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Pausa caffè al lavoro: ci vuole il badge?

3 Novembre 2021 | Autore:
Pausa caffè al lavoro: ci vuole il badge?

Uscire per pochi minuti, anche con l’autorizzazione di un superiore, richiede la timbratura del dipendente pubblico. Altrimenti si rischia il reato.

«Capo, esco a prendere un caffè e torno». Una frase che si sente spesso in qualsiasi ufficio, almeno quando il dipendente ha la grazia di avvisare e alla quale il superiore replica di solito con uno sbrigativo: «Va bene». Basta questa risposta ad autorizzare l’uscita del dipendente pubblico oppure bisogna timbrare per uscire e rientrare, anche se si tratta di 10 minuti scarsi? Per la pausa caffè al lavoro ci vuole il badge?

Se n’è occupata di recente nientemeno che la Cassazione penale, perché si tratta di una faccenda che va oltre il diritto del lavoro. Qui si parla, addirittura, di un eventuale reato: quello di falsa attestazione della presenza, cioè quello che viene spesso contestato ai cosiddetti «furbetti del cartellino», che timbrano fingendo di iniziare il lavoro e se ne vanno a fare la spesa o tornano a dormire oppure, prima di andare a giocare a tennis, consegnano il badge a un collega che fa la cortesia di timbrare al posto loro. Ma qui non si tratta di far finta di andare in ufficio: qui si tratta di persone che, effettivamente, stanno lavorando ma che si assentano per qualche minuto per andare al bar a «ricaricare le batterie», pure con il consenso del capo. Anche per questa pausa caffè al lavoro ci vuole il badge?

Falsa attestazione di presenza: quando è reato?

La falsa attestazione di presenza avviene, secondo la Cassazione [1], nel momento in cui è posto in atto un qualsiasi comportamento fraudolento consistente nell’irregolare uso dei sistemi di rilevazione delle presenze. Per la Suprema Corte, la falsa attestazione di presenza, o le «false attestazioni e certificazioni» [2], è un reato che concorre con la truffa aggravata ogniqualvolta il comportamento del dipendente statale provochi un danno alla Pubblica Amministrazione [3].

Questo può avvenire in diversi modi. I più noti sono quelli già citati: il dipendente che consegna il badge al collega affinché lo timbri al posto suo e si presenta in ufficio quando gli pare, oppure chi timbra e poi va a fare jogging, a fare la spesa, a giocare a golf, a portare i bambini a scuola e a pagare le bollette, ecc. C’è anche chi esce timbrando per una legittima pausa caffè ma al ritorno chiede al collega di timbrare per lui, così approfitta per fare un po’ di commissioni in giro. In pratica, prima arriva in ufficio il cartellino e, qualche ora dopo, il proprietario del cartellino. Come facciano a entrare dopo senza essere visti, lo sanno solo loro.

Tenendo presente che l’uso del badge è, a tutti gli effetti, un’autocertificazione della presenza in ufficio o dell’uscita dal lavoro, il reato si consuma nel momento in cui il cartellino viene usato in modo irregolare, visto che in questo modo si trae in inganno l’amministrazione o l’ente per il quale il dipendente presta servizio.

La pausa caffè può essere reato?

Suona strano chiederselo ma a questo punto, non se ne può fare a meno: prendersi un caffè può essere reato? Cosa rischia chi, con tutta la buona volontà e senza l’intenzione di imbrogliare, esce a fare una pausa di qualche minuto senza il badge e rientra, ovviamente, senza timbrare? La galera probabilmente no, ma il posto di lavoro è quasi sicuro.

Il Testo unico del pubblico impiego ritiene falsa attestazione della presenza in servizio «qualunque modalità fraudolenta posta in essere, anche avvalendosi di terzi, per far risultare il dipendente in servizio o trarre in inganno l’amministrazione circa il rispetto dell’orario di lavoro». Va bene. Ma nemmeno un caffè?

Secondo la Cassazione penale, l’allontanamento dal posto di lavoro per la pausa caffè deve risultare dalla timbratura elettronica. Ci vuole in badge, insomma. Anche quando il capo è stato informato della breve assenza ed ha acconsentito. Perché? Per un concetto talmente semplice da risultare quasi banale: il dipendente che risulta formalmente all’interno della struttura (il che non sempre coincide con l’essere al lavoro) non può trovarsi contemporaneamente al bar. O sei dentro (e timbri quando arrivi) o sei fuori (e timbri quando esci). Che si tratti di cinque minuti o di un’ora.

Per dirla in altri termini, la situazione di fatto deve coincidere con la situazione reale. Quella di fatto dice che il dipendente è in ufficio, quella reale dice che è al bar. Se queste due situazioni non coincidono, scatta il reato.

A questo punto, il dipendente rischia il posto di lavoro: il licenziamento, infatti, viene ritenuto legittimo. La pausa caffè – insiste la Cassazione – non integra uno stato di necessità nemmeno in assenza di distributori automatici in ufficio. Significa che qualsiasi allontanamento dalla struttura richiede non solo l’autorizzazione verbale di un superiore ma anche la timbratura del badge in uscita ed al rientro. Ben che vada al lavoratore, può essere accolta la tenuità del fatto nel caso in cui si tratti di episodi isolati e non di un’abitudine che dimostri la tendenza ad avere delle condotte «plurime, abituali e reiterate».


note

[1] Cass. sent. n. 29674/2021.

[2] Art. 55 quinquies Testo unico pubblico impiego (Tupi).

[3] D.lgs. n. 165/2001.

Autore immagine: canva.com/


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