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Chi vende su internet può subire una verifica fiscale? 

17 Luglio 2021 | Autore:
Chi vende su internet può subire una verifica fiscale? 

Gli accertamenti della Finanza e dell’Agenzia delle Entrate sul commercio elettronico: cosa rischia chi ha un negozio online e non dichiara i guadagni?

Il commercio elettronico ha ampliato enormemente le possibilità di vendita. Oggi chiunque può aprire con facilità un negozio online, con il grande vantaggio di dover sostenere costi molto inferiori rispetto alle attività tradizionali che richiedono locali fisici, magazzini e personale. Non c’è nemmeno bisogno di aprire un proprio sito esclusivo: basta appoggiarsi alle più note piattaforme di e-commerce, come Amazon o eBay, per creare una vetrina virtuale, in grado di raggiungere un vasto pubblico. 

Ma chi vende prodotti su Internet può subire una verifica fiscale? Alcuni ingenuamente pensano che la rete garantisca l’anonimato: non è affatto così. Anzi, il Fisco ha affinato gli strumenti proprio per scovare chi svolge abitualmente attività di commercio elettronico. Le vendite fatte sul web non hanno un regime fiscale differente da quelle tradizionali e sono soggette agli stessi obblighi impositivi. Insomma, bisogna avere la partita Iva, dichiarare i proventi e pagarci le tasse, salvo le limitate eccezioni che fra poco ti esporremo. 

Chi non effettua questi adempimenti e comunque, sperando di farla franca, vende su Internet può subire una verifica fiscale ed anche un’ispezione a casa: i Finanzieri o i funzionari dell’Agenzia delle Entrate possono accedere nelle abitazioni che sono utilizzate anche come «locali dell’impresa», per rinvenire e prelevare tutta la documentazione utile, come i computer e i supporti informatici. Recentemente la Corte di Cassazione [1] ha affermato che per fare un’ispezione a chi vende da casa prodotti su Internet è sufficiente l’autorizzazione del pubblico ministero, perché «l’attività imprenditoriale è svolta esclusivamente nell’abitazione del contribuente, che attraverso il web effettua in via professionale la vendita di oggetti». 

L’Agenzia Entrate sa chi vende prodotti online? 

Dal 2019 il “Decreto Crescita” [2] ha introdotto, a carico di tutti gli operatori (italiani e non) che «avvalendosi di piattaforme elettroniche facilitano la vendita di beni già importati o presenti nell’Unione Europea», l’obbligo di trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati di chi effettua vendite a distanza mediante Internet. 

In pratica tutte le piattaforme di e-commerce – quindi i vari marketplace sia nazionali sia esteri che operano online, come Amazon, eBay, Aliexpress – devono inviare periodicamente all’Agenzia delle Entrate i dati dei propri iscritti, italiani o stranieri, che vendono prodotti di qualsiasi genere in Italia.

La comunicazione è telematica, va effettuata con cadenza trimestrale e comprende [3]: 

  • la denominazione o i dati anagrafici completi, incluso il nickname o l’identificativo utilizzato sul portale; 
  • il codice fiscale e l’indirizzo di posta elettronica; 
  • il numero totale delle unità vendute in Italia e i prezzi praticati. 

È facile intuire che analizzando questa sostanziosa banca dati potranno emergere le posizioni di chi vende abitualmente prodotti su Internet realizzando un grosso giro d’affari, ma senza avere la necessaria partita Iva e senza presentare le dichiarazioni fiscali. Incrociando i dati, per i funzionari dell’Agenzia sarà semplice individuare, anche con strumenti automatizzati, chi non ha riportato nella propria dichiarazione dei redditi i ricavi ottenuti con le vendite online. 

Vendite online: adempimenti e tassazione 

La tassazione delle vendite online segue un regime diverso in base alla tipologia del venditore. Come ti abbiamo spiegato in modo approfondito nell’apposito articolo “Vendite su Internet: bisogna dichiararle?“, ci sono essenzialmente tre tipi di venditori: 

  • i venditori episodici, o una tantum, come chi offre in rete i propri oggetti usati, che aveva acquistato tempo prima per uso personale e familiare (un’autovettura usata, vecchi mobili o elettrodomestici, una collezione di fumetti o di dischi, ecc.); qui non ci sono adempimenti fiscali e non è necessario dichiarare i proventi realizzati; 
  • i venditori occasionali, che fanno e-commerce anche solo sporadicamente ma con una certa frequenza, anche solo due o tre volte l’anno (ad esempio partecipando ai mercatini online di prodotti di qualsiasi tipo, dagli alimentari all’oggettistica artigianale): essi devono indicare i guadagni nella dichiarazione dei redditi, ma non sono soggetti Iva e quindi non devono fatturare o emettere scontrino elettronico, né tenere la contabilità; 
  • i venditori abituali, che esercitano stabilmente la loro attività sul web, in modo professionale e organizzato. Costoro devono avere la partita Iva, fatturare tutte le operazioni e dichiarare il reddito d’impresa conseguito, che sarà assoggettato ad Irpef, Irap ed Iva.  

Tieni presente che chi ha un proprio sito Internet dedicato a svolgere commercio elettronico di qualunque tipo di prodotti è considerato, fino a prova contraria, un venditore abituale: è equiparato ad un comune operatore commerciale [4] e perciò non può vendere su Internet senza partita Iva.

Accertamento fiscale ai negozi online: come si svolge

Una volta stabilita l’equiparazione del titolare di un negozio online ad un normale imprenditore commerciale, ne consegue che l’accertamento fiscale si compie attraverso gli ordinari poteri ispettivi e segue le consuete regole di determinazione della base imponibile e delle imposte da versare, senza eccezioni rispetto alle altre categorie di contribuenti.

Se chi svolge l’attività di e-commerce non è munito di partita Iva e non ha presentato le dichiarazioni del reddito d’impresa conseguito, l’Amministrazione finanziaria potrà accertare i ricavi con il metodo induttivo [5],  desumendo «l’esistenza di attività non dichiarate anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti».

Tra queste presunzioni rientrano i versamenti confluiti sui conti correnti bancari ed anche i dati ottenuti dalla documentazione extracontabile del commerciante online, come un qualsiasi elenco o rendiconto, cartaceo o elettronico, dal quale emergono le informazioni sulle vendite effettuate (nomi dei clienti, prodotti forniti, prezzi praticati, date di spedizione della merce, ricezione dei pagamenti, ecc.).

Ad esempio, la Corte di Cassazione [6] ha ritenuto validi, come prova dei ricavi conseguiti e non dichiarati, i files in Excel trovati sul computer del commerciante ispezionato, e che avevano trovato riscontro nelle movimentazioni bancarie. E, come ti abbiamo anticipato all’inizio, quando il venditore abituale sul web non ha nessun locale d’impresa o negozio fisico ma semplicemente esercita la sua attività da casa, è consentito dalla legge [7] l’accesso dei funzionari dell’Amministrazione nell’abitazione, con l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica. Per maggiori dettagli leggi “Negozio online: come il Fisco scopre i ricavi in nero“. 


note

[1] Cass. ord. n. 20133 del 15.07.2021.

[2] Art. 13, co.1, D.L. n.34/2019.

[3] Agenzia Entrate, Circ. n. 13/E del 01.06.2020.

[4] Art. 55 D.P.R. n.917/1986.

[5] Art. 39, co. 1, lett. d) D.P.R. n. 600/1973.

[6] Cass. ord. n. 2853 del 05.02.2021.

[7] Art. 52 D.P.R. n.633/1972.


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