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Durante la cassa integrazione si contano i giorni di malattia?

29 Luglio 2021
Durante la cassa integrazione si contano i giorni di malattia?

La cassa integrazione per tutto il personale prevale sul trattamento di malattia ma non sospende il periodo di comporto.

Cosa succede al lavoratore in malattia che viene messo, durante la malattia stessa, in cassa integrazione ed a cui sta per scadere il periodo di “comporto” previsto dal suo contratto collettivo? In altri termini, durante la cassa integrazione si contano i giorni di malattia?

La questione è stata affrontata da una recente ordinanza del tribunale di Foggia [1]. Secondo i giudici pugliesi, sebbene il trattamento di cassa integrazione disposto per tutti i dipendenti dell’azienda (o solo per un reparto) prevale sul trattamento di malattia, il periodo di comporto continua a decorrere. Pertanto, è ben possibile licenziare il dipendente che abbia superato il comporto nonostante l’avvio della cassa integrazione. 

Come noto, per «periodo di comporto» si intende il limite massimo di assenze dal lavoro per malattia che un dipendente può fare nell’arco di un anno: finché si rimane entro tale tetto, si ha diritto alla conservazione del posto di lavoro. Al contrario, in caso di superamento di tali giorni (che sono individuati dal contratto collettivo nazionale) può scattare il licenziamento (a discrezione del datore di lavoro).  

Secondo la pronuncia in commento, anche se il trattamento di integrazione salariale sostituisce, in caso di malattia, la relativa indennità giornaliera, il datore di lavoro non può modificare il titolo dell’assenza del dipendente. Deve essere quest’ultimo a fare la dichiarazione di “fine malattia” e a chiedere il rientro. Se ciò non avviene, il periodo di comporto in caso di malattia certificata continua a decorrere nonostante il lavoratore e i suoi colleghi siano stati messi in cassa integrazione. E ciò succede fino a quando non è lo stesso dipendente a richiedere il mutamento dell’imputazione della sua assenza dal lavoro.

La vicenda in commento vede un lavoratore licenziato per superamento del comporto per aver fruito di un periodo di malattia di 430 giorni a fronte dei 420 giorni previsti dal suo contratto collettivo. Il dipendente proponeva ricorso al giudice, chiedendo la restituzione del posto: a suo dire, l’assenza, seppur inizialmente determinata da una malattia, non era poi da imputare al proprio volere, ma al fatto di essere stato collocato, insieme a tutti gli altri dipendenti della società datrice di lavoro, in Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria. 

A sostegno della propria tesi, il ricorrente richiamava l’articolo 3, comma 7, del D. Lgs. 148/2015, nonché la Circolare Inps n. 197/2015, in base al quale «il trattamento di integrazione salariale sostituisce in caso di malattia l’indennità giornaliera di malattia, nonché l’eventuale integrazione contrattualmente prevista». 

Senonché questa visione veniva bocciata dal giudice secondo cui, con il citato art. 3, comma 7, del D. Lgs. 148/2015, il Legislatore ha voluto soltanto prevedere una diversa imputazione dello stipendio ricevuto dal dipendente in caso di fruizione di un periodo di integrazione salariale, che resta, comunque, di competenza dell’Inps (come nel caso della malattia), non volendo intervenire sulla causale dell’assenza che attiene invece al rapporto privato tra lavoratore e datore di lavoro.

Tale diversa imputazione, dunque, nulla ha a che vedere con il comporto e sul titolo della sospensione della prestazione lavorativa.

Non è quindi il datore di lavoro a poter arbitrariamente mutare il titolo dell’assenza del lavoratore quando lo stesso è in malattia, perché ciò significherebbe attribuire al datore di lavoro un potere contrario all’ordinamento che si porrebbe addirittura in contrasto con il diritto costituzionale alla salute.

Insomma, l’insegnamento pratico che si trae dalla pronuncia in commento è assai importante e può essere così riassunto: il dipendente che, durante la malattia viene messo in cassa integrazione, non può ritenersi perciò solo al sicuro dal licenziamento, ma dovrà comunque comunicare all’azienda la fine della malattia per mutare la ragione della propria assenza dalla predetta malattia, appunto, alla cassa integrazione. Solo in questo modo, i successivi giorni di assenza dal lavoro non vengono conteggiati ai fini del superamento del periodo di comporto. 

Il mutamento del titolo dell’assenza è consentito solo se è il lavoratore a richiederlo, come ad esempio succede quando il dipendente sostituisce alla malattia la fruizione delle ferie allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto.

Applicando i richiamati principi alla fattispecie al vaglio del giudice di merito, avendo il lavoratore inviato i certificati di malattia in maniera continuativa e non avendo espressamente richiesto alla società datrice di lavoro il mutamento del titolo dell’assenza, lo stesso ha dimostrato, con comportamento concludente, di voler proseguire lo stato di malattia, con conseguente avanzamento del periodo di comporto.


note

[1] Trib. Foggia, ord. del 17.07.2021.


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