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Un medico può consigliare ai pazienti uno studio privato?

27 Luglio 2021 | Autore:
Un medico può consigliare ai pazienti uno studio privato?

Cosa succede se il dottore che visita in ospedale suggerisce ai pazienti di rivolgersi a una struttura privata, invitandoli a proseguire lì le cure? 

Sei andato in ospedale per una visita e, a un certo punto, il dottore ti ha proposto di andare nel suo ambulatorio privato, lasciandoti intendere che lì sarai curato meglio; ovviamente, a pagamento. La cosa ti ha lasciato perplesso e, perciò, ti domandi se un medico può consigliare ai pazienti uno studio privato. 

Se il medico consiglia ai pazienti uno studio privato, è possibile che il professionista stia violando sia le regole del suo contratto di lavoro con l’Azienda sanitaria pubblica, sia la legge penale: e allora commette, in quanto pubblico ufficiale, il delitto di concussione se chiede subito una somma di denaro, o quello, un po’ meno grave, di abuso d’ufficio se al momento non richiede un compenso ed attende che il pagamento venga effettuato presso l’ambulatorio o la struttura privata dove ti ha indirizzato.  

In particolari casi, invece, il medico può consigliare ai pazienti di rivolgersi ad uno studio privato, suo o dei suoi colleghi, se sussistono le condizioni che ora ti indicheremo. L’invito non deve mai tradursi in una costrizione e non può accompagnarsi a una richiesta di denaro per ottenere privatamente una prestazione che sarebbe disponibile alle stesse condizioni tramite le strutture del Servizio sanitario nazionale.

Un medico ospedaliero può lavorare privatamente? 

Un medico ospedaliero può lavorare privatamente se è autorizzato dall’Azienda sanitaria di appartenenza a svolgere la libera professione in un particolare regime, detto di “intramoenia”, cioè all’interno dell’ospedale. In tal caso, egli può utilizzare le stanze del nosocomio e le attrezzature diagnostiche ivi presenti per erogare prestazioni cliniche riconosciute dal Servizio sanitario nazionale.  

Questo significa che il medico ospedaliero in regime di intramoenia può legittimamente ricevere nella struttura ospedaliera un paziente trattandolo come privato, e quindi facendogli pagare la parcella in base alla tariffa professionale; ma ciò deve essere sempre esplicitato al cliente e la prestazione deve avvenire al di fuori dell’orario di lavoro stabilito con l’Ente pubblico. Inoltre, il professionista è obbligato a rilasciare la fattura per i compensi ricevuti. Questo documento fiscale garantisce il pagamento delle tasse da parte sua e, per il paziente, la possibilità di detrazione delle spese sanitarie sostenute.

Se il medico non rispetta questi obblighi, commette il reato di truffa ai danni dello Stato o di altro Ente pubblico, come afferma la Cassazione [1], perché per la medesima prestazione percepisce ingiustamente una doppia retribuzione: quella erogata dall’Azienda sanitaria e quella pagata dal paziente. 

Medico chiede soldi per praticare un intervento: che fare? 

Al di là dello specifico caso dell’intramoenia che abbiamo appena esaminato, se il medico chiede soldi per praticare un intervento – o per accelerare l’iter diagnostico e terapeutico, ad esempio facendo saltare al paziente le lunghe liste di attesa – commette il reato di concussione.  

Questo grave delitto, che è punito con la pena della reclusione da sei a dodici anni, si configura quando il pubblico ufficiale (e il medico ospedaliero o convenzionato con il Servizio sanitario nazionale è indubbiamente tale), «abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe un’altra persona a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altre utilità» [2].  

L’abuso della qualità o delle funzioni da parte del medico consiste nel compiere un’attività del proprio ufficio (visitare, prescrivere esami, compiere interventi chirurgici, ecc.) distorcendone il fine legittimo e piegandola a scopi di profitto privato. In questi casi, si verifica una costrizione illecita della volontà del paziente, che è messo di fronte all’alternativa drastica: pago e vengo curato presto e bene, oppure mi oppongo alla pretesa e non pago, ma in tal caso rimango con la malattia, che potrebbe aggravarsi e provocare la morte o lesioni irreversibili.  

In questi casi, devi denunciare alle autorità (Procura della Repubblica, Polizia di Stato, Carabinieri o Guardia di Finanza) il reato di cui sei stato vittima, come ti abbiamo spiegato nell’articolo “Medico chiede soldi per operazione: che fare?“.

Medico pubblico invita il paziente nello studio privato: è reato?

Talvolta, i camici bianchi usano strategie più sottili e subdole anziché quella di formulare direttamente al paziente una brutale richiesta di denaro. Spesso, succede che un medico inviti il paziente nel suo studio privato, prospettandogli varie ragioni e motivi di convenienza o di opportunità che suggerirebbero di fare determinati esami o di effettuare il ricovero in una struttura a pagamento.

Non sempre questa condotta è reato: può ritenersi legittima se la proposta suggerisce prestazioni e rimedi alternativi, o più validi e rapidi, rispetto a quelli offerti dal servizio sanitario pubblico. Altrimenti, se l’offerta viene prospettata come l’unico rimedio per far ottenere al paziente una prestazione alla quale egli avrebbe diritto anche presso le strutture pubbliche, ma che sarebbe difficoltosa o resa impossibile dal suo rifiuto a farsi visitare privatamente, si configura il reato di abuso d’ufficio, come affermato costantemente dalla Corte di Cassazione [3]. 

Questo delitto è caratterizzato dal fatto di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o comunque di arrecare ad altri un danno ingiusto [4]. Il profitto del reato conseguito dal medico è appunto l’ingiusto vantaggio patrimoniale che, nel nostro caso, consiste nelle parcelle, spesso molto costose, che i pazienti devono pagare di tasca propria, come corrispettivo degli interventi medici privati.

Quando il suggerimento di rivolgersi a uno studio privato non è reato?

Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione [5], il medico ospedaliero che suggerisce ai pazienti di rivolgersi allo studio privato del primario per eseguire interventi specifici (nel caso di specie, si trattava dell’innesto di protesi dentali) non commette il reato di abuso d’ufficio. Questo perché – afferma la Suprema Corte – «consigli dati dall’imputato ai pazienti che si erano rivolti all’Azienda sanitaria per eseguire una tipologia di intervento che la struttura stessa non era in grado di fornire, sono strutturalmente inidonei a determinare l’invio dei pazienti alle strutture private del primario».  

In sostanza, secondo gli Ermellini, nel caso esaminato non c’era stata «alcuna opera di convincimento, da parte dell’imputato, per eseguire quella specifica tipologia di intervento e di indirizzamento dei pazienti presso le strutture private del primario»; perciò, il reato di abuso d’ufficio è stato ritenuto insussistente.


note

[1] Cass. sent. n. 9877 del 12.03.2021.

[2] Art. 317 Cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 21357/2010 e n.40824/2012.

[4] Art. 323 Cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 28653 del 22.07.2021.


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