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Violenza sessuale via chat: quando scatta?

30 Luglio 2021 | Autore:
Violenza sessuale via chat: quando scatta?

La differenza con il revenge porn: ci vuole la minaccia di diffondere delle immagini osé se la vittima non accetta più di mostrarsi nuda.

Si può essere consenzienti una volta, due, anche tre. Ma ciò non significa che lo si debba essere a vita. Se finora una ragazza ha acconsentito a fotografarsi nuda e ad inviare l’immagine via WhatsApp al suo compagno occasionale di giochi erotici, non vuol dire che quest’ultimo possa pretendere di averne sempre di più ogni volta che lui lo decide: così facendo si rischia una condanna penale. Come si legge in una recente sentenza della Cassazione, è possibile consumare il reato di violenza sessuale via chat. Quando scatta?

Per la Suprema Corte, ci sono delle situazioni in cui si può andare al di là del reato di revenge porn, introdotto nel 2019, che consiste nella diffusione di foto o video sessualmente espliciti, scattati o girati per rimanere in privato. Si può arrivare alla vera e propria violenza sessuale anche senza sfiorare con un dito la vittima ma costringendola, anche con le minacce, a continuare contro la sua volontà un gioco perverso, al quale all’inizio ha detto di sì ma che poi vorrebbe abbandonare per sempre. Vediamo, secondo la Cassazione, quando può scattare la violenza sessuale via chat.

Violenza sessuale: quando scatta via chat?

La scena si ripete ogni giorno sui social. Un uomo e una donna si incrociano su Facebook, su Instagram, su Twitter o in qualsiasi altro scenario virtuale del web. Scambiano due parole e capiscono che tra di loro ci possono essere dei momenti di sesso a distanza. Comincia lo scambio di foto, prima provocanti, poi sempre più piccanti fino alla nudità assoluta e ai video di autoerotismo girati col telefonino. Scene che si ripeteranno sicuramente attraverso videochiamata. Il gioco va avanti per un po’, dopodiché lui comincia a chiedere delle cose sempre più spinte, lei si stanca dell’insistenza e decide di mollare.

E fin qui, un rapporto (se così lo si può chiamare) virtuale tra due persone sul quale, dal punto di vista morale, ciascuno può fare le proprie valutazioni mentre dal punto di vista legale non c’è nulla da obiettare, a meno che uno dei due sia minorenne oppure siano sposati: in quest’ultimo caso, scatta il tradimento e l’addebito della separazione, come abbiamo spiegato in questo articolo.

Quando si arriva, però, alla violenza sessuale via chat? Secondo la Cassazione [1], è possibile consumare questo reato tramite social nel momento in cui uno dei due costringe l’altro ad inviare ulteriore materiale sessualmente esplicito contro la sua volontà e sotto la minaccia di diffondere le immagini che ha già in suo possesso, magari inviate in modo consenziente quando il «gioco» stava iniziando.

Non conta, secondo la Suprema Corte, il fatto che lei abbia accettato all’inizio lo scambio di foto o video in cui si mostra nuda: conta il suo rifiuto successivo, cioè il fatto che, ad un certo punto, non vuole continuare ad inviare delle immagini osé ma si sente minacciata di finire senza veli sui social network. La sola volontà di non trovarsi esposta davanti ad amici e conoscenti completamente nuda è sufficiente, secondo la sentenza in commento, ad integrare la lesione della sua autodeterminazione sessuale, messa da parte per accontentare chi le chiede altre foto in modo da evitare la vergogna.

Per la Cassazione, nel caso in cui la minaccia di pubblicare foto e video della vittima non venga attuata, il reato che si configura è quello di tentata violenza sessuale. Se, invece, porta in atto i suoi avvertimenti, siamo di fronte ad una violenza sessuale vera e propria: non rileva, conclude la sentenza, il piacere sessuale raggiunto o solo perseguito da chi commette il reato ma la violenza subita dalla vittima, costretta a compiere atti che invadono la propria sfera sessuale.

Violenza sessuale via chat o revenge porn: quale differenza?

Come abbiamo appena visto, la Cassazione parla di violenza sessuale attraverso i social quando l’autore del reato costringe un’altra persona a mostrarsi nuda o mentre si masturba davanti al telefonino, sotto la minaccia di pubblicare altre immagini di cui è già in possesso, magari inviate in modo consenziente dalla vittima all’inizio della «relazione». Diverso, invece, il reato di revenge porn, introdotto nel 2019 grazie alla legge conosciuta come «Codice Rosso» [2], approvata per offrire maggiori tutele soprattutto alle donne. In questo caso, il delitto si configura con la diffusione di immagini a sfondo sessuale ai danni di una persona ritratta o contro la sua volontà o conoscenza oppure in maniera consenziente ma contraria alla pubblicazione.

Facciamo un esempio. Due fidanzati vanno in vacanza insieme e, com’è ovvio pensare, condividono non solo la stessa camera ma anche lo stesso letto. A lui piace rivedere ogni tanto il momento in cui fa l’amore con la fidanzata e, per questo, nasconde una telecamera di fronte al letto e filma il rapporto sessuale all’insaputa di lei. Può anche darsi che pure a lei piaccia rivedere certe scene e che, quindi, sia consenziente ad essere filmata mentre fa sesso con il fidanzato. L’idea è di riguardarlo insieme qualche volta. Ma, di sicuro, di tenere il video in un cassetto, lontano dagli occhi di chiunque.

Lui, però, non resiste alla tentazione di vantarsi con gli amici delle sue performance al letto e della bellezza della sua ragazza e, così, diffonde il video all’insaputa di lei. Ecco quando scatta il reato del revenge porn.

Ma non solo: il delitto si configura anche se le immagini pubblicate non sono state filmate da chi le divulga ma, a sua volta, da chi le aveva ricevute da qualcuno e poi fatte girare di nuovo. È anche prevista l’aggravante per chi fa circolare delle immagini a sfondo sessuale rubate a qualcuno.

In sintesi, commette reato di revenge porn «chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate». Non si parla di minaccia, in questo caso, come nella violenza sessuale via social a cui faceva riferimento la sentenza della Cassazione, ma della semplice divulgazione delle immagini senza il consenso delle persone interessate. La pena prevista è la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro.


note

[1] Cass. sent. 29581/2021.

[2] Legge n. 173/2019 del 19.07.2019.

Autore immagine: canva.com/


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