pregiudizialità logico-giuridica, la società controricorrente deduce, in via di ricorso incidentale, violazione e falsa applicazione degli artt. 2103 e 2697 c.c., ed omesso esame di un fatto decisivo, per la mancata prova, a carico del lavoratore, della sua dequalificazione dal 1 gennaio 2006 al 1 aprile 2012 per essere stato mantenuto in una condizione di inattività totale, avendo la Corte territoriale erroneamente assunto l’incidenza soltanto sul quantum, e non anche sull’an del demansionamento, delle circostanze che essa aveva dedotto di imputabilità del demansionamento denunciato al rifiuto del lavoratore di prendere servizio presso il magazzino cui era stato destinato e del suo colpevole ritardo nel lamentarsene (dopo sette anni), sintomatico di acquiescenza (primo motivo);
  2. anch’esso è inammissibile;

4.1. non è configurabile il vizio di violazione di legge denunciato, integrato dalla deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge, implicante un problema interpretativo; nel caso di specie, si tratta invece dell’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerente alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, solo sotto l’aspetto del vizio di motivazione (Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155; Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340), ovviamente nei limiti del novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, qui non ricorrente;

4.2. quanto alle risultanze esterne di causa, esse sono state valutate (con particolare riferimento a quelle suindicate dedotte dalla società datrice: illustrate dal quinto all’undicesimo alinea di pg. 6 della sentenza; nessuna peraltro decisiva, proprio per la deduzione plurima, che esclude ex se la portata risolutiva di ciascuna: Cass. 5 luglio 2016, n. 13676; Cass. 28 maggio 2018, n. 13625) non soltanto nella loro incidenza sul quantum e non sull’an del demansionamento, ma pure nel globale apprezzamento delle complessive risultanze acquisite (a pg. 5 della sentenza). Sicché, in esito ad esso la Corte territoriale ha accertato la totale inattività del lavoratore procurata dal datore di lavoro, in particolare in base alla sua mancata reazione disciplinare nè organizzativa al rifiuto del trasferimento e delle nuove mansioni da parte del lavoratore, neppure assegnatario di obiettivi lavorativi, nè destinatario di schede valutative: così compiendo una “valutazione integrata degli elementi probatori” (al quart’ultimo alinea di pg. 5 della sentenza) scrutinati, traendone la prova dell’inattività del periodo di dequalificazione in questione;

4.3. la Corte bolognese ha pertanto esattamente applicato la regola di ripartizione dell’onere probatorio, a norma dell’art. 2697 c.c., non invertito se non quando il giudice lo abbia attribuito ad una parte diversa da quella onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (Cass. 17 giugno 2013, n. 15107; Cass. 29 maggio 2018, n. 13395);

4.4. sicché, nella sostanza, il motivo si risolve in una contestazione della valutazione probatoria e dell’accertamento in fatto della Corte d’appello, insindacabili in sede di legittimità, siccome sostenuti da argomentazione congrua per le ragioni dette;

  1. la stessa ricorrente incidentale deduce quindi la violazione e falsa applicazione degli artt. 2103 e 1227 c.c., e l’omesso esame di un fatto decisivo, per non avere la Corte territoriale tenuto conto delle circostanze che essa aveva dedotto, ancorché ritenute incidenti soltanto (non già sull’an, ma) sul quantum del danno da demansionamento: di rifiuto del lavoratore di prendere servizio nel nuovo ufficio di destinazione e colpevolmente in ritardo nel lamentare la dequalificazione, tali da configurare un suo concorso colposo nella causazione del danno alla professionalità (secondo motivo);
  2. il ricorrente principale deduce invece la violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2056, 2087, 2103 e 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., per la non adeguata motivazione della rideterminazione in via equitativa del medesimo danno, senza tener conto della gravosità e durata della completa inattività lavorativa, secondo i criteri ordinariamente indicati dalla giurisprudenza di legittimità (secondo motivo);
  3. i due motivi, congiuntamente esaminabili, per ragioni di stretta connessione, sono infondati;

7.1. è noto, in punto di diritto, che in tema di liquidazione equitativa del danno da demansionamento, sia sindacabile in sede di legittimità, come violazione dell’art. 1226 c.c., e, nel contempo, come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, la valutazione del giudice di merito che non abbia indicato, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui abbia basato la sua decisione in ordine al quantum (Cass. 20 giugno 2019, n. 16595); potendo, d’altro canto, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, desumere l’esistenza del danno da dequalificazione professionale, di natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto (Cass. 19 settembre 2014, n. 19778);

7.2. alla luce dei suenunciati principi, la Corte territoriale ha proceduto, con argomentazione congrua, esente da vizi logici e giuridici, alla liquidazione del danno da professionalità per demansionamento, sulla base della totale inattività del lavoratore nel periodo in oggetto, pur tenuto conto delle circostanze prospettate dalla società datrice, incidenti sul quantum del demansionamento, in relazione alla sua durata senza che la stessa “abbia mai preteso l’esecuzione della disposizione di trasferimento che il sig. L. aveva rifiutato” nè che “quest’ultimo… abbia mai lamentato alcunché prima dell’accordo perfezionato tra le parti in data 5 aprile 2012” (ragioni illustrate al secondo capoverso di pg. 6 della sentenza);

7.3. non è, infine, configurabile il vizio motivo (mascherato dalla formulazione di violazione di norme di legge, in realtà insussistente per le ragioni illustrate sub punto 4.1.) dedotto dal ricorrente in via principale di insufficienza di motivazione alla luce del novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 11 aprile 2017, n. 9253), avendo poi la Corte esaminato, come detto, le circostanze di cui la ricorrente incidentale lamenta l’omesso esame, neppure peraltro integrante fatto decisivo, per quanto sopra ritenuto e comunque da scrutinare in concorso con gli altri elementi alla base della liquidazione equitativa del danno;

  1. il ricorrente principale deduce infine violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2056, 2087, 2103 e 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., per la negazione, in difetto di sufficiente prova, del danno morale, invece riscontrato dalle circostanze della dequalificazione, come anche conosciute all’interno e all’esterno dell’azienda, con i conseguenti riflessi sulla personalità del lavoratore, sulle sue abitudini di vita e sulla salute, non essendo poi state valorizzate la circostanza dell’assunzione di un collega nel settore procurement, cui in precedenza era stato adibito il primo, evidentemente discriminato nella sua professionalità e neppure quella del mancato godimento di ferie (terzo motivo);
  2. anch’esso è infondato;

9.1. in tema di dequalificazione professionale, è risarcibile il danno non patrimoniale ogni qual volta si verifichi una grave violazione dei diritti del lavoratore, che costituiscono oggetto di tutela costituzionale, da accertare in base alla persistenza del comportamento lesivo, alla durata e reiterazione delle situazioni di disagio professionale e personale, all’inerzia del datore di lavoro rispetto alle istanze del prestatore di lavoro, anche a prescindere da uno specifico intento di declassarlo o di svilirne i compiti (Cass. s.u. 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass. 20 aprile 2018, n. 9901);

9.2. la relativa prova spetta al lavoratore, il quale tuttavia non deve necessariamente fornirla per testimoni, potendo anche allegare elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, quali, ad esempio, la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, la natura e il tipo della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento o la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione (Cass. 15 ottobre 2018, n. 25743; Cass. 3 gennaio 2019, n. 21; Cass. 2 ottobre 2019, n. 24585);

9.3. ebbene, la Corte territoriale ha esattamente applicato i principi di diritto di individuazione del danno non patrimoniale risarcibile (all’ultimo capoverso, primi otto alinea di pg. 6 della sentenza), avendo escluso che il lavoratore abbia offerto, come suo onere, una prova pertinente: e ciò sulla base di un argomentato ragionamento motivo (ai primi dodici alinea di pg. 7 della sentenza); sicché, la contestazione di un tale ragionamento probatorio non può trovare spazio in sede di legittimità;

  1. per le suesposte ragioni entrambi i ricorsi principale e incidentale devono essere rigettati, con la compensazione delle spese di giudizio tra le parti e raddoppio del contributo unificato, ove spettante nella ricorrenza dei presupposti processuali (conformemente alle indicazioni di Cass. s.u. 20 settembre 2019, n. 23535).

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi principale e incidentale e dichiara interamente compensate tra le parti le spese del giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale e incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.


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