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Che fine fanno i feti degli aborti?

24 Luglio 2021 | Autore:
Che fine fanno i feti degli aborti?

Interruzione volontaria della gravidanza e aborto spontaneo: cosa prevede il regolamento di polizia mortuaria per la sepoltura?

L’annosa questione sul diritto della donna di interrompere volontariamente la gravidanza è ancora aperta. Il dibattito si fa sempre più acceso tra credenti e non. Le considerazioni sono spesso opposte e controverse in tutto il mondo. Si discute di circostanze, condizioni, modalità, responsabilità etiche e morali, oltre che penali. Non potendo superare questo impasse, allora salta fuori un dubbio attinente all’argomento. Dubbio che riguarda anche quei casi in cui la coppia perde il proprio bimbo a causa di un aborto spontaneo: che fine fanno i feti degli aborti?

Prima di rispondere a questa domanda, è opportuno fare alcune precisazioni e analizzare quali sono le ragioni per cui è possibile abortire, quali sono le tecniche per eseguire l’interruzione volontaria della gravidanza, cos’è l’aborto spontaneo e quali sono le cause.

Ricordiamo che, nel nostro Paese, la donna può richiedere l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione per ragioni di salute, per motivi economici, sociali o familiari. Dal 1978, questo intervento è disciplinato dalla Legge 194/78.

Per quali motivi è possibile ricorrere all’aborto? Ad esempio, è possibile interrompere la gravidanza nel caso in cui essa metta in pericolo la vita della donna oppure nell’eventualità di malformazioni del feto. Inoltre, l’aborto potrebbe essere anche spontaneo e verificarsi durante il primo trimestre a causa di anomalie cromosomiche dell’embrione o del feto. In tutti questi casi, la donna potrebbe porsi qualche domanda: che fine fanno i feti degli aborti? In Italia, è consentita la sepoltura dei feti? Per saperne di più, prosegui nella lettura di questo articolo.

Cos’è il feto?

Saltiamo il discorso relativo al processo della fecondazione e partiamo subito dalle definizioni. Il passaggio da embrione a feto avviene intorno al 60º-70º giorno dal concepimento. Quindi, si parla di feto dal termine della decima settimana di gestazione.

Il rischio di malformazioni fetali provocate dalle infezioni è più alto nel caso in cui l’agente infettivo sia contratto nei primi 3 mesi di gestazione. Come mai? La ragione è semplice: è in questa fase che si sviluppano le strutture dell’organismo. Dopo i 3 mesi di gravidanza, invece, il rischio di malformazioni fetali si riduce notevolmente.

Cosa dice la legge sull’aborto?

La Legge 194/78 descrive con chiarezza quali sono le procedure da seguire per richiedere l’interruzione della gravidanza (il cosiddetto aborto terapeutico).

Una donna può abortire nei primi 90 giorni per motivi di salute, economici, sociali o familiari. Il limite dei 90 giorni è necessario per distinguere quei casi in cui l’aborto è sempre consentito rispetto a quelle circostanze in cui è necessario dimostrare la sussistenza di gravi motivi. Ad esempio, la donna potrebbe dichiarare che portare avanti la gravidanza metterebbe a rischio la sua salute oppure che la gravidanza potrebbe incidere sul suo equilibrio psicofisico o, ancora, che il feto è portatore di una grave patologia.

In questi casi, il medico e la struttura ospedaliera sono tenuti ad assicurare l’interruzione della gravidanza. La donna può rivolgersi al suo medico di base o al suo ginecologo di fiducia e spiegare le sue intenzioni. Al termine del colloquio, una volta appurato che la scelta sia del tutto spontanea e consapevole, il medico è tenuto a rilasciare alla donna un certificato da presentare all’ospedale presso cui effettuare l’aborto.

Dopo 7 giorni dall’emissione del certificato, la struttura ospedaliera dovrà garantire l’esercizio di questo diritto. Qualora sia necessario intervenire prima, è possibile richiedere al medico il rilascio di un certificato in cui sia precisata la condizione di urgenza.

Interruzione volontaria di gravidanza: tecniche

Esistono due tecniche per eseguire l’interruzione volontaria della gravidanza:

  • il metodo farmacologico: si tratta di una procedura medica distinta in più fasi e caratterizzata dall’assunzione di due principi attivi: il mifepristone (RU486), che causa la cessazione della vitalità dell’embrione, e una prostaglandina, che ne determina l’espulsione;
  • il metodo chirurgico: l’intervento può essere effettuato, in anestesia generale o locale, presso le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale (Ssn) e le strutture private convenzionate e autorizzate dalle Regioni.

Aborto spontaneo: cos’è?

Finora, abbiamo parlato di aborto terapeutico ma, come precisato nel paragrafo introduttivo, l’aborto può avvenire spontaneamente, cioè per cause naturali, prima delle 20 settimane di gravidanza.

Le cause dell’aborto spontaneo potrebbero dipendere da una patologia genetica o da un difetto congenito del feto. I fattori di rischio potrebbero essere legati allo stato di salute della donna oppure alle sue abitudini di vita come: età avanzata, anomalie strutturali degli organi riproduttivi, infezioni, consumo di cocaina e alcol, fumo di sigaretta, diabete, ipertiroidismo, ipotiroidismo.

Quali sono i sintomi dell’aborto spontaneo? Nella prima fase della gravidanza, l’aborto può provocare un sanguinamento vaginale di lieve entità. Nelle fasi avanzate della gravidanza, i segnali a cui fare attenzione sono una forte emorragia e la presenza di muco o coaguli nel sangue.

Che fine fanno i feti degli aborti?

Come ti ho spiegato nei precedenti paragrafi, l’interruzione della gravidanza può essere il risultato di una decisione consapevole e necessaria della donna (aborto terapeutico). Ma la morte del feto può avvenire per cause naturali (aborto spontaneo). In tutte queste circostanze, che fine fanno i feti degli aborti? Per rispondere alla domanda dobbiamo analizzare il contenuto del regolamento di polizia mortuaria [1].

L’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria stabilisce i criteri per la sepoltura di chi muore ancor prima di nascere o subito dopo la nascita.

Per i feti nati vivi in qualsiasi fase gestazionale e per i feti deceduti subito o nati morti dalle gravidanze che hanno superato le 28 settimane di gestazione occorre effettuare la registrazione all’anagrafe. A proposito della sepoltura, i feti vengono considerati alla stregua di chi muore a qualsiasi età dopo la nascita.

I feti nati morti nell’età gestazionale compresa tra le 20 e le 28 settimane vengono definiti «prodotti abortivi». In tal caso, la sepoltura è obbligatoria. Entro 24 ore, i genitori possono occuparsene personalmente. Nelle ore successive, la sepoltura avviene a carico della struttura ospedaliera in accordo col Comune. «I permessi di trasporto e sepoltura sono rilasciati dall’unità sanitaria locale» [2].

Gli embrioni e i feti deceduti prima di 20 settimane di gestazione vengono definiti dalla legge «prodotti del concepimento». I parenti, o chi per essi, hanno 24 ore di tempo dall’espulsione o dall’estrazione del feto per presentare la domanda di seppellimento all’unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico con l’indicazione della presunta età di gestazione e del peso del feto.

La legge non stabilisce alcun limite di età gestazionale al di sotto del quale non sia possibile richiedere la sepoltura.

Smaltimento feti tra i rifiuti speciali

Una circolare del ministero della Sanità del 1988 [3] precisa che è vietato lo smaltimento dei feti attraverso la rete fognante, ritenendo legittimo invece lo smaltimento tra i rifiuti speciali.

Trascorse 24 ore dall’espulsione o dall’estrazione del feto, durante le quali i parenti possono attivarsi e presentare la domanda di seppellimento, la struttura sanitaria in cui giace la salma deve scegliere se smaltirla tra i rifiuti speciali (che verranno inceneriti o trasformati in combustibile solido) oppure seppellirla a proprio carico o in accordo con le associazioni del terzo settore. In genere, si opta per lo smaltimento dei feti tra i rifiuti speciali. Scelta che, secondo alcune associazioni, urta i principi dell’etica comune.


note

[1] D.P.R. 285/90.

[2] Art. 7 D.P.R. 285/90.

[3] Circolare emessa dal ministro della Sanità Donat Cattin il 16.03.1988 (Circolare
telegrafica a 500.2/4/270).

Autore immagine: depositphotos.com


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1 Commento

  1. Una mia carissima amica ha vissuto un lungo periodo di depressione dopo un aborto spontaneo. Purtroppo, ha vissuto momenti tragici in cui la sua salute mentale è stata a lungo compromessa da questa triste esperienza. Era pronta a diventare mamma, voleva quel figlio a tutti i costi, ma sin dall’inizio la gravidanza le ha arrecato problemi. Ora, dopo un periodo di psicoterapia, si è un po’ ripresa. Noi amiche ed i suoi familiari le siamo state vicine. Parlare di aborto è stato a lungo un tabù, finché non ha iniziato a riprendersi. Ha deciso di seppellire il suo piccolo perché mancavano un paio di mesi alla nascita e quindi aveva seguito ogni suo sviluppo.

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