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Truffa del cartellino: come essere assolti 

5 Agosto 2021 | Autore:
Truffa del cartellino: come essere assolti 

Quando il capo è compiacente e chiude un occhio sulla pratica illecita, i dipendenti possono cavarsela se l’allontanamento dal posto di lavoro è occasionale. 

La cronaca registra quasi ogni giorno episodi di furbetti del cartellino: sono dipendenti delle pubbliche amministrazioni che attestano falsamente la loro presenza in servizio, timbrando il badge mentre in realtà sono o vanno altrove. È un reato che prevede una pena severa, fino a cinque anni di reclusione, e comporta il licenziamento disciplinare. Ma anche se la legge è severa contro questi fenomeni, alcuni riescono a non essere puniti. Vediamo allora come essere assolti dalla truffa del cartellino: la risposta è arrivata di recente dall’autorevole voce della Corte di Cassazione. 

Prima di tutto, esaminiamo qual è la condotta punibile. Il copione è sempre lo stesso: si arriva in ufficio, si timbra il cartellino, o l’equivalente badge elettronico, e poi si esce per andare in giro a sbrigare le proprie faccende (spese, commissioni, palestra, ecc.) o per tornare a casa. Il fatto è che questo tempo viene retribuito come lavoro. Ecco perché si tratta di truffa. Alcuni non si recano proprio al lavoro e delegano l’incombenza della timbratura a un collega compiacente, riservandosi di restituirgli il favore alla prima occasione. 

Non tutte le assenze sono uguali: ci sono quelle ripetute e abituali, che diventano una costante del comportamento, ma ci sono anche quelle momentanee e occasionali, di pochi minuti, magari per andare a prendere un caffè nelle vicinanze e tornare subito al lavoro. E, in questi casi, c’è una via d’uscita ammessa dal Codice penale, che prevede la non punibilità per particolare tenuità del fatto. Vale a dire che il reato c’è ma non si può essere condannati, se il giudice ritiene applicabile questa esimente. Procediamo con ordine, analizzando tutti i passaggi necessari per arrivare a capire quando e come si può essere assolti dalla truffa del cartellino. 

Il reato di falsa attestazione della presenza in servizio 

La presenza sul luogo di lavoro è uno dei principali obblighi del dipendente, che viene retribuito a tempo e non a prestazione. La legge sul pubblico impiego [1] prevede una specifica ipotesi di reato per punire «il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente». La pena è la reclusione da uno a cinque anni e la multa da 400 a 1.600 euro.

Inoltre, il lavoratore: 

  • è passibile di licenziamento disciplinare [2], preceduto dalla sospensione immediata dal servizio e dallo stipendio se la violazione è accertata in flagranza;
  • è obbligato a risarcire il danno patrimoniale, pari alla retribuzione percepita nei periodi in cui non ha eseguito le prestazioni; 
  • può essere punito anche per il reato di truffa aggravata, se la condotta provoca un ulteriore danno alla pubblica amministrazione di appartenenza (leggi “Furbetti del cartellino: cosa rischiano“). 

Falsa timbratura del cartellino o del badge: come si realizza?

La legge [3], per evitare facili fraintendimenti e aggiramenti della norma incriminatrice, stabilisce che la falsa attestazione della presenza in servizio si realizza attraverso «qualunque modalità fraudolenta posta in essere, anche avvalendosi di terzi, per far risultare il dipendente in servizio o trarre in inganno l’amministrazione presso la quale il dipendente presta attività lavorativa circa il rispetto dell’orario di lavoro dello stesso». 

Così la falsa timbratura può avvenire praticamente con qualsiasi mezzo utile, dalla manomissione degli strumenti di rilevazione all’elusione della sorveglianza, all’aiuto di un collega compiacente che timbra il cartellino del lavoratore in quel momento assente. Infatti, la norma prevede che è punibile «anche chi abbia agevolato con la propria condotta attiva o omissiva la condotta fraudolenta». 

Quindi, il falso consiste nel far credere, contrariamente al vero, che il lavoratore è arrivato ed è rimasto in ufficio durante l’arco temporale compreso tra la registrazione di entrata e quella di uscita [4]. La falsa timbratura è un reato che comprende un falso e una frode; un falso perché la timbratura ha valore di auto-attestazione da parte del dipendente sugli orari di entrata e di uscita, una frode perché mira a far credere una presenza in ufficio che in realtà non c’è.

Questa frode è idonea a trarre in inganno l’amministrazione, che in base alle timbrature effettuate ritiene che vi sia stata la costante presenza del dipendente nel luogo di lavoro e gli paga la retribuzione che non spetterebbe [5]. Per questo il dipendente infedele è tenuto anche al risarcimento dei danni arrecati all’amministrazione dal suo comportamento: non solo lo stipendio indebitamente ottenuto, che dovrà essere restituito, ma anche quelli relativi a tutti gli eventuali disservizi e malfunzionamenti dell’ufficio provocati dalla sua assenza. Il reato, infatti, concorre con quello di truffa aggravata quando la condotta del dipendente provoca un danno alla Pubblica Amministrazione di appartenenza. 

Assoluzione per particolare tenuità del fatto: cos’è e quando si applica?

Una norma del Codice penale [1] prevede l’esclusione della punibilità «per particolare tenuità del fatto», quando: 

  • il reato è punito con pena detentiva non superiore a cinque anni di reclusione (e il reato di falsa attestazione della presenza vi rientra); 
  • per le modalità della condotta e l’esiguità del danno o del pericolo, «l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale». 

In sostanza, grazie a questa norma è più facile non essere puniti. L’applicazione di questa esimente non è automatica, ma viene riconosciuta, caso per caso, dal giudice, che dovrà stabilire se l’offesa al bene protetto dalla norma penale risulta o meno particolarmente lieve, e se la condotta è o non è stata ripetuta nel tempo. 

Truffa del cartellino: quando si può essere assolti? 

L’istituto della particolare tenuità del fatto si attaglia bene alla truffa del cartellino, specialmente quando l’assenza dal lavoro risulta momentanea e l’episodio della falsa timbratura è isolato e circoscritto nel tempo come, ad esempio, nel caso di una piccola pausa caffè.

In una recentissima sentenza [7], la Corte di Cassazione ha richiamato questa esimente a un dipendente comunale accusato di alcune assenze che però erano state episodiche e di breve durata. Nel processo, il lavoratore aveva detto che «in 36 anni di servizio non gli era mai capitata una cosa del genere». Secondo i giudici di piazza Cavour, questa affermazione non era stata sufficientemente esplorata: poteva significare che la condotta era occasionale. A quel punto, si poteva applicare la speciale causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Così gli atti sono stati restituiti alla Corte d’Appello, che dovrà approfondire la vicenda. Intanto, la condanna è stata bloccata.

La stessa sentenza ha anche valorizzato un’altra circostanza esimente in favore del dipendente: la tolleranza del superiore sulla prassi, invalsa dell’ufficio, di allontanarsi momentaneamente dal luogo di lavoro senza chiedere autorizzazioni preventive. Così il lavoratore imputato aveva creduto che la sua breve e isolata assenza fosse consentita. E questo «affidamento – rileva la Corte – può essere comunque valorizzato ai fini dell’attenuazione della riprovevolezza complessiva della condotta tenuta, in riferimento all’unicità della violazione accertata presso l’amministrazione comunale di appartenenza».

Leggi anche “Truffa del cartellino: ultime sentenze“.


note

[1] Art. 55 quinquies D.Lgs. n. 165/2001 (Testo Unico sul Pubblico Impiego).

[2] Art. 55 quater D.Lgs. n. 165/2001.

[3] Art. 55 quater, co.1 bis, D.Lgs. n. 165/2001.

[4] Cass. sent. n. 24574 del 01.12.2016.

[5] Cass. sent. n. 47043 del 27.10.2015.

[6] Art. 131 bis Cod. pen.

[7] Cass. sent. n. 29674 del 29.07.2021.


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