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Rubare telefono: la pena è più grave?

2 Agosto 2021 | Autore:
Rubare telefono: la pena è più grave?

Impossessarsi del cellulare di altri è furto semplice o aggravato? Cosa sono i mezzi fraudolenti?

I telefonini di oggi possono avere un valore economico davvero ragguardevole. Ciò perché gli smartphone permettono non solo di chiamare, ma di fare praticamente tutto ciò che un tempo era un’esclusiva del computer. Ecco perché fanno gola ai malintenzionati, i quali potrebbero essere interessati a rubarli per poi piazzarli sul mercato nero. Una recente sentenza della Suprema Corte è intervenuta proprio su questo argomento, stabilendo in quali casi rubare un telefono comporta una pena più grave.

Secondo i giudici, quando ci si approfitta di determinate situazioni favorevoli, magari sfruttando dei subdoli sotterfugi, si rischia un’incriminazione per furto aggravato, punito con la reclusione sino a sei anni. È il caso di chi prima chiede in prestito il cellulare per effettuare una chiamata urgente e poi scappa via. La pena è più grave se si ruba un telefono? Potrebbe esserlo. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura.

Furto semplice: cos’è e com’è punito?

Secondo la legge, il furto consiste nell’impossessarsi della cosa altrui, sottraendola a chi la detiene. La condotta del ladro, dunque, deve consistere nella privazione della disponibilità materiale del bene (sottrazione) e nella contestuale sua acquisizione da parte del ladro (impossessamento) [1].

Non è dunque furto prendere il bene altrui (ad esempio, un portafogli) e poi gettarlo via, in quanto c’è la sottrazione ma non l’impossessamento; lo è, al contrario, prendere la cosa di altri per ricavarci un guadagno (tenendola semplicemente con sé o vendendola, ad esempio).

Oggetto del furto deve essere necessariamente una cosa mobile: non è possibile rubare una casa o un fondo. In casi del genere, al massimo può integrarsi il reato di invasione di edifici o terreni.

L’elemento soggettivo del reato è il dolo, ossia la precisa intenzione di voler rubare. Chi si appropria di una cosa altrui per sbaglio (classico esempio è colui che, all’uscita da un locale, confonde l’ombrello di un altro con il proprio) non commette furto, perché questo delitto presuppone l’intenzionalità della condotta.

Quello appena descritto è il cosiddetto furto semplice, cioè il furto commesso senza particolari stratagemmi né avvalendosi di specifiche situazioni che possono aver facilitato l’opera del reo.

Il furto semplice è punito dalla legge con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 154 a 516 euro.

Questo tipo di reato è procedibile a querela di parte. Ciò significa che la vittima del reato ha tre mesi di tempo per denunciare il fatto alle autorità, decorsi i quali non si potrà più procedere nei confronti del colpevole.

Furto aggravato: cos’è e com’è punito?

Secondo il Codice penale, la sottrazione di una cosa altrui, quando avviene in determinati modi o in specifiche situazioni, merita di essere punita più severamente. Queste circostanze sono definite aggravanti, al cui ricorrere la pena lievita fino a poter raggiungere, nel caso di concomitanza di più di esse, fino a dieci anni.

Per la legge, il furto è aggravato quando:

  • il ladro usa violenza sulle cose o si avvale di un mezzo ingannevole (furto fraudolento);
  • il colpevole porta con sé armi o narcotici, pur senza usarli;
  • si ha furto con destrezza, cioè quando l’autore agisce con speciale abilità, superiore a quella normalmente usata dal comune ladro e, perciò, idonea a eludere la normale vigilanza dell’uomo dalla diligenza media;
  • è commesso da tre o più persone, oppure anche da una sola, se sia travestita in modo da celarne l’identità o da simulare la qualità di pubblico ufficiale;
  • riguarda il bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si vendono alimenti;
  • è commesso su beni presenti negli uffici pubblici, oppure sottoposti a sequestro o a pignoramento, o ancora esposti necessariamente o abitualmente alla pubblica fede (es. macchina parcheggiata in luogo non custodito; taccheggio nel supermercato, ecc.);
  • è commesso su componenti metalliche o altro materiale sottratto ad infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici e gestite da soggetti pubblici o da privati in regime di concessione pubblica;
  • è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria;
  • è commesso all’interno di mezzi pubblici;
  • è commesso nei confronti di persona che stia uscendo da istituti di credito o uffici postali, oppure abbia effettuato un prelievo presso gli sportelli automatici a ciò adibiti [2].

Il furto aggravato è punito con la reclusione da due a sei anni, oltre alla multa da 927 a 1.500 euro.

Il furto aggravato, inoltre, è procedibile d’ufficio, nel senso che chiunque può segnalare alle autorità il fatto criminoso, anche una persona diversa dalla vittima del reato.

Rubare un telefono: quando la pena è più grave?

Rubare un telefono costituisce furto semplice o aggravato? Dipende dalle circostanze.

Secondo la Corte di Cassazione [3], chiedere in prestito un cellulare con il pretesto di dover fare una telefonata urgente e poi scappare via con l’apparecchio costituisce furto aggravato dall’uso di un mezzo fraudolento. Ma c’è di più. La condotta è grave anche perché arreca un rilevante danno alla vittima, la quale non solo si vede sottrarre un bene di discreto valore (nel caso di specie, di circa 100 euro), ma viene anche privata della possibilità di utilizzare la cosa rubata.

Secondo la Cassazione, non può essere sottovalutata la circostanza del prolungato mancato utilizzo del telefono, che va considerato quale ulteriore effetto pregiudizievole subito dalla persona offesa in conseguenza del furto.

Per la Cassazione è inoltre evidente il «mezzo fraudolento» utilizzato dal ladro. Ciò perché l’uomo ha finto la necessità di dover fare una telefonata, così allentando la sorveglianza da parte delle persone offese.

Morale della favola: chi ruba un cellulare rischia un’incriminazione per furto aggravato e una pena severa, dai due ai sei anni.


note

[1] Art. 624 cod. pen.

[2] Art. 625 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 28715 del 23 luglio 2021.

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. IV, ud. 26 maggio 2021 (dep. 23 luglio 2021), n. 28715

Presidente Piccialli – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

  1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado che ha dichiarato la penale responsabilità di P.R. in ordine al reato di furto continuato aggravato a lui ascritto, per essersi impossessato di due telefoni cellulari, sottraendoli rispettivamente a A.C. e a V.I. , con l’aggravante del mezzo fraudolento, consistito nell’aver chiesto in prestito i cellulari per effettuare una telefonata e, poi, nell’impossessarsene (Fatti commessi in (omissis) ). 2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando (in sintesi giusta il disposto di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1) quanto segue. 2.1. Con i primi due motivi, vizio di motivazione in relazione alla prova del fatto storico concernente il furto ai danni di A.C. ed alla attendibilità del teste persona offesa; mancata assunzione di una prova decisiva in relazione alla richiesta di esame di A.G. . Osserva che in sede di istruttoria è stato sentito il proprietario del telefono rubato, ma non il materiale detentore dello stesso al momento del fatto, A.G. , figlio minore di A.C. , il quale si è limitato a riferire de relato le circostanze apprese dal figlio. 2.2. Con il terzo e quarto motivo, violazione di legge e vizio di motivazione laddove non ha ritenuto derubricabile il fatto (furto aggravato) in furto semplice, truffa o appropriazione indebita e per l’effetto dichiarare il reato improcedibile per difetto di querela, stante l’insussistenza della contestata circostanza aggravante del “mezzo faudolento”. 2.3. Con il quinto motivo, vizio di motivazione in relazione alla prova del fatto concernente il furto ai danni di V.I. ed alla attendibilità del teste persona offesa. 2.4. Con il sesto e settimo motivo, violazione di legge e vizio di motivazione laddove non ha ritenuto derubricabile il fatto contestato (furto aggravato) in furto semplice, truffa o appropriazione indebita e per l’effetto dichiarare il reato improcedibile per difetto di querela, stante l’insussistenza della contestata circostanza aggravante del “mezzo faudolento”. 2.5. Con l’ottavo e nono motivo, violazione di legge e vizio di motivazione nella parte in cui non ha ritenuto sussistente la circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità in relazione al furto del cellulare in danno di V.I. . 3. Il Procuratore generale, con requisitoria scritta, ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile. 4. Il difensore dell’imputato ha depositato nota scritta con la quale insiste per l’accoglimento dei motivi di impugnazione.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, contenendo censure manifestamente infondate in diritto e pretendendo di ottenere una non consentita rilettura dei fatti oggetto di imputazione. 2. Quanto all’episodio di furto in danno di A.C. , si osserva come le deposizioni de relato del medesimo siano pienamente utilizzabili, non risultando nè essendo stato dedotto dal ricorrente che vi sia stata richiesta di sentire il figlio (teste diretto) nel corso del dibattimento di primo grado. Invero, nel giudizio di appello sono utilizzabili, senza che ciò determini violazione dell’art. 195 c.p.p., comma 1, le dichiarazioni “de relato”, qualora nel giudizio di primo grado la difesa non avesse richiesto l’audizione del teste diretto, per implicito rinunciando ad avvalersi del diritto a procedere al suo esame (Sez. 6, n. 12982 del 20/02/2020, Rv. 279259). Peraltro, dalla stessa lettura della sentenza impugnata si evince che si tratta di una testimonianza non decisiva, posto che l’imputato, nel rilasciare spontanee dichiarazioni, ha ammesso di aver sottratto i telefoni in questione, senza peraltro riferire nulla di diverso rispetto alla modalità del furto così come descritta dai testimoni. È evidente, dunque, che non può ritenersi “decisiva” una testimonianza volta a descrivere un fatto già ammesso dall’imputato. 3. Con riferimento al furto in danno di V.I. , la sentenza impugnata richiama la confessione resa dall’imputato, alla quale aggiunge le affermazioni rese dal V. , recepite da entrambi i Giudici del merito secondo un iter argomentativo congruo e non manifestamente illogico, come tale insindacabile in Cassazione. 4. Per quanto attiene alla qualificazione giuridica dei fatti e all’aggravante del “mezzo fraudolento”, i relativi motivi di ricorso sviluppano non consentite censure di merito. La difesa del ricorrente, al riguardo, pretende di ottenere una rivalutazione di dinamiche fattuali già esaminate, nel merito, dai giudici di primo e secondo grado, con motivazione concorde, immune da vizi logico-giuridici rilevabili in questa sede. La Corte territoriale ha correttamente sussunto il caso di specie nel principio di legittimità illustrato in sentenza, ritenendo – in coerenza con le risultanze fattuali – che il “mezzo fraudolento” utilizzato sia consistito proprio nel fingere la necessità di dover fare una telefonata, così “allentando” la sorveglianza da parte delle persone offese. 5. Infine, con riferimento alle doglianze riguardanti l’invocata circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, si osserva come la sentenza impugnata abbia motivatamente escluso la detta attenuante, valorizzando in proposito non soltanto il valore non trascurabile (100 Euro circa) del telefono cellulare rubato, ma anche la circostanza del “mancato e prolungato utilizzo del telefono”, quale ulteriore effetto pregiudizievole subito dalla persona offesa in conseguenza del reato. 6. Stante l’inammissibilità del ricorso, e non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186/2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria, che si stima equo quantificare nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.


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