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Marito violento e alcolista: l’addebito della separazione

11 Agosto 2021
Marito violento e alcolista: l’addebito della separazione

Condotta aggressiva del coniuge alcolizzato: è possibile attribuirgli la colpa per la fine del matrimonio?

Dieci anni fa, hai sposato il tuo compagno di vita. Per tanto tempo siete stati felici e innamorati. Adesso, però, le cose sono cambiate: lui è diventato aggressivo e quasi ogni giorno torna a casa completamente ubriaco. Tu hai cercato di fargli seguire un percorso di disintossicazione, ma lui non ne vuole sapere. Anzi, nega persino di avere un problema con l’alcol. Pertanto, hai deciso di lasciarlo definitivamente per il bene dei tuoi figli. In questo articolo ci occuperemo del marito violento e alcolista: scatta l’addebito della separazione? Cosa prevede la legge?

Alcune volte, la fine del matrimonio dipende dalla condotta colpevole di uno dei coniugi. Tale attribuzione di responsabilità, come vedremo a breve, comporta conseguenze molto serie, come la perdita del mantenimento e dei diritti successori sull’eredità del partner defunto. Ma procediamo con ordine.

Cos’è l’addebito della separazione?

Sicuramente, saprai che il matrimonio comporta una serie di doveri sia per il marito che per la moglie [1]. Ad esempio, non sono ammessi tradimenti (neppure platonici), è necessario contribuire ai bisogni della famiglia, bisogna vivere sotto lo stesso tetto, ognuno deve prestare all’altro assistenza morale e materiale, ecc. La violazione dei suddetti doveri può comportare una crisi coniugale irreversibile. Ti faccio un esempio.

Tizio e Caia sono sposati da 15 anni. Da qualche tempo, però, le cose tra i due non vanno molto bene. Lui lavora fino a tardi e Caia si sente sola al punto che un giorno inizia una relazione extraconiugale. Tizio lo scopre e decide di lasciare sua moglie per sempre.

Ebbene, come puoi notare, il matrimonio tra Tizio e Caia è finito per colpa della donna, la quale ha violato il dovere di fedeltà per aver intrapreso una relazione con un’altra persona. In tal caso, l’uomo può chiedere al giudice di pronunciare la separazione con addebito, ossia di attribuire alla moglie la colpa per la fine del matrimonio.

Quando si può chiedere la separazione con addebito?

Come abbiamo visto poc’anzi, l’addebito fa riferimento alla condotta colpevole del coniuge per aver violato i doveri che nascono dal matrimonio con l’effetto di rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.

La pronuncia di addebito deve essere richiesta al giudice (quindi non può essere dichiarata né con un accordo di separazione consensuale né mediante la negoziazione assistita) se uno dei coniugi (oppure entrambi e, in tal caso, si parla di doppio addebito) ha violato uno o più doveri matrimoniali.

A titolo esemplificativo, è possibile chiedere l’addebito della separazione in caso di:

  • tradimento;
  • abbandono del tetto coniugale;
  • violenza fisica e psicologica;
  • mancanza di assistenza materiale e morale;
  • rifiuto della coppia di avere rapporti sessuali.

Ovviamente, l’elenco non è esaustivo, ma fa capire le diverse situazioni in cui un coniuge potrebbe rivolgersi al giudice per dimostrare, da un lato, la condotta negativa tenuta dal partner e, dall’altro lato, la conseguenza della crisi irreversibile del matrimonio.

Addebito nella separazione: quali sono gli effetti?

Una pronuncia di addebito comporta una serie di conseguenze di non poco rilievo. In particolare, il coniuge ritenuto “colpevole” per la fine del matrimonio perde:

  • i diritti successori sull’eredità del coniuge defunto;
  • il diritto di richiedere l’assegno di mantenimento: tuttavia, è possibile domandare gli alimenti, a condizione di essere in stato di bisogno e di non avere i mezzi di sostentamento necessari per vivere.

Come ti ho già spiegato, per ottenere una pronuncia di addebito è necessario dimostrare quello che in ambito giuridico è noto come “nesso di casualità”, vale a dire che il matrimonio è finito esclusivamente per colpa del coniuge.

Marito violento e alcolista: l’addebito della separazione

Partiamo da un esempio.

Tizio e Caia sono sposati, ma negli ultimi anni il loro rapporto è arrivato ad un punto di rottura. Lui, infatti, è violento nei confronti della moglie e, da un po’ di tempo a questa parte, beve parecchio. Inoltre, le rivolge ripetute minacce ed insulti, anche alla presenza dei figli minori.

Ebbene, devi sapere che la violenza fisica e morale tra le mura domestiche rappresenta una grave violazione dei doveri coniugali, tanto che un singolo episodio giustifica una richiesta di separazione con addebito.

Ciò premesso, in un caso simile all’esempio riportato, la Corte di Cassazione [2] ha confermato l’addebito della separazione nei confronti di un marito aggressivo e violento a danno della moglie, peraltro incapace di ascoltare i ripetuti inviti della donna a seguire un percorso di disintossicazione dall’alcol.

Secondo gli Ermellini, i suddetti comportamenti avrebbero causato la crisi irreversibile della coppia.

Addebito della separazione: chi paga le spese?

Nel nostro ordinamento vige il principio di soccombenza, ossia chi perde paga. Pertanto, la parte a cui è addebitata la separazione deve essere condannata al pagamento delle spese legali.

Separazione con addebito: come viene regolato l’affidamento dei figli?

Per l’affidamento dei figli è necessario rispettare il principio di bigenitorialità, ossia il diritto del minore di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore anche dopo una separazione con addebito.

Nella maggior parte dei casi, si preferisce la soluzione dell’affido condiviso, nel senso che il figlio viene affidato alla mamma ed al papà con collocamento prevalente presso uno dei due.

È chiaro che se l’addebito è pronunciato a causa del comportamento violento ed aggressivo del padre, per giunta alcolista, ciò si ripercuote anche sull’affidamento che non sarà condiviso, bensì esclusivo.

Infine, vale la pena di ricordare che l’addebito non incide sul contributo al mantenimento dei figli che è sempre dovuto.


note

[1] Art 143 cod.civ.

[2] Cass. sent. n. 22194/2021 del 03.08.2021.

Autore immagine: pixabay.com

Cass. civ., sez. VI, ord., 3 agosto 2021, n. 22194
Presidente Valitutti – Relatore Tricomi

Ritenuto che:

Con sentenza depositata il 4/3/2019 la Corte di appello di Torino ha confermato la sentenza del Tribunale di Cuneo del 16/11/2017 depositata l’11/5/2018, che aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi F.F. e P.M.C. , con dichiarazione di addebito al marito, gravato della corresponsione di un assegno di mantenimento per la moglie di Euro 200,00= mensili, oltre adeguamento ISTAT. F.F. ha proposto ricorso per cassazione con due mezzi; P.M.C. è rimasta intimata. Con memoria ex art. 300 c.p.c. il difensore di F.F. ha comunicato il decesso del suo assistito, avvenuto in Avezzano il 9/6/2019, notificato anche alla controparte. È stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Considerato che:

1. Preliminarmente va affermato che nel giudizio di cassazione, in considerazione della particolare struttura e della disciplina del procedimento di legittimità, non è applicabile l’istituto dell’interruzione del processo, con la conseguenza che la morte di una delle parti, intervenuta dopo la rituale instaurazione del giudizio, non assume alcun rilievo, nè consente agli eredi di tale parte l’ingresso nel processo (Cass. n. 1757 del 29/1/2016); ciò vale anche nel giudizio concernente la separazione personale tra coniugi, ove resta comunque priva di rilievo la sopravvenuta morte di una delle parti (Cass. n. 14027 del 6/6/2017; in tema Cass. Sez. U. n. 9692 del 22/04/2013; Cass.n. 1757 del 29/1/2016). 2.1. Con il primo motivo si denuncia la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 151 c.c., comma 2, in merito alla conferma della pronuncia di addebito. Il ricorrente sostiene che la irreversibile crisi del rapporto matrimoniale era già da tempo maturata quando si verificarono gli episodi di maltrattamento e che la moglie non aveva provato che questi erano stata la sola causa dell’irreversibilità della crisi. Si duole che non sì sia tenuto conto dell’accertamento del vizio parziale di mente riconosciutogli in sede penale, idoneo a escludere – a suo parere – che i suoi comportamenti fossero coscienti e volontari. 2.2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.c., commi 1 e 2, in merito alla previsione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie ed alla sua determinazione. Il ricorrente deduce che questa svolgeva attività lavorativa, aveva continuato a fruire della casa coniugale di proprietà del marito, pur dopo il raggiungimento dell’autosufficienza economica dei figli e si avvantaggiava del contributo alle spese assicurato dal figlio convivente. 2.3. Entrambi i motivi sono inammissibili. Nel primo caso, invero, non si denuncia, nella sostanza, una nullità della sentenza, come recita la rubrica, ma una violazione di legge e tuttavia la censura si traduce nell’inammissibile tentativo di operare una rivisitazione del merito; ciò vale anche per il secondo motivo, pur articolato come violazione di legge. Va qui confermato il principio secondo il quale è inammissibile il ricorso per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di norme di legge mirando il ricorrente, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass. n. 8758 del 04/04/2017). Con il ricorso per cassazione – anche se proposto con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la parte non può, invero, rimettere in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie operate dai giudici del merito, poiché la revisione degli accertamenti di fatto compiuti da questi ultimi è preclusa in sede di legittimità (Cass. n. 29404 del 07/12/2017; Cass. n. 19547 del 04/08/2017; Cass. n. 16056 del 02/08/2016). Nel caso in esame la Corte di appello ha accertato la volontarietà delle condotte e la ricorrenza dell’addebito, analizzando non solo le prove concernenti gli ultimi episodi aggressivi e violenti compiuti da F. nei confronti della moglie, ma anche i comportamenti più risalenti, consistiti in minacce ed ingiurie rivolte ripetutamente alla moglie anche alla presenza dei bambini, oltre che nell’abuso dell’alcool da parte dello stesso, inutilmente invogliato dalla moglie a seguire un percorso di disintossicazione presso il SERT, e la censura si traduce in una impropria sollecitazione del merito, senza neppure dedurre il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Nè il riconoscimento del vizio parziale di mente, avvenuto in epoca successiva ai fatti, appare decisivo ed idoneo ad inficiare la diretta incidenza causale accertata dal giudice del merito tra le anteriori, ripetute condotte violente e la irreversibilità della crisi coniugale. Quanto alla previsione ed alla quantificazione dell’assegno di mantenimento, la Corte di appello ha tenuto conto sia della disparità reddituale tra le parti, oggetto di comparazione, che della fruizione della casa familiare da parte di P. , rimarcando che ciò avveniva in maniera precaria e senza titolo, e che, di contro, anche F. non era gravato da oneri abitativi, essendo ospite della sorella nella casa avita, con una motivazione logica ed immune dal vizio denunciato e la censura, ancora una volta, risulta tesa a sollecitare un riesame del merito rispetto a circostanze di fatto già valutate dalla Corte distrettuale, sia pure con esito difforme da quello auspicato dal ricorrente. 3. In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile. Non si provvede sulle spese in assenza di attività difensiva dell’intimata. Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. U. n. 23535 del 20/9/2019).

P.Q.M.

– Dichiara inammissibile il ricorso; – Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52; – Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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