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Furto, scippo, borseggio, rapina: quali differenze?

1 Novembre 2021 | Autore:
Furto, scippo, borseggio, rapina: quali differenze?

Quali sono gli elementi che contraddistinguono i vari modi di impossessarsi di un bene altrui e che cosa denunciare quando se ne rimane vittima?

Sei in stazione in attesa del treno e devi fare una telefonata. Appoggi un attimo la borsa sulla panchina per cercare più comodamente il numero nella rubrica del cellulare. In quell’attimo di distrazione, passa uno sconosciuto di corsa, afferra la tua borsa e scappa via a gambe levate. Cerchi un agente di polizia o un addetto alla sicurezza affinché blocchi il malvivente. Ti basterà raccontare come sono andate le cose, dopodiché dovrai fare una denuncia per furto, scippo, borseggio o rapina? Quali differenze ci sono tra questi quattro reati?

A te poco cambia, perché l’unica cosa che sai è che qualcuno ti ha portato via la borsa. Semmai, la differenza la pagherà lo sconosciuto nel caso in cui l’essere accusato dell’uno o dell’altro delitto comporti una pena diversa. È così?

Molto probabilmente, l’obiettivo del malvivente era proprio la tua valigetta, perché ha notato che era di una marca costosa e, vedendoti in giacca e cravatta, ha pensato che dentro ci potrebbe essere un buon bottino, quantomeno un portatile e magari qualche altro dispositivo aziendale. Ma avrebbe potuto agire in modi diversi. Uno è quello che tu hai visto: prendere la borsa in un tuo momento di distrazione e scappare. Un altro modo poteva essere strappartela con violenza dalla mano per poi scappare. O, ancora, chiederti di consegnargliela sotto la minaccia di un’arma. Ciascuna di queste azioni corrisponde a un reato diverso. Vediamo la differenza tra furto, scippo, borseggio, rapina.

Furto: che cos’è?

Secondo il Codice penale, commette furto «chiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri» [1]. La pena prevista è la «reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 154 a 516 euro». In questo contesto, viene considerata una cosa mobile anche l’energia elettrica e «ogni altra energia che abbia un valore economico». Insomma, rubare il cellulare a qualcuno o attaccarsi al contatore del gas del vicino a sua insaputa viene considerato sempre un furto.

La normativa ha voluto prevedere un capitolo a parte per il furto in abitazione: in questo caso, la pena prevista è la reclusione da quattro a sette anni e la multa da 927 a 1.500 euro [2].

Il furto, dunque, viene commesso tramite la sottrazione e l’impossessamento di una cosa senza violenza: il mio collega di lavoro si assenta un attimo per andare in bagno, vedo che ha il portafoglio sulla scrivania, lo apro, prendo 50 euro e li metto nel mio portafoglio. Oppure, sono sul treno, vedo che il passeggero davanti a me si è addormentato, gli prendo la borsa che ha sulla cappelliera del vagone e scendo alla stazione successiva prima che si svegli.

Il Codice prevede anche delle circostanze aggravanti. Ad esempio, quando per compiere il furto viene usata la violenza su una cosa (rompere il vetro della macchina per rubare una borsa dimenticata dentro, spaccare una persiana per entrare a rubare in un appartamento, ecc.). A seconda dei casi, si parla di furto con danneggiamento o di furto con scasso.

Altre aggravanti possono essere l’uso di mezzi fraudolenti (ad esempio, il raggiro) o il furto di capi di bestiame, di armi o di munizioni.

Scippo: che cos’è?

Si potrebbe dire che lo scippo è una specie di «sottocategoria» di furto, perché in realtà consiste nel rubare qualcosa a qualcuno strappandogliela di mano o di dosso in un luogo pubblico [2]. La pena prevista è la stessa riservata a chi commette un furto in abitazione (non a caso, se ne parla nello stesso articolo del Codice penale), cioè la reclusione da quattro a sette anni e la multa da 927 a 1.500 euro.

Il tipico caso di scippo è quello di chi strappa la borsa alla donna che sta camminando per strada o è in attesa della metropolitana e poi scappa. Proprio per questa dinamica – spiegano i Carabinieri nel loro sito –, la probabilità che la vittima resti ferita è molto alta, come nel caso di una signora che, a seguito dello strattone, cade a terra e viene trascinata per alcuni metri perché il braccio è rimasto impigliato tra i manici della borsa portata a tracolla.

Borseggio: che cos’è?

A differenza del furto o dello scippo, il borseggio consiste nel rubare con destrezza denaro o altri oggetti di valore che si portano indosso [3]. Anche qui si può citare il tipico caso di chi, con un’abilità degna del mago Houdini, introduce la mano nella tasca dei pantaloni altrui tra la folla che viaggia nell’autobus e gli frega il portafoglio in un batter d’occhio.

In realtà, il borseggio è un’aggravante del furto perché si basa sulla destrezza, cioè sulla condotta propria di chi opera con particolare abilità, astuzia o avvedutezza e idonea a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza della vittima sulla cosa. In buona sostanza, chi subisce il borseggio può essere sopra pensiero o impegnato a leggere un giornale mentre il malvivente gli mette le mani in tasca o nella borsa. Ma può anche essere distratto apposta dal borseggiatore con una scusa in modo che distolga l’attenzione dalla cosa che si vuole rubare. È il classico trucco dei finti turisti che chiedono un’informazione aprendo una piantina della città sotto gli occhi della vittima per distrarla e, nel frattempo, mettere a segno il colpo.

Rapina: che cos’è?

Diversa dal furto, dallo scippo e dal borseggio la rapina, perché è l’unica di questi quattro delitti che prevede la minaccia esplicita o la violenza. E forse per la particolare gravità del fatto, il Codice penale dedica ampio spazio alla rapina, reato attribuito a «chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto mediante violenza alla persona o minaccia, s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene» [4]. La pena prevista è la reclusione da cinque a dieci anni e la multa da 927 a 2.500 euro.

Alla stessa pena – continua il Codice – soggiace «chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l’impunità».

Vieni rapinato, dunque, se mentre cammini per strada qualcuno ti punta un coltello alla gola e ti chiede il portafoglio, oppure se per strapparti e portarsi via la borsa ti strattona, ti picchia e ti butta a terra.

Anche sul delitto di rapina sono previste delle aggravanti, con una pena da sei a 20 anni di reclusione e la multa da 2.000 a 4.000 euro nel caso in cui:

  • la violenza o minaccia è commessa con armi (rapina a mano armata) o da persona travisata o da più persone riunite;
  • la violenza consiste nel porre qualcuno in stato d’incapacità di volere o di agire (drogarlo, legarlo, ecc.);
  • la violenza o minaccia è posta in essere da persona che fa parte di associazione di stampo mafioso;
  • il fatto è commesso nei luoghi tali da ostacolare la pubblica o privata difesa o all’interno di mezzi di trasporto;
  • il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro;
  • il fatto è commesso nei confronti di persona con più di 65 anni.

È interessante segnalare la recente sentenza (che riportiamo in fondo in versione integrale) con cui la Cassazione [5] ha confermato il reato di rapina anche nei confronti di chi sottrae qualcosa a qualcuno con la violenza ma, dopo essere scappato viene fermato con la refurtiva intatta. In pratica, il ladro aveva preso uno zaino appoggiato per terra e sferrato un pugno al proprietario per poi scappare. Tuttavia, sia la vittima sia i Carabinieri hanno inseguito e fermato il malvivente e hanno recuperato lo zaino.

Inutile, durante il processo, il tentativo del difensore di convincere la Suprema Corte a pronunciarsi su un caso di «tentata rapina», visto che lo zaino era stato recuperato: secondo i giudici di legittimità, «ai fini della configurazione della rapina impropria consumata è sufficiente che il malvivente, dopo aver compiuto la sottrazione della cosa mobile altrui, adoperi violenza o minaccia per assicurare a sé o ad altri il possesso della res, mentre non è necessario che ne consegua l’impossessamento, non costituendo quest’ultimo l’evento del reato ma un elemento che appartiene al dolo specifico». In sostanza, il malvivente «ha conseguito l’autonomo dominio utile della res sottratta, vincendo con violenza alla persona la resistenza della vittima», e di conseguenza è manifesta «la consumazione del delitto di rapina».

Per concludere, qualcuno si può impossessare del tuo portafoglio commettendo uno di questi quattro delitti:

  • lo prende dalla tua scrivania mentre sei in riunione e se lo porta via: hai subìto un furto;
  • te lo strappa di mano mentre stavi prendendo una banconota per pagare un caffè: hai subìto uno scippo;
  • te lo prende dalla borsa senza che tu te ne accorga mentre sei in metropolitana: hai subìto un borseggio;
  • ti chiede di consegnarglielo sotto la minaccia di un coltello: hai subìto una rapina.

note

[1] Art. 624 cod. pen.

[2] Art. 624-bis cod. pen.

[3] Art. 625 cod. pen.

[4] Art. 628 cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 29404/2021 del 15.07.2021.

Cass. pen., sez. II, ud. 15 luglio 2021 (dep. 27 luglio 2021), n. 29404

Presidente Cammino – Relatore Perrotti

Ritenuto in fatto

  1. La Corte di appello di Bologna, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato la sentenza impugnata, che, riconosciute le circostanze attenuanti generiche sul minimo della pena applicato per il delitto di rapina impropria consumato, aveva condannato l’imputato alla pena di un anno e mesi quattro di reclusione, oltre la multa; pena così ridotta per la scelta del rito. Avverso tale sentenza ricorre l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, deducendo i motivi in appresso sintetizzati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1: 1.1. violazione e falsa applicazione della legge penale sostanziale, violazione della legge processuale, vizi esiziali di motivazione, anche per travisamento della prova (art. 606 c.p., comma 1, lett. b, c ed e; art. 628 cpv. c.p.), per aver la Corte riconosciuto la responsabilità del ricorrente, ad onta della equivoca contraddittorietà della prova dichiarativa circa la sussistenza del fatto; i medesimi vizi attingono la sentenza impugnata, avendo la Corte ritenuto il fatto consumato, nonostante l’evidente difetto della definitiva sottrazione ed impossessamento, in capo all’agente, dello zaino della vittima.

Considerato in diritto

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per la manifesta infondatezza dei motivi, che, censurando aspetti della decisione relativi all’apprezzamento della prova per l’accertamento del fatto, denunciano (il primo) un travisamento della prova che non è dato cogliere dall’esame della duplice motivazione conforme di condanna. Il secondo motivo sollecita invece la Corte di legittimità ad una differente qualificazione del fatto (rapina impropria solo tentata), che la Corte territoriale ha inteso (in conformità di giudizio con il primo giudice) racchiudere nella tipicità descrittiva della rapina consumata, con motivazione che, aderendo scrupolosamente ai dati di fatto assunti nel giudizio a prova contratta, non appare affatto illogica, men che meno in forma manifesta. 1. A fronte della duplice condanna in primo ed in secondo grado, i vizi di motivazione e le violazioni di legge denunciate, non possono essere coltivati dinanzi a questa Corte, se non nel caso in cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice ovvero quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel contraddittorio delle parti (Sez. 4, n. 44765 del 22/10/2013, Buonfine e altri, Rv. 256837; Sez. 4, n. 4060 del 12/12/2013 dep. 2014, Capuzzi, Rv. 258438; Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016, Rv. 269217; Sez. 2, n. 5336 del 9/1/2018, Rv. 272018; Sez. 4, n. 35963, del 3/12/2020, Rv. 280155). 1.1. D’altra parte, ai fini del controllo di legittimità sul vizio di motivazione, la struttura giustificativa della sentenza di appello si salda con quella di primo grado, per formare un unico complessivo corpo argomentativo, allorquando i giudici del gravame, esaminando le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti ai passaggi logico giuridici della prima sentenza, concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento della decisione (Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, Rv. 257595). Siffatta integrazione tra le due motivazioni si verifica non solo allorché i giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico – giuridici della decisione, ma anche, e a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione di primo grado (da ultimo, Sez. 4, n. 56311-18, del 28/11/2018; Sez. 2, 55955-18, del 10/9/2018; Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep. 12/04/2012, Rv. 252615). 1.2. Tanto chiarito quanto all’ambito del sindacato di legittimità sulla motivazione della sentenza d’appello in caso di doppia pronuncia di colpevolezza, va rilevato come le deduzioni difensive in tema di accertamento del fatto e qualificazione consumata della rapina impropria siano volte a sollecitare un diverso apprezzamento delle emergenze processuali (in particolare, per errata descrizione della condotta violenta descritta dall’offeso e per il ravvisato difetto di sottrazione della res dalla sfera di dominio diretto dell’offeso e corrispondente difetto di impossessamento del medesimo oggetto), operazione che, a fronte del preciso ancoraggio alle epifanie processuali e del rigore logico giuridico che connota le scansioni dell’iter argomentativo delle decisioni impugnate, non ha idoneità ad incidere sulla legittimità della decisione impugnata. 1.3. La Corte di merito, la cui motivazione si fonde e si integra con quella del giudice di primo grado, ha spiegato in maniera chiara, logica e coerente che la prova del fatto è stata fornita in maniera assolutamente circostanziata da colui che la violenza alla persona ha direttamente sofferto, dopo aver subito la sottrazione dello zaino poggiato al suolo, mentre la qualificazione giuridica del fatto è stata operata in aderenza alle circostanze emerse nel corso della istruttoria a prova contratta ed in perfetta sintonia rispetto al consolidato e condivisibile orientamento giurisprudenziale, dal quale questo Collegio non intende discostarsi (solo tra le più recenti e massimate: Sez. 2, n. 15584 del 12/02/2021, Rv. 281117; Sez. 2, n. 11135, del 22/2/2017, Rv. 269858: Ai fini della configurazione della rapina impropria consumata è sufficiente che l’agente, dopo aver compiuto la sottrazione della cosa mobile altrui, adoperi violenza o minaccia per assicurare a sé o ad altri il possesso della “res”, mentre non è necessario che ne consegua l’impossessamento, non costituendo quest’ultimo l’evento del reato ma un elemento che appartiene al dolo specifico; conf. Sez. 2, n. 46412, del 16/10/2014, Rv. 261021; Sez. U. n. 34952, del 19/4/2012, Rv. 253153). L’agente, così motivano conformemente le sentenze di merito, profittando del fatto che lo zaino era stato momentaneamente poggiato al suolo, se ne impossessava, quindi sferrava un pugno al volto della vittima e fuggiva a piedi, inseguito sia dalla vittima che dai c.c. intervenuti. Così facendo pertanto conseguiva l’autonomo dominio utile della res sottratta, vincendo con violenza alla persona la resistenza della vittima. La cronologia dell’occorso, limpidamente descritta nel corpo motivazionale delle consonanti sentenze di merito, rende manifesta la consumazione del delitto di rapina, ricorrendone tutti gli estremi. 2. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi, per quanto sopra argomentato, profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al versamento a favore della Cassa delle ammende di una somma che, alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale, nella sentenza n. 186 del 2000, sussistendo profili di colpa, si stima equo determinare in Euro duemila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


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