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Si può sospendere il lavoratore che non vuole vaccinarsi?

6 Agosto 2021 | Autore:
Si può sospendere il lavoratore che non vuole vaccinarsi?

La giurisprudenza viaggia in una sola direzione: chi rifiuta il siero anti-Covid rischia la sospensione. E chi non mette la mascherina, il posto.

Se c’è o non c’è un rigore da fischiare, lo decide l’arbitro. E ad avere il fischietto in mano, in questo caso, è la magistratura, chiamata sempre più spesso a pronunciarsi su una diatriba che va avanti da tempo: perché si deve costringere un dipendente a fare il vaccino per evitare di essere penalizzato sullo stipendio? Si può sospendere il lavoratore che non vuole vaccinarsi? Si tratta di una limitazione della libertà del no-vax o una garanzia per la salute degli altri?

Il susseguirsi di sentenze e di ordinanze dei vari tribunali dà una risposta che non lascia spazio a molti dubbi: chi non vuole immunizzarsi contro il Covid rischia di rimanere a casa sospeso dal lavoro e dalla retribuzione. Insomma: niente vaccino, niente stipendio.

Non solo: chi pretende di appellarsi ad una sorta di obiezione di coscienza e si rifiuta di mettere la mascherina al lavoro perché «non serve a proteggere dal Covid» rischia il licenziamento per giusta causa. Anche questa volta, a deciderlo è stato «l’arbitro».

Vediamo come i giudici hanno giustificato finora questo orientamento.

No-vax: sospensione di lavoro e di stipendio

Come detto, sentenze e ordinanze arrivano una dietro l’altra. In comune, hanno diverse cose: la natura della prestazione lavorativa (la maggior parte sono operatori del settore sanitario) e la motivazione per la quale, secondo la magistratura, si può sospendere il lavoratore che non vuole vaccinarsi, ovvero la tutela della salute degli altri. Colleghi, pazienti, clienti, fornitori.

La sospensione del lavoro e della retribuzione viene giustificata dal comportamento tenuto dal dipendente e contrario alla normativa, secondo il tribunale di Roma [1], che ricorda: «Ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro» [2].

L’orientamento dei giudici capitolini è questo: se un datore di lavoro lascia a casa senza retribuzione un dipendente che non vuole vaccinarsi, non si tratta di una sorta di ritorsione o di un provvedimento disciplinare adottato per il solo fatto di avere rifiutato il siero contro il coronavirus. Si tratta – insiste il tribunale – di una misura che si rende necessaria quando non ci sono altre mansioni a cui destinare un lavoratore che non vuole vaccinarsi e che, non risultando dalla visita medica aziendale «idoneo a stare a contatto con la clientela», deve per forza rimanere a casa. Logicamente, non prestando alcuna attività lavorativa, non ha diritto allo stipendio.

Il dovere del datore di lavoro

Il comportamento del datore di lavoro che sospende il dipendente no-vax dal lavoro e dalla retribuzione è, secondo i giudici, «doveroso», di fronte alla parziale inidoneità del lavoratore che ha rifiutato il vaccino. Anzi, per i tribunali, il titolare dell’azienda «è obbligato a sospendere in via momentanea il dipendente dalle mansioni a cui è addetto, ai sensi dell’art. 2087 del Codice civile».

Che cosa dice l’articolo 2087 del Codice civile? Dice che l’imprenditore è tenuto «ad adottare tutte quelle misure di prevenzione e protezione che sono necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori». Integrità – avvertono i giudici – che può essere minacciata dal potenziale rischio di contagio. Di conseguenza, il datore è obbligato a sospendere dall’attività chi non vuole vaccinarsi contro il Covid. E, come ricorda la giurisprudenza in merito, «se le prestazioni lavorative vengono vietate dalle prescrizioni del medico competente con conseguente legittimità del rifiuto del datore di lavoro di riceverle, lo stesso datore di lavoro non è tenuto al pagamento della retribuzione».

Il rifiuto del vaccino nelle professioni sanitarie

L’aspetto più delicato è quello che riguarda ospedali, case di cura, Rsa, ovvero quando il rifiuto del vaccino riguarda gli operatori delle professioni sanitarie. Va ricordato, a tal proposito, che il 1° aprile 2021 è entrato in vigore il decreto legge n. 44 che, all’art. 4, ha introdotto l’obbligo vaccinale per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario.

Sulla base di questo decreto, il tribunale di Belluno sostiene in una recente ordinanza che «deve conseguentemente ritenersi giustificata l’adozione, da parte del datore di lavoro, di provvedimenti volti a inibire la presenza sul luogo di lavoro, nei particolari ambiti previsti dal decreto, di lavoratori che abbiano rifiutato la vaccinazione anti Covid-19» [3]. Insomma, anche in questo caso, l’orientamento è lo stesso: la sospensione è giustificata dal rifiuto di vaccinarsi.

I giudici bellunesi richiamano la sentenza del 2018 [4] con cui la Corte costituzionale, a proposito dell’obbligo di vaccinazione contro il morbillo, ricordava come «l’articolo 32 della Costituzione postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività». Insomma, il vecchio e noto principio secondo cui «la tua libertà finisce dove comincia la mia».

Ma la Corte sostiene anche, nella stessa sentenza, che «l’obbligo di un trattamento sanitario (in questo caso, il vaccino anti-Covid) non è incompatibile con il citato articolo della Costituzione:

  • laddove il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri;
  • se si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e, pertanto, tollerabili;
  • se, nell’ipotesi di danno ulteriore, sia prevista comunque la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato, e ciò a prescindere dalla parallela tutela risarcitoria».

In sintesi: quando si tratta di tutelare la salute della collettività, è legittimo introdurre l’obbligo di vaccinazione. Ed è quello che è stato fatto per chi opera nel settore sanitario. Per cui, se uno di questi lavoratori rifiuta il vaccino contro il coronavirus, è passibile di sospensione.

Questi concetti richiamati dall’ordinanza del tribunale di Belluno, che ha lasciato temporaneamente a casa senza retribuzione alcune operatrici di una Rsa, appaiono anche nell’ordinanza firmata dal tribunale di Verona con cui è stato preso lo stesso provvedimento e per la stessa ragione. Si legge: «Essendo l’ente convenuto una Rsa di non rilevanti dimensioni (la stessa ospita 60 anziani), appare nuovamente legittimo il provvedimento dell’Azienda con relativa sospensione della retribuzione, in considerazione dell’impossibilità di assegnare la ricorrente a mansioni che garantiscano la sua operatività lavorativa in spazi separati e non comunicanti con la struttura di accoglienza degli ospiti e vista la ferma volontà di parte ricorrente, formalizzata anche in udienza, di non sottoporsi alla somministrazione del vaccino» [5]. C’è poco da «tradurre» in questo caso: la lavoratrice della casa di cura non si vuole vaccinare, non c’è una mansione che possa svolgere in isolamento o, comunque, non a contatto con gli altri e, pertanto, la sospensione dal lavoro e dallo stipendio è legittima.

Recentemente, anche il tribunale di Modena si è espresso in questa direzione [6] citando la direttiva europea che, nel giugno 2020, ha incluso il Covid tra gli agenti biologici contro i quali è necessario tutelare gli ambienti di lavoro [7]. Da qui – sostiene il giudice emiliano – il dovere che incombe sul datore di tutelare il personale anche dal rischio coronavirus, contro il quale la mascherina non basta come misura di protezione. In altre parole: chi è a contatto con il pubblico o in spazi ridotti accanto ai colleghi può essere sospeso dal lavoro e dalla retribuzione in caso di mancata vaccinazione, poiché – conclude il tribunale modenese – il diritto alla libertà di autodeterminazione deve essere bilanciato con altri diritti costituzionali come quello alla salute degli altri (clienti, dipendenti, collaboratori) e con il principio di libera iniziativa economica [8].

Rifiuto della mascherina: c’è il licenziamento?

Se per non fare il vaccino c’è la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, va decisamente peggio a chi non vuole mettere la mascherina negli ambienti di lavoro. Lo sa bene la maestra di una scuola per l’infanzia che si era dichiarata obiettore di coscienza e si rifiutava di indossare il dispositivo di protezione individuale davanti ai bambini.

Secondo il tribunale di Trento, si tratta di una condotta che integra la giusta causa di licenziamento, come già stabilito anche dalla Cassazione. Primo, perché la mascherina serve a proteggere il lavoratore. Secondo, perché serve anche a tutelare la salute degli altri. Di conseguenza, come sostengono i giudici trentini, non è possibile anteporre le proprie convinzioni personali all’interesse generale.


note

[1] Trib. Roma sent. n. 18441/2021.

[2] D.lgs. n. 81/2008.

[3] Trib. Belluno ord. n. 328/2021.

[4] Corte cost. sent n. 5/2018.

[5] Trib. Verona ord. del 20.05.2021.

[6] Trib. Modena sent. n. 2467/2021.

[7] Direttiva Ue n. 2020/739.

[8] Art. 41 Costituzione italiana.


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3 Commenti

  1. Ci sono professioni in cui non è ammissibile il rifiuto del vaccino, come quelle sanitarie. Ci siamo dimenticati quando ad infettare i pazienti sono stati talvolta i medici stessi? Quindi, i no vax andrebbero sospesi dall’attività lavorativa proprio per non mettere a rischio la salute di chi non può invece vaccinarsi

  2. date una lezione ai no vax. Non è possibile che noi poveri fessi ci sottoponiamo a vaccini e tamponi e loro lavorano tranquillamente infettando la gente che si reca da loro e usufruisce della loro attività ma poi si becca il covid

  3. Purtroppo, stiamo vivendo un periodo anomalo pieno di cambiamenti di rotta continui da parte della comunità scientifica e capisco che ci sia un po’ di tentennamento nel farsi iniettare un vaccino di cui non si conosce nulla e non si ha idea dei possibili effetti nel lungo periodo. Non possiamo biasimarli per le loro paure

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