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Accrediti in banca e accertamento fiscale

15 Luglio 2021
Accrediti in banca e accertamento fiscale

Controlli bancari dell’Agenzia delle Entrate: come difendersi e come giustificare i bonifici sul conto corrente. 

Quante possibilità ci sono di subire un accertamento fiscale per accrediti in banca? Innanzitutto, il rischio sussiste, almeno in astratto, solo quando l’Agenzia delle Entrate non trovi riportati tali accrediti nella dichiarazione dei redditi del contribuente. L’ufficio delle imposte vorrà infatti – giustamente – sapere a che titolo sono pervenute dette somme sul conto corrente del contribuente e perché di esse questi non ne ha fatto apposita “denuncia”.

C’è poi una seconda questione da affrontare, di natura però prettamente pratica: l’Agenzia delle Entrate non può controllare tutti i contribuenti. Per quanto l’Anagrafe Tributaria – e, in particolare, il Registro delle operazioni finanziarie – le consenta di conoscere la situazione patrimoniale e finanziaria di ogni cittadino italiano, di certo qualcuno sfuggirà alle maglie dei controlli. E questo “qualcuno” di norma è il pesce piccolo. Anche se non esiste un limite di valore al di sotto del quale è da escludere l’accertamento fiscale per accrediti in banca, è ragionevole ritenere che, per poche centinaia di euro, versate una tantum, non scatti alcun controllo. Si tratta però di una valutazione statistica e presuntiva: nulla esclude il contrario.

La legge – in particolare il Testo Unico sulle Imposte sui Redditi [1] – stabilisce che tutti gli accrediti sul conto corrente, siano essi derivanti da versamenti di contanti o da da bonifici ricevuti da terzi (con esclusione quindi dei «giroconti»), si presumono essere «redditi» e, quindi, somme tassabili. Sempre che il contribuente non dia dimostrazione del contrario.

Sono queste le conclusioni a cui è più volte giunta la giurisprudenza e, da ultimo, la Corte di Cassazione [2].

Ma in cosa consiste la prova contraria che deve fornire il correntista per difendersi dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate?

Un esempio pratico servirà a comprendere come funziona questo banale meccanismo.

Immaginiamo che Luigi riceva, sul proprio conto corrente, un bonifico di cinquemila euro da un amico. In realtà, l’amico è il partner di Luigi che, vedendo quest’ultimo in grosse difficoltà finanziarie, decide di aiutarlo e fargli un regalo. Luigi, sapendo che si tratta di una donazione, non fa menzione di ciò al proprio commercialista, il quale pertanto non riporta tale somma nella sua dichiarazione dei redditi.

Un bel giorno, però, l’Agenzia delle Entrate – che tutto può – si accorge che sul conto di Luigi è pervenuta questa somma e, non trovando di essa menzione nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno successivo, presume – e può farlo – che si tratti di redditi in nero: magari del compenso di un lavoro che Luigi ha eseguito senza emettere fattura. Del resto, il funzionario di turno non conosce i rapporti che ci sono tra Luigi e il suo partner: vede solo un bonifico dal conto di una persona a quello di un’altra persona, senza che lo stesso sia stato dichiarato. 

Dicevamo che l’Agenzia delle Entrate può ritenere che tutte le somme, pervenute su un conto corrente a mezzo bonifici o versamenti in contanti, siano reddito sino a prova contraria. 

Luigi così riceve un accertamento fiscale con cui lo si invita a pagare le tasse (e le sanzioni) sui 5mila euro ricevuti dall’amico: spetterà a lui difendersi dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale (il giudice preposto a definire le liti tra contribuenti e amministrazione finanziaria) al fine di giustificarsi. E le uniche giustificazioni che Luigi potrà dare sono due:

  • o questi soldi sono il frutto di redditi esenti da tassazione, come appunto le donazioni, ma anche i rimborsi spese, le vendite di oggetti usati, i risarcimenti del danno;
  • o questi soldi gli sono stati già versati al netto delle imposte (ossia con ritenuta alla fonte), così come succede per le vincite al gioco.

Luigi però non ha considerato questo problema nel momento in cui ha ricevuto la donazione dal compagno. Sicché, non ha alcun documento per dimostrare la sua buona fede. Né l’Agenzia delle Entrate è disposta a credergli sulla parola: necessita di scritti, e neanche di scritti qualsiasi, ma di atti con «data certa» ossia attestata da un pubblico ufficiale (in modo da scongiurare retrodatazioni di documenti di comodo). Ebbene, non avendo Luigi come difendersi sarà costretto a pagare le tasse (e le sanzioni) sulla donazione.

Questo è un tipico esempio di come un ligio contribuente può cadere nella trappola dei controlli bancari solo perché sfornito della malizia necessaria a prevenire le mosse del Fisco. Ed ecco perché è sempre bene conoscere le poche – ma vitali – regole che presiedono gli accertamenti tramite verifica del conto corrente. 

La regola è dunque questa: è lecito l’accertamento a carico del contribuente (professionista, dipendente, imprenditore, pensionato o disoccupato) che ha ricevuto accrediti in banca. Accrediti che, come anticipato, l’Agenzia delle Entrate può rilevare, in tempo “quasi reale” tramite l’anagrafe tributaria (un database alimentato dalle stesse informazioni fornite dalle banche).

Questo ragionamento vale però solo per gli accrediti sul conto corrente e non per i prelievi, che invece sono liberi e che possono essere effettuati senza timori di controlli o di successive richieste di spiegazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate. 

Per chi non ha prove scritte sufficienti a giustificare gli accrediti sul conto non resta che sperare nel tempo, che tutto cura e tutto guarisce: l’Agenzia delle Entrate, infatti, ha solo cinque anni (dall’anno in cui i redditi andavano indicati nella dichiarazione dei redditi) per spiccare un accertamento fiscale. Scaduto tale termine il contribuente può tornare a dormire sonni tranquilli. 

Torniamo al nostro amico Luigi. Come farà per salvarsi dai controlli? L’unica cosa che può fare è agire in anticipo e stipulare un atto di donazione e registrarlo all’Agenzia delle Entrate, in modo che esso abbia una data certa e il fisco non possa dopo dire che è strumentale. Oppure dovrebbe farsi consegnare contanti e spenderli poco alla volta.


note

[1] Art. 32, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 600 del 1973.

[2] Cass. sent. n. 19885/21 del 13.07.2021. Il ragionamento con il quale gli Ermellini hanno dato ragione al fisco parte dalla considerazione per cui in tema d’imposte sui redditi, la presunzione legale (relativa) della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari, giusta l’art. 32, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 600 del 1973, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti, come si ricava dal successivo art. 38, riguardante l’accertamento dei reddito complessivo delle persone fisiche, che rinvia allo stesso art. 32, primo comma, n. 2; tuttavia, all’esito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 dei 2014, solo le operazioni bancarie di prelevamento hanno valore presuntivo nei confronti dei titolari di reddito di impresa, mentre quelle di versamento nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l’efficacia, dimostrando che le stesse sono già incluse nel reddito soggetto ad imposta o sono irrilevanti.

Autore immagine: depositphotos.com


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