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Come contestare l’accertamento fiscale con una perizia

16 Luglio 2021 | Autore:
Come contestare l’accertamento fiscale con una perizia

Quando una consulenza tecnica contabile riesce a smontare la pretesa fiscale, dimostrando che i movimenti sul conto corrente sono legittimi e giustificati. 

Con le tasse non si scherza: le regole dell’accertamento fiscale sono molto invasive e severe. Il caso più frequente è quello dell’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate basato sull’analisi dei movimenti di conto corrente. Se leggi abitualmente i nostri articoli sai già che tocca al contribuente giustificare le operazioni bancarie una per una, altrimenti il Fisco presume che quei versamenti e prelievi siano stati sottratti a tassazione e li recupererà. Se ciò accade, c’è un’arma molto utile per difendersi: è la consulenza tecnica che riesce ad attestare la legittima provenienza, o destinazione, delle somme oggetto delle operazioni bancarie; proprio quelle che l’Agenzia delle Entrate aveva preso a base per ricostruire il reddito imponibile del soggetto verificato ma che adesso trovano una diversa e plausibile spiegazione, favorevole al contribuente accertato.

Vediamo quindi come contestare l’accertamento fiscale con una perizia, che per essere convincente dovrà essere redatta da un professionista qualificato e svolgersi in maniera analitica e puntuale. Un piccolo imprenditore, commerciante, artigiano o professionista può trovarsi disorientato nel tentativo di ricostruire una serie di movimenti bancari, soprattutto se risalenti a parecchi anni prima (l’Agenzia delle Entrate può accertare fino a cinque anni indietro e arrivare a sette anni in caso di omessa dichiarazione). Se il contribuente non riesce a raccapezzarsi e a far fronte alle stringenti richieste dei funzionari dell’Amministrazione, che gli chiedono conto di ogni operazione, la cosa migliore da fare è quella di affidarsi ad un esperto di contabilità e di tecnica bancaria, per ricostruire i movimenti, inquadrarli nella serie di operazioni economiche svolte ed attribuirgli una giustificazione fiscale, dimostrando che sono stati regolarmente dichiarati ed avevano già scontato l’imposta dovuta, oppure che sono esenti da tassazione. 

Questo metodo è stato ritenuto valido anche dalla Corte di Cassazione, che con una nuova ordinanza [1] ha affermato che la perizia giurata può invalidare l’accertamento fiscale fondato sulle movimentazioni “sospette” dei conti correnti bancari del contribuente, se è in grado di attestare in modo inequivoco la provenienza e la destinazione dei versamenti e dei prelievi effettuati. 

Accertamento fiscale sui conti correnti: come funziona?

L’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza possono conoscere ogni operazione effettuata sui conti correnti dei contribuenti semplicemente consultando l’Anagrafe tributaria, che contiene il registro informatizzato dei rapporti bancari di ciascun contribuente, con le relative movimentazioni, comprese quelle effettuate con carte di credito o di debito, come il bancomat. Per ottenere i dati da utilizzare per i controlli è sufficiente l‘autorizzazione alle indagini bancarie, un provvedimento amministrativo emesso dal dirigente dell’ufficio. 

Versamenti e prelievi nel mirino del Fisco

La legge sulle imposte sui redditi [2] e sull’Iva [3] consente di basare gli accertamenti fiscali sui dati ottenuti dalle banche e dagli altri intermediari finanziari, come le Poste italiane, e in particolare: 

  • sui versamenti eseguiti sul conto corrente, sia in contanti sia attraverso bonifici; queste operazioni si presumono redditi imponibili fino a prova contraria, che deve fornire il contribuente; 
  • sui prelievi fatti dal conto corrente da imprenditori commerciali (con esclusione di professionisti, lavoratori autonomi e privati) per oltre 1.000 euro giornalieri o 5.000 euro mensili, che si presumono fatti per investimenti produttivi di redditi non dichiarati. 

Come giustificare le movimentazioni bancarie?

In questi casi, l’Agenzia delle Entrate può procedere alla ricostruzione induttiva o alla rettifica dei redditi imponibili [4], così recuperando a tassazione le somme presuntivamente evase. A quel punto, tocca al contribuente – e potrà farlo già durante il contraddittorio preventivo con i funzionari accertatori – fornire la prova che le movimentazioni del conto corrente sono state già dichiarate e, dunque, assoggettate a tassazione, oppure non si riferiscono ad operazioni imponibili in quanto già sottoposte a ritenuta fiscale alla fonte o esenti (come le donazioni di modico valore, le vincite al gioco, ecc.). 

La perizia come prova a favore del contribuente 

Tra i vari modi a disposizione del contribuente per dimostrare la legittimità fiscale delle operazioni bancarie c’è anche quello di depositare all’Agenzia delle Entrate, se l’avviso di accertamento non è stato ancora emanato, o in Commissione tributaria, se è stato proposto ricorso avverso l’atto impositivo, una perizia contabile effettuata da un professionista abilitato, come un dottore commercialista. Per avere maggiore attendibilità e valenza probatoria, dovrà trattarsi di una perizia giurata, cioè munita della dichiarazione solenne resa dal professionista che l’ha redatta e sottoscritta di «aver bene e fedelmente adempiuto all’incarico affidato al solo scopo di far conoscere la verità».

Quando la perizia fa cadere l’accertamento fiscale?

Nel nuovo caso deciso dalla Cassazione al quale ti abbiamo accennato all’inizio [1], l’Agenzia delle Entrate aveva rideterminato il reddito imponibile assoggettando a tassazione una serie di movimenti bancari che apparentemente non erano stati inseriti in contabilità, ma che il contribuente è infine riuscito a giustificare proprio attraverso l’elaborato peritale depositato nel corso del giudizio tributario.  

La perizia ha fornito un’adeguata motivazione per ciascuna delle operazioni contestate dall’Amministrazione, dimostrando la corretta imputazione di quasi tutti i prelievi e la legittima destinazione della maggior parte dei versamenti che erano stati contestati all’imprenditore accertato. 

La Suprema Corte ha rilevato che, a questo punto, non si poteva più parlare di «omessa sottrazione di ricavi conseguiti, correlata agli accertati prelevamenti e versamenti operati sui conti correnti bancari», poiché attraverso la perizia il contribuente aveva dimostrato che tali voci erano state riportate in contabilità e nelle dichiarazioni fiscali.

In particolare, il Collegio ha constatato che «in base alla perizia stragiudiziale depositata era stato in parte provato che i versamenti si riferissero al pagamento di fornitori e i versamenti provenissero sempre da attività d’impresa». Di conseguenza, il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate è stato respinto e l’accertamento di rettifica della base imponibile è stato annullato: in sentenza, si legge che grazie a quella perizia il giudice «ha ritenuto assolto l’onere probatorio gravante sul contribuente circa la destinazione dei prelievi e dei versamenti operati dall’imprenditore sui conti correnti». 

Per ulteriori informazioni leggi anche gli articoli “I movimenti sul conto che fanno scattare i controlli del Fisco” e “Accertamento bancario Agenzia Entrate e controllo del conto: che fare?“.


note

[1] Cass. ord. n. 20132 del 15.07.2021.

[2] Art. 32 D.P.R. n. 600/1973.

[3] Art. 51 D.P.R. n. 633/1972.

[4] Artt. 38, 39, 40 e 41 D.P.R. n. 600/1973.


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