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Quando è trasferimento d’azienda?

28 Luglio 2021
Quando è trasferimento d’azienda?

Cessione del rapporto di lavoro alla nuova società: quali sono i diritti dei dipendenti, quando si ha diritto alla conservazione del posto di lavoro e quando invece si può essere licenziati. 

L’articolo 2112 del Codice civile elenca i diritti che spettano ai lavoratori in caso di trasferimento d’azienda. Per eludere l’applicazione di tali garanzie, spesso il datore di lavoro fa figurare una cessazione dell’attività collegata a un determinato ramo dell’impresa, sebbene la realtà denunci tutt’altra situazione. Di qui la necessità di comprendere quando è trasferimento d’azienda ossia “cosa si intende per trasferimento d’azienda” e, in definitiva, quando si applica l’articolo 2112 Cod. civ.

Lo scopo di questa norma è assicurare la continuità dei rapporti di lavoro esistenti nell’ambito di un’attività economica, indipendentemente dal cambiamento del proprietario, nonché proteggere i lavoratori qualora questo cambiamento abbia luogo.

Partiamo proprio dal dato sostanziale ossia dalle tutele che la legge prevede, in ipotesi del genere, a favore dei dipendenti. All’esito di tale valutazione passeremo finalmente a comprendere quando c’è un trasferimento d’azienda e quando invece no. Ma procediamo con ordine.

Trasferimento d’azienda e continuazione del rapporto di lavoro con la nuova società

In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con la nuova società (il cosiddetto cessionario). Non perché quindi il datore di lavoro decide di vendere tutta la “baracca” (o una sola parte di essa) i dipendenti perdono il posto, ma anzi hanno il diritto alla conservazione dello stesso.

Il Codice civile, a riguardo, stabilisce che il dipendente ceduto dalla vecchia alla nuova società conserva tutti i diritti che aveva con il precedente datore. Il cessionario deve inoltre applicare al dipendente lo stesso contratto collettivo e individuale utilizzato sino ad allora.  

Risultato: il lavoratore non può essere licenziato solo perché l’azienda o un ramo dell’azienda passa da una società a un’altra, a meno che non sussistano ragioni collegate alla produzione o all’organizzazione che, tuttavia, vanno dimostrate. La legge, in questi casi, prevede sì il cosiddetto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo», ma è anche vero che tale motivo non può essere pretestuoso o discriminatorio. Inoltre, prima di procedere al licenziamento, il datore di lavoro deve dimostrare di aver tentato di collocare il dipendente ad altre mansioni per salvargli il posto, preferibilmente dello stesso livello contrattuale e, solo ove queste non vi siano, di livello inferiore (è il cosiddetto «repechage»).

Il dipendente che, a causa di tale riassetto organizzativo, subisca una sostanziale modifica del proprio contratto può, nei 3 mesi successivi al trasferimento d’azienda, rassegnare le dimissioni per giusta causa. Questo significa che potrà richiedere l’assegno di disoccupazione all’Inps.

Tornando alla cessione dell’azienda, se il dipendente, al momento del passaggio dalla vecchia alla nuova società, avanza nei confronti della prima dei crediti per degli stipendi, straordinari o altri emolumenti che ancora non gli sono stati pagati, può agire indifferentemente sia nei confronti del cedente che del cessionario. 

Cosa si intende per trasferimento d’azienda?

È lo stesso articolo 2112 Cod. civ. a spiegare cosa si intende per trasferimento d’azienda. La legge usa questa espressione: «Per trasferimento d’azienda si intende qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi compresi l’usufrutto o l’affitto di azienda. Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda [il cosiddetto «trasferimento del ramo d’azienda»] intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento».

Come chiarito dalla Cassazione [1], al fine di determinare se siano soddisfatte o meno le condizioni per l’applicabilità della normativa in materia di trasferimento d’azienda, occorre prendere in considerazione il complesso delle circostanze di fatto che caratterizzano l’operazione di cui trattasi. Tra queste rientrano, in particolare, il tipo d’impresa o di stabilimento in questione, la cessione o meno degli elementi materiali, quali gli edifici ed i beni mobili, il valore degli elementi materiali al momento del trasferimento, la riassunzione o meno della maggior parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il trasferimento o meno della clientela, nonché il grado di analogia delle attività esercitate prima e dopo la cessione e la durata di un’eventuale sospensione di tali attività [2]. 

Questi elementi sono parte di una valutazione complessiva cui si deve procedere e non possono, perciò, essere valutati isolatamente. L’importanza da attribuire ai singoli criteri varia necessariamente in funzione dell’attività esercitata, o addirittura in funzione dei metodi di produzione o di gestione utilizzati nell’impresa o nella parte di stabilimento di cui trattasi.

Cosa si intende per azienda?

Secondo un principio consolidato in giurisprudenza [3], la cessione di ramo d’azienda è configurabile ove venga ceduto un complesso di beni che si presenti oggettivamente quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica finalizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi.

In pratica, per applicare l’art. 2112 Cod. civ. è necessario che il trasferimento riguardi un’entità economica organizzata in modo stabile, la quale sia costituita da qualsiasi complesso organizzato di persone ed elementi, che consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo e sia sufficientemente strutturata e autonoma. Essa insomma deve godere, già prima del trasferimento, di una sufficiente autonomia funzionale. In pratica, il complesso organizzativo ceduto deve già essere concretamente ordinato, presso il cedente, all’esercizio dell’attività economica. 

Che succede se il trasferimento d’azienda è illegittimo?

Se non sussistono le condizioni previste dalla legge per parlare di trasferimento d’azienda, il dipendente può far ricorso al giudice e chiedere il ripristino del rapporto di lavoro con il precedente datore, con assegnazione alle precedenti mansioni e diritto al risarcimento del danno.  


note

[1] Cass. Sez. Lav., 5 luglio 2021, n. 18948

[2] Corte di Giustizia, C–160/14, C–24/85; C–29/91; C–13/95; C–340/01

[3] Cass. sent. n. 17919/2002, Cass. sent. n. 13068/2005, Cass. sent. n. 22125/2006.


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