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Autovelox ai margini della strada: quando è illegittimo

30 Luglio 2021
Autovelox ai margini della strada: quando è illegittimo

Postazione polizia e treppiedi autovelox sul ciglio della strada: la carreggiata senza banchina (area di sosta) non ammette controlli elettronici della velocità. 

La giurisprudenza ha più volte spiegato quando è illegittimo l’autovelox ai margini della strada. Ciò succede, innanzitutto, quando la presenza del controllo elettronico della velocità non è segnalata da un apposito cartello posto a una distanza non superiore a 4 chilometri; o quando il cartello non è visibile; o quando l’autovelox viene installato su un’auto privata o in un luogo nascosto, in modo da trarre in inganno gli automobilisti.

La Cassazione ha però individuato un altro frequente caso in cui l’autovelox ai margini della strada è illegittimo. Cercheremo di spiegarlo qui di seguito.

Quando accanto all’autovelox non deve esserci la polizia

La legge dice che gli autovelox devono essere, in generale, sempre presidiati dagli agenti della polizia. I pubblici ufficiali, pertanto, devono trovarsi accanto all’apparecchio, anche al fine di fermare i trasgressori e contestare subito l’infrazione, consentendo loro una difesa immediata. 

Solo il Prefetto, con apposita ordinanza, può autorizzare, su strade individuate in modo specifico, il rilevamento automatico dell’eccesso di velocità con l’autovelox, ossia senza la presenza degli agenti. Tale regola non si applica alle autostrade e alle strade extraurbane principali dove l’autovelox automatico può essere installato anche senza il decreto del Prefetto.

Quindi, l’autovelox posto ai margini di una strada urbana o extraurbana secondaria, senza accanto la polizia e senza che vi sia un’ordinanza del Prefetto ad autorizzare il rilevamento automatico delle infrazioni, è illegittimo. Ed illegittima è la multa che, pertanto, può essere contestata dinanzi al giudice di pace entro 30 giorni dalla sua notifica.

L’eventuale ordinanza del Prefetto che autorizza il rilevamento automatico della contravvenzione deve indicare il tratto stradale in cui ciò può avvenire, l’esatta chilometrica in cui la postazione può essere installata e l’eventuale senso di marcia della stessa (se non indicato, si ritiene possibile il rilevamento in entrambi i sensi di marcia). 

Non è tutto: il verbale consegnato all’automobilista deve necessariamente indicare gli estremi dell’ordinanza del Prefetto, affinché il privato possa controllare che la stessa sia stata rispettata.

Quando l’autovelox ai margini della strada è illegittimo 

La legge dice che il Prefetto può autorizzare l’impiego dell’autovelox in modalità automatica sulle strade urbane a scorrimento, quelle cioè più ampie dove la circolazione è veloce. Attenzione però: il Codice della strada offre delle indicazioni specifiche per poter catalogare una strada come “urbana a scorrimento”. Tra i requisiti che tale strada deve avere c’è l’esistenza di una banchina. 

La banchina è lo spazio che si trova ai margini delle due corsie, oltre la linea bianca continua, e che separa la strada stessa dal marciapiedi, dalla cunetta, dal muro di contenimento del terreno, ecc.

La banchina, in altri termini, è quello spazio dove, in caso di necessità, ci si può fermare per poter eventualmente far fronte ad esigenze urgenti (si pensi alla sostituzione di una ruota).

Ebbene, secondo la Cassazione, se la strada urbana di scorrimento non è dotata di banchina, o se la banchina è troppo stretta, l’autovelox ai margini della carreggiata è sempre illegittimo. Neanche il Prefetto potrebbe autorizzarne l’installazione. E ciò perché mancherebbe proprio il presupposto per l’ordinanza stessa: ossia la presenza di una banchina ai margini della strada.

In una recentissima sentenza [1], la Cassazione ha detto che il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare autovelox automatici per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, può includere solo le strade del tipo imposto dalla legge e non altre: tra gli elementi necessari per la qualificazione di una strada urbana come di «scorrimento» rientra la banchina in senso proprio, ovvero uno spazio esterno rispetto alla carreggiata, destinato al passaggio dei pedoni o alla sosta di emergenza che, oltre a dover restare libero da ingombri, «abbia una larghezza tale da consentire l’assolvimento effettivo della finalità di permettere la sosta di emergenza degli utenti della strada» [2]. 

Nel caso di specie, i giudici avevano notato che le aree attigue alla carreggiata, essendo occupate stabilmente da ingombri, non potevano essere destinate alla sosta di emergenza, e che la legge esclude espressamente che la banchina inferiore a un metro sia destinata alla sosta, sia pure di emergenza. Per la Corte, insomma, la strada in questione non aveva una banchina idonea perché di larghezza insufficiente per garantire la sosta di emergenza degli utenti.

Per questi motivi, la Cassazione ha accolto il ricorso di un automobilista che chiedeva l’annullamento della multa con autovelox posizionato proprio sul ciglio della strada.

Multa nulla se il verbale non indica gli estremi del decreto del Prefetto

Con la medesima decisione la Cassazione ha anche detto che il verbale con cui viene sanzionato un automobilista mediante autovelox deve contenere, a pena di inammissibilità, il decreto prefettizio che indica le strade, le vie e le piazze dove è ubicata la macchinetta rilevatrice.   

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’automobilista in quanto ha precisato che, in tema di sanzioni amministrative, conseguenti al superamento dei limiti di velocità accertato mediante autovelox, la mancata indicazione degli estremi del decreto prefettizio pregiudica il diritto di difesa. Nel caso di specie, poiché il verbale di accertamento non conteneva la predetta indicazione, la censura del ricorrente è stata pienamente accolta.

Approfondimenti

Per maggiori informazioni leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 21604/21

[2] Cass. civ., n. 1622/2020

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. II, ord., 28 luglio 2021, n. 21604

Presidente Di Virgilio – Relatore Bellini

Fatti di causa

Con ricorso ritualmente notificato, P.L. proponeva opposizione innanzi al Giudice di Pace di Firenze, impugnando il verbale di accertamento n. 1535046/2015, elevato dalla Polizia Municipale in data 1.4.2015. Deduceva la non corrispondenza di Viale Lavagnini alle caratteristiche richieste dall’art. 2 C.d.S., comma 3, per la classificazione quale strada urbana di scorrimento, nella quale soltanto avrebbe potuto collocarsi l’autovelox. Si costituiva in giudizio il Comune di Firenze contestando quanto ex adverso dedotto. Con sentenza n. 722/2017, depositata il 17.3.2017, il Giudice di Pace di Firenze, a seguito anche di CTU richiesta dal ricorrente, rigettava il ricorso rilevando che, da un lato, il Codice della Strada non avesse previsto le dimensioni minime della banchina, e dall’altro che, come anche ricostruito dal CTU, la normativa sulle caratteristiche costruttive delle strade e sulla dimensione minima delle banchine pari a un metro, non si riferiva alle strade già esistenti, ma a quelle di futura costruzione o di futuro adeguamento. Avverso detta sentenza proponeva appello il P. insistendo sul fatto che Viale Lavagnini non avesse le caratteristiche della “strada urbana di scorrimento”, sul fatto che difettasse la banchina laterale di destra, sul fatto che lo spazio di 30 cm. posto al di là della striscia bianca di delimitazione della carreggiata non potesse essere la banchina richiesta, anche perché difettava il secondo elemento di riferimento richiesto dalla definizione della banchina (marciapiede, arginello, ecc.); insisteva sul fatto che la normativa sulle caratteristiche costruttive delle strade prevede che la banchina abbia la larghezza di un metro, come anche previsto dalla direttiva del Ministero dell’Interno 2009, richiamata dal D.L. n. 121 del 2002, e sul fatto che il mancato adeguamento della strada a questi standard non poteva consentire la collocazione dell’autovelox. In appello il Comune di Firenze restava contumace. Con sentenza n. 1080/2018, depositata in data 11.4.2018, il Tribunale di Firenze accoglieva l’appello e condannava il Comune di Firenze a rimborsare all’appellante le spese del doppio grado di giudizio. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il Comune di Firenze sulla base di tre motivi. Resiste P.L. con controricorso.

Ragioni della decisione

1. – Con il primo motivo, il Comune ricorrente lamenta la “Nullità del procedimento (art. 360 c.p.c., n. 4)”, deducendo che nel giudizio di appello, disciplinato dal rito del lavoro, l’unico termine tassativo e non derogabile è quello posto a tutela dell’appellato, per cui l’appello con il decreto di fissazione di udienza deve essere notificato almeno 25 giorni prima dell’udienza di comparizione. Nella fattispecie, il Tribunale aveva fissato il termine per la notifica all’11.2.2018 e l’udienza per la discussione l’11.4.2018, mentre ricorso e decreto erano notificati il 7.3.2018. Il ricorrente, rilevata la tardività della notifica, non si costituiva in giudizio, confidando nell’attenzione del Giudice d’appello, che avrebbe dovuto verificarne la tempestività e decidere di conseguenza, mentre alla prima udienza ne era dichiarata la contumacia, con conseguente nullità della sentenza. 2.1. – Il motivo non è fondato. 2.2. – Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte, “nel rito del lavoro il termine di dieci giorni entro il quale l’appellante, ai sensi dell’art. 435 c.p.c., comma 2, deve notificare all’appellato il ricorso (tempestivamente depositato in cancelleria nel termine previsto per l’impugnazione) e il decreto di fissazione dell’udienza di discussione non ha carattere perentorio; la sua inosservanza non produce quindi alcuna conseguenza pregiudizievole per la parte, perché non incide su alcun interesse di ordine pubblico processuale o su di un interesse dell’appellato, sempre che sia rispettato il termine che ai sensi del medesimo art. 435 c.p.c. (commi 3 e 4) deve intercorrere tra il giorno della notifica e quello dell’udienza di discussione” (Cass. 5997 del 1994) termine a difesa che, peraltro, nel caso di specie è stato ampiamente rispettato dall’appellante. 2. – Con il secondo motivo, il Comune ricorrente deduce la “Violazione di legge (art. 2 C.d.S., commi 2 e 3, lett. D, e art. 3 C.d.S., comma 1, n. 4 – D.L. n. 121 del 2002, Art. 4)”. 2.1. – Il motivo è fondato. 2.2. – Va, in primo luogo, rilevato che il Tribunale richiamava la L. n. 168 del 2002, art. 4, nel testo in vigore a seguito della conversione del D.L. n. 121 del 2002, secondo il quale gli autovelox possono essere installati sulle strade di cui all’art. 2 C.d.S., comma 2, lett. C e D, (strade extraurbane secondarie e strade urbane di scorrimento); il medesimo art. 2 C.d.S., comma 3, precisa che la tipologia D – strada urbana di scorrimento, corrisponde a una “strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate”. Il Tribunale richiamava la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare apparecchiature automatiche per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, può includere solo le strade del tipo imposto dalla legge e non altre. Di conseguenza, il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare apparecchiature automatiche per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, previsto dal D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4, può includere soltanto le strade del tipo imposto dalla legge mediante rinvio alla classificazione di cui all’art. 2 C.d.S., commi 2 e 3, e non altre. 2.3. – Il giudice dell’appello riteneva pertanto illegittimo, e quindi passibile di disapplicazione nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, il provvedimento prefettizio che avesse autorizzato l’installazione delle suddette apparecchiature in una strada urbana priva delle caratteristiche “minime” della “strada urbana di scorrimento”, sulla base della definizione del citato art. 2 C.d.S., comma 2, lett. D), (Cass. n. 7872 del 2011; Cass. n. 5532 del 2017). Infatti, tra gli elementi necessari per la qualificazione di una strada urbana come “di scorrimento”, rientra la banchina in senso proprio, ovvero uno spazio all’interno della sede stradale, esterno rispetto alla carreggiata, destinato al passaggio dei pedoni o alla sosta di emergenza che, oltre a dover restare libero da ingombri, abbia una larghezza tale da consentire l’assolvimento effettivo della finalità di permettere la sosta di emergenza degli utenti della strada (Cass. n. 16622 del 2019; Cass. n. 25688 del 2020; Cass. n. 20872 del 2020). Coerentemente dunque, il Tribunale rilevava come, esaminando le foto prodotte dal ricorrente, si ricavasse agevolmente che le aree attigue alla carreggiata risultavano essere occupate stabilmente da ingombri, per cui non potevano essere destinate alla sosta di emergenza; inoltre in base alla L. n. 168 del 2002, art. 4, e alla direttiva Ministero Interni 2009, art. 3, emergeva che, mentre era sempre consentita la collocazione su autostrade e strade extraurbane di autovelox e dunque la contestazione differita dei verbali di eccesso di velocità, nel caso, invece, di strade urbane di scorrimento ed extraurbane non principali, occorreva che la contestazione differita mediante l’utilizzo di autovelox trovasse una giustificazione, specificamente richiesta nel cit. art. 3 della Direttiva ministeriale, nell’elevato tasso di incidentalità, che il Prefetto ha l’onere di ricavare da un’attività istruttoria procedimentalizzata e che si basa sulla richiesta di informazioni del Comando di Polizia Municipale e dell’ente proprietario. Tutto ciò, non risultava provato per Viale Lavagnini, che, come detto, non presentava una idonea banchina; sicché la strada in questione non possedeva i requisiti di legge, in quanto il Giudice d’appello riteneva che la banchina fosse di larghezza insufficiente (35 centimetri, come verificato dal CTU) per poter adempiere la funzione che le sarebbe assegnata dal Codice della Strada, cioè consentire la sosta di emergenza degli utenti della strada. Osserva il ricorrente che, in questo modo, sarebbe attribuita alla banchina una funzione non riconosciutale dalla legge, non avendo questa la funzione di consentire la sosta di emergenza, per cui la sentenza risulta errata là dove ne esclude la presenza per la ritenuta insufficienza dello spazio esistente al lato della carreggiata. Peraltro, va detto che il D.M. 5 novembre 2001, (pur prevedendo per le nuove strade urbane di scorrimento una larghezza minima della banchina di un metro), esclude che la banchina sia destinata alla sosta, sia pure d’emergenza. Infatti, è ben noto che la larghezza di un qualsiasi veicolo a quattro ruote è superiore a un metro: se la banchina dovesse assolvere la funzione che le attribuisce il Tribunale, dovrebbe avere una larghezza maggiore di un metro. Pertanto, non risultando (la banchina) essere destinata alla sosta di emergenza, la sentenza impugnata risulta viziata avendo malamente applicato le norme che regolano la materia, mentre deve essere confermata la legittimità del decreto prefettizio, nonché del verbale impugnato. 3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce il “Difetto di istruttoria – Violazione del principio dell’onere della prova (art. 2697 c.c.)”, poiché il Tribunale aveva affermato che per Viale Lavagnini non fosse stata fornita dal Comune la prova della verifica da parte del Prefetto del tasso di incidentalità; così da operare un’indebita inversione dell’onere della prova. 4. – Va, dunque, rigettato il primo motivo. Va, invece, accolto il secondo motivo, con assorbimento del terzo motivo. La sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata al Tribunale di Firenze, davanti a diverso giudice, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo. Accoglie il secondo motivo, cassa la sentenza impugnata, con assorbimento del terzo motivo; rinvia la causa al Tribunale di Firenze, davanti a diverso giudice che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.


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