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Si può insultare il capo nella chat dei colleghi?

2 Agosto 2021 | Autore:
Si può insultare il capo nella chat dei colleghi?

Cosa rischia chi si lascia andare a commenti offensivi contro il datore o l’azienda in un gruppo chiuso di WhatsApp? Quando non è legittimo il licenziamento?

Ormai, in quasi tutte le aziende, i colleghi di ufficio hanno un gruppo su WhatsApp per comunicare tra di loro problemi pratici da risolvere, cambi di turno o, semplicemente, per mettersi d’accordo per un aperitivo o una pizzata insieme. Non mancano i momenti, però, in cui qualcuno pecca di eccesso di fiducia verso i partecipanti alla chat e si lascia andare a qualche commento poco carino nei confronti del capoufficio, se non addirittura del titolare. Facile pensare che se quelle frasi, intenzionalmente o per errore, dovessero diventare di pubblico dominio, chi le ha scritte sul gruppo potrebbe rischiare il posto di lavoro, se non addirittura una denuncia per diffamazione. Ma è davvero così? Si può insultare il capo nella chat dei colleghi senza essere licenziati?

La più recente giurisprudenza ha dato a questa domanda una risposta che stupirebbe i dipendenti e non sarebbe molto gradita dai datori di lavoro. Tutto sta nella natura della chat: si tratta di un ambiente privato e non di una «piazza pubblica», come invece lo possono essere Facebook e Twitter, raggiungibili da un numero di persone «imprecisato». E, infatti, sui social network il rischio di perdere il lavoro per scrivere ciò che non si deve è molto più concreto. Vediamo, allora, se e quando si può insultare il capo nella chat dei colleghi e cosa succede se la stessa frase viene scritta su Facebook anziché in un gruppo chiuso.

Insulti nella chat dei colleghi: cosa si rischia?

«Questa mattina, quello str… mi sta chiedendo delle cose impossibili, prima o poi me la paga». Oppure: «Gli ho chiesto un giorno di permesso e non me lo vuole dare quel maledetto. Quando esco gli buco le gomme». E chissà quante altre frasi come queste si potrebbero leggere nella chat dei colleghi che non vanno d’accordo con il capo o che non apprezzano il suo modo di gestire il lavoro. A volte per invidia, altre per goliardia, altre ancora perché, effettivamente, il datore è un personaggio che non ci mette del suo per essere stimato.

Sfortunatamente, però, uno di questi sfoghi in chat finisce sul cellulare dell’interessato, cioè del capo. Magari per colpa di una «talpa» all’interno della chat dei colleghi, o forse perché è stato inoltrato al contatto sbagliato. L’autore del commento, cosa rischia?

Prima di tutto, e secondo il parere della Cassazione [1], i messaggi che circolano all’interno di una chat devono essere considerati delle comunicazioni private e, pertanto, va tutelata la loro segretezza. In pratica, si tratta di una chat a numero chiuso, il che significa che – come diceva Tom Hanks nel film Il miglio verde – «quello che succede nel miglio, resta nel miglio», cioè quello che si dice in quella chat deve rimanere all’interno della chat. E, a sostegno della propria tesi, la Cassazione si appella all’articolo 15 della Costituzione: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge».

Inoltre, non è condannabile chi insulta il capo nella chat dei colleghi in maniera non esplicita, vale a dire con frasi generiche che non contengono dei riferimenti precisi all’azienda o al datore di lavoro. Così è stato stabilito da una sentenza del tribunale di Taranto [2]. In altre parole: non posso essere licenziato e men che meno denunciato se dico ai colleghi via chat «oggi quello str… del capo me le ha fatte proprio girare». Non c’è un nome, non ho scritto per quale azienda lavoro, non c’è nulla di riconducibile al destinatario dell’offesa al di fuori dei membri del gruppo.

Licenziamento per insulti al capo della chat: è legittimo?

Come abbiamo visto, dunque, quello che viene scritto in un gruppo chiuso di WhatsApp deve essere considerato una comunicazione privata e, pertanto, va garantita la segretezza. Quindi, e secondo una recente sentenza della Corte d’appello di Firenze [3], deve essere indennizzato il lavoratore che viene licenziato per avere insultato il capo nella chat dei colleghi con dei messaggi vocali che contenevano parole offensive, minatorie e perfino razziste sul conto del proprio superiore.

Per i giudici di merito, il licenziamento è illegittimo poiché deve prevalere la segretezza della corrispondenza privata. Non solo i messaggi non devono essere messi a conoscenza di chi non partecipa alla chat ma il fatto in sé che siano stati inviati in un gruppo chiuso di WhatsApp, sostiene la Corte, dimostra la mancata volontà del lavoratore di renderli pubblici.

Offese al datore sui social: cosa si rischia?

Diverso il caso di chi, anziché limitarsi a insultare il capo nella chat dei colleghi, sceglie un social network per esternare il proprio pensiero contro un superiore o contro l’azienda, magari con un po’ di ironia nella speranza di potersi appellare al diritto di satira.

È il caso di chi ha ricevuto una sanzione per accostare su Facebook la società per la quale lavorava all’inferno, scrivendo nella recensione di Google My Business riguardante l’azienda «Lasciate ogni speranza voi che entrate»: per i giudici, si tratta di un commento denigratorio che, però, può essere punito solo con una sanzione disciplinare e non con il licenziamento [4].

Viceversa, rischia il posto di lavoro chi accanto ad un insulto al datore o ad un commento offensivo verso l’azienda scritto su un social network ci mette l’hashtag: in questo modo, infatti, la diffusione della frase viene amplificata [5].


note

[1] Cass. ord. n. 21965/2018.

[2] Trib. Taranto sent. n. 19375/2021 del 06.07.2021.

[3] Corte appello Firenze sent. N. 125/2021 del 12.02.2021.

[4] Trib. Ancona sent. n. 175/2021 del 05.07.2021.

[5] Trib. Crotone sent. n. 298/2021 del 01.04.2021.


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