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Chi è tenuto a pagare i debiti del defunto per cartelle esattoriali?

28 Luglio 2021
Chi è tenuto a pagare i debiti del defunto per cartelle esattoriali?

Debiti col Fisco per imposte, tasse e sanzioni: quando gli eredi devono pagare e quando invece non sono obbligati. 

Quando si diventa eredi di una persona bisogna far fronte ai debiti lasciati da quest’ultima. Sono compresi chiaramente anche i debiti fiscali e le cartelle esattoriali. Chi invece rinuncia all’eredità non ha alcun obbligo, neanche per il periodo intercorrente tra il decesso del debitore e la suddetta rinuncia. Questo perché la rinuncia all’eredità, per quanto possa essere effettuata entro 10 anni, ha effetto retroattivo: produce cioè effetti sin dalla morte del debitore. Sono questi i principi che una recente ordinanza della Cassazione [1] ha rammentato. 

La Corte ha risposto alla seguente domanda: chi è tenuto a pagare i debiti del defunto per cartelle esattoriali? Vediamo, nel dettaglio, quali sono le regole enunciate dalla legge e dalla giurisprudenza.

Quando bisogna pagare i debiti del defunto?

Si è tenuti a pagare i debiti del defunto (ivi compresi quelli con il Fisco) solo dal momento in cui si accetta l’eredità, non prima. 

La pretesa del creditore di ottenere il pagamento da un soggetto che, per quanto familiare del defunto, non abbia ancora manifestato la volontà se accettare o meno l’eredità è infondata. 

Bisogna però fare attenzione agli atti di accettazione tacita dell’eredità, quelli cioè che, pur in assenza di una manifestazione esplicita di volontà, determinano comunque l’effetto dell’accettazione, comportando l’acquisizione della qualità di erede e il subentro nei debiti del defunto. Si pensi a chi vende un bene del familiare deceduto, ne rivendica un credito o a chi si costituisce in un giudizio da questi intrapreso.

La presentazione della dichiarazione di successione non comporta alcun effetto

C’è un anno di tempo dal decesso del defunto per presentare, all’Agenzia delle Entrate, la dichiarazione di successione. Tale adempimento però non determina l’accettazione tacita dell’eredità. Si tratta infatti di un’incombenza di carattere fiscale, che serve solo per liquidare le imposte di successione. 

Chi pertanto presenta la dichiarazione di successione non risponde dei debiti se non ha ancora accettato l’eredità e, anzi, vi può sempre rinunciare.

Tenuto conto che la dichiarazione di successione non ha alcun rilievo ai fini dell’accettazione dell’eredità, il chiamato che abbia trasmesso la dichiarazione e, successivamente, abbia rinunciato senza presentare la denuncia rettificativa non incorre in alcuna conseguenza.

Chi rinuncia all’eredità paga le cartelle esattoriali del defunto?

Il chiamato che non abbia accettato l’eredità ovvero che vi abbia rinunciato non risponde delle obbligazioni tributarie riferibili al de cuius [2]. Del resto, la legge [3] è chiara nell’individuare quali soggetti passivi i soli “eredi” e non già i “chiamati all’eredità”.

Risultato: chi rinuncia all’eredità non risponde dei debiti del defunto, neppure per il periodo intercorrente tra l’apertura della successione e la rinuncia, avendo quest’ultima effetto immediato e retroattivo. Non importa quindi che la rinuncia all’eredità può essere sempre revocata entro 10 anni salvo il caso di intervenuta accettazione da parte di altri chiamati.

Sino a quando l’eredità non viene accettata, i familiari mantengono la qualità di «chiamati all’eredità» e non sono giuridicamente qualificabili come «eredi». Pertanto, non sono tenuti a pagare i debiti del defunto. Ma se lo fanno, attingendo dai soldi del defunto stesso, il loro atto si considera come accettazione tacita dell’eredità sicché saranno considerati eredi e, come tali, responsabili anche dei relativi debiti in successione. Viceversa, un erede che estingue un debito del defunto con denaro proprio, può sempre rinunciare all’eredità.

Impugnazione cartella esattoriale o avviso di accertamento e accettazione tacita dell’eredità

L’impugnazione nel merito di un avviso di accertamento del Fisco o di una cartella esattoriale costituisce un’ipotesi di accettazione tacita dell’eredità [4]. Non rileva che, in un momento successivo, intervenga la rinuncia, posto che il chiamato che accetti (anche tacitamente) l’eredità si intende definitivamente «erede» e, come tale, decaduto dal diritto di rinuncia. 

Diverso è il caso in cui il chiamato all’eredità impugni l’atto del Fisco eccependo il semplice fatto di non aver accettato l’eredità e, pertanto, di non essere tenuto a pagare (cosiddetto «difetto di legittimazione passiva»): tale comportamento infatti non determina un’accettazione tacita dell’eredità e quindi non implica l’assunzione dei debiti del defunto.

Cosa può fare il Fisco per tutelarsi?

Posto che l’accettazione può avvenire ben oltre gli ordinari termini di accertamento fiscale, l’amministrazione finanziaria può richiedere la nomina di un curatore dell’eredità giacente cui notificare validamente gli atti. Parimenti, la nomina di un curatore protegge l’Erario dall’eventualità di una revoca della rinuncia, che allo stesso modo potrebbe verificarsi nel più ampio termine decennale. 


note

[1] Cass. ord. n. 21006/21 del 22.07.2021.

[2] Cfr., ex multis, Cass. ord. n. 24317/2020; ord. n. 13639/2018.

[3] Art. 36, comma 1 del d.lgs. n. 346/1990 (TUS) e 65, comma 1 del d.p.r. n. 600/1973 sono

[4] Cass. ord. n. 23989/2020


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