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Rapporti avvocato-cliente su WhatsApp: sono leciti?

30 Luglio 2021 | Autore:
Rapporti avvocato-cliente su WhatsApp: sono leciti?

Il legale può comunicare formalmente con il suo cliente tramite un messaggino? E deve essere considerata una consulenza a pagamento?

C’era una volta il telefono a disco. Occorreva farlo girare con un dito, una cifra alla volta, per comporre il numero dell’utente che si voleva chiamare. Da qualche decennio, hanno inventato il cellulare: memorizzato il numero, è possibile dare allo smartphone un ordine a voce affinché lo componga da solo. C’erano una volta carta, penna, calamaio e una busta in cui infilare una lettera da portare all’ufficio postale affinché la recapitasse al destinatario. Da qualche decennio, hanno inventato l’e-mail, un sistema per inviare in un secondo un messaggio ad un’altra persona senza muoversi dal luogo in cui ci si trova. La tecnologia ha fatto così tanti passi da gigante da rendere incomprensibile il fatto di non utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione, sia nella vita privata sia nel lavoro. Compresa la messaggistica istantanea, WhatsApp in testa, che aiuta in termini di tempo e, per certe cose, risulta più pratica. Ma chi ha uno studio professionale può utilizzare queste risorse? Ad esempio, i rapporti avvocato-cliente su WhatsApp sono leciti? E si tratta di consulenze vere e proprie che bisogna pagare come se si prendesse appuntamento in studio?

Chiedersi se un avvocato possa comunicare con il suo cliente via WhatsApp può destare qualche perplessità: perché mai non dovrebbe farlo, ad esempio, al termine di un’udienza per informare l’interessato com’è andata? Perché dovrebbe convocarlo ogni volta nel suo studio con la conseguente perdita di tempo, magari per dirgli delle cose che non impegnano più di 100 caratteri sul display dell’app di messaggistica? Eppure, recentemente un avvocato era stato sanzionato proprio per avere scambiato dei messaggi dal contenuto professionale con la donna che difendeva d’ufficio, salvo poi essere stato «assolto» dal Consiglio nazionale forense. L’assistito, dunque, si può domandare: se i rapporti avvocato-cliente su WhatsApp sono leciti, devo pagare quella consulenza? Questi sono i due aspetti che vediamo di seguito.

L’avvocato può comunicare via WhatsApp con il cliente?

Secondo una recente pronuncia del Consiglio nazionale forense [1], nulla vieta ad un avvocato di comunicare via WhatsApp con il suo cliente, poiché – si legge – «l’uso della messaggistica consente una comunicazione più immediata e veloce e non può ritenersi in sé violazione dei doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza ex articolo 9 del Codice deontologico forense, anche perché costituisce un metodo che ha ormai valore legale». Un sistema, aggiunge il Cnf, «che per di più fornisce anche una valida prova nel processo. Anche gli attuali orientamenti giurisprudenziali – si legge ancora – hanno ritenuto il messaggio quale valida prova nei rapporti contrattuali tra le parti essendo parificabile ad un documento informatico che consente la conoscenza della volontà delle parti stesse».

Il Consiglio nazionale forense cita, ad ulteriore supporto della sua decisione, la sentenza con cui la Cassazione ha confermato il valore probatorio dei messaggi inviati su WhatsApp [2].

Consulenza via WhatsApp: va pagata all’avvocato?

Appurato che, secondo il Consiglio nazionale forense, i rapporti avvocato-cliente via WhatsApp sono leciti, resta da capire se l’assistito è tenuto a pagare la consulenza chiesta anche in via occasionale ad un legale. Una circostanza che, a detta dei professionisti, si presenta frequentemente. Messaggi del tipo «mi scusi, avvocato, ho questo problema, secondo Lei cosa dovrei fare?».

Va detto, innanzitutto, che per conferire un incarico ad un legale non occorre sottoscrivere formalmente un mandato: basta l’invio di un messaggio via e-mail o, appunto, via WhatsApp, per esprimere chiaramente la volontà di affidare un compito all’avvocato [3]. Chi pensa, dunque, che mandare un messaggio al cellulare del professionista per chiedergli consiglio su come agire di fronte ad una certa situazione si limita ad un semplice parere gratuito dovrà ricredersi: la consulenza rientra di pieno diritto nell’attività svolta dall’avvocato, anzi è indispensabile, perché è il primo passo verso una possibile azione legale da intraprendere.

In sintesi, tutto questo ragionamento si può concentrare in due punti:

  • il diritto al pagamento matura a prescindere dal conferimento scritto di un mandato;
  • la consulenza deve essere considerata a tutti gli effetti una prestazione professionale.

Questo significa che, in linea di massima, l’avvocato ha diritto ad essere pagato anche se la consulenza non è resa faccia a faccia nel suo studio ma attraverso un sistema di comunicazione diverso, come la telefonata, il fax oppure il messaggio su WhatsApp.

E se il cliente ritiene che non ci siano gli estremi per pagare il «semplice parere» ricevuto tramite messaggino? In questo caso, non dovrebbe stupirsi se l’avvocato agisce legalmente chiedendo in tribunale un decreto ingiuntivo per costringere il beneficiario della sua consulenza a pagare. Basterà che il legale mostri al giudice una copia dei messaggi ricevuti ed inviati, eventualmente provvedendo alla trascrizione dei cosiddetti «vocali». Come detto poco fa, infatti, la Cassazione ha confermato che i messaggi su WhatsApp sono «una valida prova nei rapporti contrattuali tra le parti essendo parificabile ad un documento informatico che consente la conoscenza della volontà delle parti stesse».


note

[1] Cons. naz. Forense, decisione n. 28/2021.

[2] Cass. sent. n. 49016/2017.

[3] Cass. sent. n. 1792/2017.


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2 Commenti

  1. Quante volte il cliente ha cercato di contattarmi su WhatsApp avendo trovato il mio numero online ed ha tentato di scroccarmi una consulenza gratuitamente. Ovviamente, nel rispondere metto subito in chiaro che non faccio beneficenza e che il parere su un determinato fatto non è il consiglio di un amico ma il risultato di un’analisi approfondita della vicenda che richiede il pagamento di una parcella

  2. Ormai, con le nuove tecnologie si finisce per fare le consulenze online tramite telefono, videochiamata, e-mail. Poi, con il Covid-19 abbiamo cercato di limitare gli incontri per evitare contagi. Senza dubbio, i pareri vanno retribuiti come se ci fosse l’appuntamento in studio perché la consulenza c’è comunque a prescindere dal luogo e dal mezzo con cui viene fatta

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