Diritto e Fisco | Articoli

Se mi licenzio per motivi di studio mi spetta la disoccupazione?

20 Luglio 2021
Se mi licenzio per motivi di studio mi spetta la disoccupazione?

Quali sono le dimissioni per giusta causa che danno diritto alla Naspi?

Un nostro lettore ci chiede: se mi licenzio per motivi di studio mi spetta la disoccupazione? L’intenzione del lettore sarebbe quella di proseguire i corsi universitari che aveva lasciato e, in questo modo, poter conseguire il titolo di laurea. 

Ci chiede pertanto se i motivi di studio possano configurare quella «giusta causa» in presenza della quale soltanto l’Inps concede la Naspi (appunto il nome dell’ammortizzatore sociale che spetta a chi perde involontariamente il posto di lavoro).

Ma procediamo con ordine e vediamo se chi si licenzia per motivi di studio ha diritto alla disoccupazione. 

Premesso che il termine «licenziare» si usa solo nei casi in cui la risoluzione del rapporto di lavoro deriva dalla volontà del datore di lavoro mentre, quando è il dipendente a cessare il rapporto, si parla di «dimissioni», dobbiamo chiarire quando tali dimissioni possono giustificare l’ottenimento della cosiddetta Naspi, ossia l’indennità di disoccupazione che versa l’Inps a chi perde il posto.

La Naspi spetta solo quando la cessazione del rapporto di lavoro non dipende dalla volontà del lavoratore. Vi rientra quindi a pieno titolo il licenziamento, anche quando questo avviene per «giusta causa» ossia per un comportamento disciplinare grave commesso dal dipendente (si pensi al dipendente che ruba o che non si reca al lavoro senza inviare il certificato medico). 

Invece, per quanto riguarda le dimissioni bisogna fare una distinzione. Le dimissioni sono di due tipi:

  • dimissioni volontarie;
  • dimissioni per giusta causa.

Le dimissioni volontarie sono quelle scaturenti da una libera scelta del dipendente, non soggetta a minacce o pressioni (anche di tipo psicologico). Queste non danno diritto alla disoccupazione.

Le dimissioni per giusta causa sono quelle invece scaturenti da un fattore esterno, indipendente dalla volontà del lavoratore. Queste, al contrario di quelle volontarie, consentono di ottenere la Naspi. Tuttavia, il fattore esterno alla volontà del dipendente deve risiedere nel comportamento del datore di lavoro. In pratica, le dimissioni per giusta causa sono solo quelle che scaturiscono dalla violazione, da parte dell’azienda, degli obblighi che incombono su di questa come, ad esempio, il mancato pagamento dello stipendio per almeno due mesi, le molestie sessuali sul lavoro, il mobbing o lo straining, il trasferimento non giustificato, la mancata osservanza delle misure di sicurezza sul lavoro, una variazione delle mansioni verso il basso, l’omesso versamento dei contributi previdenziali.  

Questo significa che chi “si licenzia” per motivi di studio – ad esempio perché vuol proseguire l’università o iscriversi a un corso di specializzazione o di formazione – non ha diritto alla disoccupazione. L’intenzione di studiare è infatti diretta conseguenza della volontà del lavoratore e non del datore. 

Insomma, la giusta causa di dimissioni che consente di ottenere la Naspi non può risiedere in un fatto estraneo al rapporto di lavoro. Così, anche nell’ipotesi di un dipendente che non possa più svolgere le mansioni per sopravvenuta inabilità al lavoro o per un problema di carattere fisico potrà tutt’al più scattare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ma in presenza di dimissioni – seppur dettate da motivi di salute – non è possibile ottenere la disoccupazione.



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