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La vestizione in azienda rientra nell’orario di lavoro?

25 Luglio 2021 | Autore:
La vestizione in azienda rientra nell’orario di lavoro?

Il dipendente deve arrivare prima per indossare gli indumenti necessari a svolgere la sua attività? Quando può cambiarsi a fine turno?

Chi lavora in ufficio non ha il problema di doversi cambiare prima di cominciare e dopo aver finito la sua attività. Ma chi fa un mestiere che richiede una divisa o dei dispositivi di protezione deve ogni giorno perdere un po’ di tempo ad indossare quello che occorre. Si pensi agli infermieri, agli operai dei settori che richiedono tute, caschi o calzature speciali, a hostess e steward degli aerei, agli addetti al bancone pescheria, gastronomia o macelleria dei supermercati, ecc. Quel tempo che occorre per prepararsi o per rimettersi i propri abiti a fine giornata viene pagato? La vestizione in azienda rientra nell’orario di lavoro?

Si tratta di capire, in altre parole, se un dipendente il cui orario inizia, ad esempio, alle 9 debba presentarsi prima per indossare quello che gli serve ed essere già pronto a quell’ora – e, quindi, con divisa o dispositivi di protezione già indossati – oppure se abbia il diritto di arrivare alle 9 per cambiarsi e cominciare il suo lavoro. Lo stesso vale quando finisce il suo turno: se deve smettere alle 18, può cominciare a cambiarsi cinque o dieci minuti prima (il tempo che gli serve) oppure deve svolgere l’attività fino alle 18 e solo dopo potrà togliere la divisa e rimettersi i suoi abiti?

La Cassazione si è pronunciata più volte su quello che viene chiamato il «tempo tuta». L’ultima, recentemente, con un’ordinanza in cui sostiene che indossare e togliere i dispositivi di protezione fa parte della giornata lavorativa di un dipendente. Lo stesso orientamento è stato espresso dal ministero del Lavoro. A certe condizioni, però. Ecco, allora, quando la vestizione in azienda rientra nell’orario di lavoro.

Tempo tuta: va pagato?

In un interpello del 23 marzo 2020, il ministero del Lavoro ha chiarito che l’attività di vestizione e di svestizione, chiamata anche tempo tuta, deve essere inclusa nell’orario di lavoro. Ma solo quando il datore di lavoro impone al dipendente di indossare determinati indumenti forniti dall’azienda, con il vincolo di tenerli sul posto di lavoro.

Il ministero premette, innanzitutto, che per orario di lavoro si deve intendere «qualsiasi periodo in cui il dipendente sia al lavoro, a disposizione del datore e nell’esercizio delle sue funzioni». Si potrebbe pensare che il tempo dedicato ad indossare gli indumenti necessari a svolgere la propria attività come tute, abiti, divise, camici e dispositivi di protezione individuale, non rientri di per sé in tale definizione, dato che il lavoratore, al momento di cambiarsi, non sta prestando alcuna attività lavorativa e non si troverebbe nell’esercizio delle sue funzioni.

La Cassazione ha provato già in passato a far chiarezza su questo punto ed ha stabilito che occorre distinguere tra questi due casi:

  • il tempo tuta, ovvero la vestizione in azienda, non rientra nell’orario di lavoro nel caso in cui il dipendente abbia avuto in dotazione gli indumenti e disponga della possibilità di portarli al proprio domicilio, recandosi al lavoro con gli indumenti già indossati;
  • la vestizione e la svestizione rientrano, invece, nell’orario di lavoro se il datore ha fornito al dipendente determinati indumenti, con il vincolo però di tenerli e di indossarli sul posto di lavoro. In questo caso, il tempo tuta dovrà essere computato e retribuito.

In altre parole: la hostess di una fiera o di una compagnia aerea, il capotreno, il poliziotto o l’operaio che può portare gli indumenti a casa, si reca in azienda già vestito per il lavoro e si cambia quando arriva nel proprio domicilio non avrà diritto al tempo tuta pagato. Viceversa, l’infermiere, l’addetto ai vari reparti del supermercato o, in generale, qualsiasi lavoratore costretto a vestirsi e svestirsi in azienda (magari per motivi igienici) ha diritto ad un tempo tuta retribuito.

Tempo tuta per i dispositivi di protezione individuale

Con una recente ordinanza [1], la Cassazione è tornata sull’argomento per spiegare quando la vestizione in azienda rientra nell’orario di lavoro. Ed ha citato proprio uno degli esempi che abbiamo fatto in precedenza, cioè quello dei dipendenti dei supermercati.

Alcuni lavoratori avevano chiesto il pagamento delle differenze contributive per il tempo impiegato nella vestizione e nella svestizione delle divise e dei dispositivi di protezione individuale messi a disposizione dall’azienda.

Già la Corte d’Appello aveva accolto il ricorso dei dipendenti, poi confermato dalla Suprema Corte, secondo cui il cosiddetto «tempo tuta» per indossare e togliere i dispositivi di protezione individuale deve essere calcolato nell’orario di lavoro. Si tratta, infatti, di un’attività che rappresenta l’esecuzione di un ordine imposto dall’azienda, cioè delle operazioni richieste dal datore di lavoro e, come tali, vanno retribuite.

Significa, in altre parole, che in casi come questo un dipendente che lavora dalle 9 alle 18 ha diritto ad arrivare e ad andare via a quelle ore per prepararsi e poi iniziare il lavoro vero e proprio. Starà a lui non abusare del buon senso e della fiducia del datore ed evitare – per dire – di impiegare 20 minuti per indossare o togliere un camice che si infila e si sfila in 30 secondi.


note

[1] Cass. ordinanza n. 21168/2021 del 23.07.2021.


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