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Si può licenziare un socio lavoratore? 

27 Luglio 2021 | Autore:
Si può licenziare un socio lavoratore? 

In quali casi è possibile cessare un rapporto di lavoro subordinato con un dipendente che fa parte della compagine sociale dell’azienda in cui lavora?

Hai aperto un bar in società con un tuo amico. Tu sei l’amministratore e lui è stato assunto come dipendente. In un primo momento, le cose sembravano andare bene e i compiti erano equamente ripartiti tra voi due. Adesso, però, ti accorgi che sei soltanto tu a svolgere il grosso delle attività e il tuo amico, con una scusa o un’altra, si sottrae ai suoi impegni. Perciò, vorresti porre fine al rapporto e ti domandi: si può licenziare un socio lavoratore? 

Per rispondere a questa domanda occorre, innanzitutto, tenere presente che nel caso di socio lavoratore si sovrappongono due qualifiche in capo allo stesso soggetto: quella di membro della compagine sociale, con la sua quota di partecipazione, e quella di lavoratore dipendente, con obbligo di subordinazione alla società stessa e alle direttive stabilite dal datore di lavoro. A volte, questi rispettivi poteri e doveri possono sovrapporsi e intrecciarsi, dando origine a casi complessi e difficili da risolvere, soprattutto quando si creano malintesi e incomprensioni con gli altri soci.

In base alle previsioni generali stabilite dalla legge, anche un socio lavoratore può essere licenziato, al pari delle altre categorie di dipendenti, ma bisogna considerare che i suoi poteri di socio gli attribuiscono una maggiore libertà di movimento e decisionale, perché egli è anche un comproprietario dell’azienda in cui lavora. Così, in alcuni casi, la giurisprudenza adotta criteri di maggior favore e ritiene illegittimi i licenziamenti adottati nei confronti dei soci lavoratori.

Socio lavoratore: chi è? 

Il socio lavoratore è una persona che unisce alla qualità di socio quella di dipendente, assunto dalla società con un contratto di lavoro subordinato. La legge consente questa possibilità; il caso più frequente nella pratica è quello del socio amministratore (non può essere dipendente, però, se è amministratore unico), ma si può diventare lavoratori subordinati di una qualsiasi società della quale si è soci a prescindere dalle cariche sociali attribuite e indipendentemente dalla percentuale di partecipazione, tranne nel caso in cui il socio concentri in sé l’intero potere direttivo sulla società. 

Socio lavoratore: contributi Inps 

Il socio lavoratore deve iscriversi alla Gestione commercianti o alla Gestione separata e versare i contributi previdenziali all’Inps, con un minimale che attualmente è pari a 3.825 euro annuali, da ripartire in quattro rate trimestrali da versare il 16 febbraio, maggio, agosto e novembre (956,25 euro a trimestre). Questa quota è dovuta indipendentemente dal reddito prodotto e ad essa si aggiunge una contribuzione aggiuntiva, pari al 24,09% dei redditi d’impresa conseguiti dalla società, per la parte eccedente i 15.878 euro annui. L’obbligo di versare questi contributi sussiste anche se la società non ha distribuito il reddito attribuendo i dividendi di partecipazione ai soci. 

Licenziamento del socio lavoratore: è possibile? 

Il licenziamento del socio lavoratore va tenuto distinto dal recesso volontario o dall’esclusione del socio dalla società di cui fa parte, che deve essere sempre deliberata in conformità alla normativa di legge e alle previsioni statutarie.

Solo per i soci di società cooperative, la legge [1] dispone che anche il rapporto di lavoro si estingue automaticamente in caso di recesso o di esclusione del socio deliberata dalla cooperativa di cui fa parte, ma la Corte di Cassazione a Sezioni Unite [2] ha stabilito che non si applica l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela dal licenziamento illegittimo. Perciò in questi casi il socio lavoratore potrà essere risarcito ma non reintegrato, a meno che la delibera di esclusione non sia essa stessa illegittima e sia stata impugnata come tale dal lavoratore escluso. 

Negli altri casi, e dunque in qualsiasi altro tipo di società, il fatto che il socio sia anche lavoratore dipendente non preclude la possibilità di licenziarlo nei casi consentiti per tutti i dipendenti, con la conseguenza che il rapporto di lavoro terminerà mentre quello di socio proseguirà normalmente.

Pertanto, si può adottare nei confronti del socio lavoratore una delle forme di licenziamento previste e precisamente: 

  • il licenziamento per giusta causa, quando si verifica un evento che lede il rapporto di fiducia che deve sussistere con il datore di lavoro e non consente la prosecuzione del contratto di lavoro (ad esempio, il dipendente ruba soldi dalla cassa); 
  • il licenziamento disciplinare, quando il lavoratore viene meno ai suoi fondamentali doveri e gli viene contestata una grave infrazione ai regolamenti e alle procedure aziendali; la sanzione del licenziamento deve essere prevista dal contratto di lavoro e proporzionata alla gravità della violazione commessa; 
  • il licenziamento per giustificato motivo soggettivo, se si verifica un rilevante e notevole inadempimento degli obblighi previsti dal contratto di lavoro (ad esempio, il dipendente non si presenta per diversi giorni sul posto e la sua assenza è ingiustificata); 
  • il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che è determinato da ragioni di produzione o di organizzazione aziendale (ad esempio, una riduzione dell’organico motivata dalla crisi economica di settore o dalla chiusura di una sede, negozio o stabilimento). 

Quando il licenziamento del socio lavoratore è illegittimo?

Nel caso del licenziamento di soci lavoratori, la giurisprudenza interpreta questi criteri in maniera più elastica e flessibile di quanto avviene rispetto ai dipendenti non soci: lo dimostra l’ultima sentenza [4] intervenuta sul tema, che ha annullato il licenziamento, intimato per giusta causa, di un socio e dipendente di una Srl (esercente attività di somministrazione alimenti e bevande al pubblico) che, durante l’orario di lavoro, era solito intrattenersi con i clienti a ballare e lasciava incustodita la cassa alla quale era addetto. 

Secondo il tribunale di Cassino, in questo caso il lavoratore, in quanto socio di una quota dell’azienda pari al 30%, godeva «certamente di una più ampia autonomia» e una «maggiore disponibilità del locale» (si trattava di un pub), che gli consentiva di derogare parzialmente alle sue mansioni. Sono state quindi accolte le giustificazioni del dipendente licenziato, secondo cui egli «si relazionava con i clienti per fidelizzarli» e così – afferma la sentenza – operava in modo tale da «favorire la redditività aziendale, piuttosto che danneggiarla».

Anche l’allontanamento dalla cassa era stato momentaneo ed essa aveva dei dispositivi di chiusura, sicché non era stata asportata nessuna somma di denaro. Perciò, il Collegio ha condannato la società alla reintegra e al pagamento di un’indennità risarcitoria in favore del dipendente ingiustamente licenziato. 

 Leggi anche: “Licenziamento per allontanamento momentaneo: è possibile?” e “Azienda: meglio essere socio lavoratore o dipendente di una Srl?“.


note

[1] Art. 2533 Cod. civ.

[2] Cass. S.U. sent. n. 27436/2017.

[3] Trib. Cassino, sent. n. 676 del 15.07.2021.


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