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No all’usufrutto per evitare il pignoramento. Meglio l’abitazione

25 maggio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 maggio 2014



Per evitare il rischio che i creditori mi pignorino la casa, vorrei donarla a mio figlio riservandomi l’usufrutto. È giusta questa scelta?

Al contrario di quello che pensa il lettore, l’usufrutto è un diritto pignorabile e, quindi, aggredibile dai creditori. Questi ultimi possono sempre sottoporre a pignoramento e a successiva vendita forzata il diritto di usufrutto che il proprio debitore ha su un immobile, nonostante la nuda proprietà appartenga invece a un terzo soggetto del tutto estraneo al debito.

Peraltro, essendo l’usufrutto un diritto con un termine di scadenza (in genere, la durata massima è la vita del beneficiario) l’eventuale acquirente nel corso della procedura espropriativa potrà godere di quanto acquistato all’asta solo per il tempo per cui l’usufrutto è stato costituito (quindi, nel caso di usufrutto vitalizio, sino alla morte del debitore sottoposto al procedimento esecutivo). Con la conseguenza che, se l’usufruttuario ha un’età avanzata è molto probabile che nessuno vorrà acquistare, nell’esecuzione forzata, il suo diritto di usufrutto (che ormai volge a scadenza) e le aste andranno deserte.

Allora, il debitore che voglia mettere al riparo l’immobile dai creditori farà meglio a riservarsi, piuttosto che l’usufrutto, il “diritto di abitazione” che, invece, non è pignorabile.

In una precedente guida abbiamo già affrontato i vantaggi connessi alla scelta di vendere (o donare) la nuda proprietà di una casa, riservandosi nello stesso tempo il diritto di abitazione (leggi l’articolo: “No al pignoramento casa se c’è il diritto di abitazione”). Infatti, proprio perché il codice civile [1] vieta la cessione o qualsiasi altro tipo di trasferimento – sia volontario che forzoso – del diritto di abitazione, quest’ultimo non può essere neanche pignorato dai creditori.

La giurisprudenza dominante ritiene infatti impignorabile il diritto di abitazione, nonostante si tratti (nei fatti) di un diritto analogo all’usufrutto; dal punto di vista del diritto, però, esso ha natura diversa, essendo fondato sulla necessità di assolvere le esigenze abitative della famiglia del suo titolare.

Bisogna però stare attenti che il nuovo titolare del bene che ne ha ricevuto la proprietà per donazione (nel caso del lettore, suo figlio) non abbia a sua volta debiti; infatti i suoi creditori ben potrebbero pignorargli la nuda proprietà della casa, iscrivervi ipoteca e, quindi, metterla in vendita. In pratica, essi potrebbero, mettendo il bene all’asta, determinare nello stesso tempo l’estinzione dei diritti “parziari” come l’abitazione, che non sono opponibili a chi si è aggiudicato l’immobile all’asta [2].

C’è, in ultimo, la possibilità che i creditori agiscano con una azione, detta revocatoria, entro cinque anni dalla donazione: tale giudizio, volto a provare che il debitore ha alienato il bene solo con l’intento di frodare i propri creditori, renderebbe inefficace la donazione fatta al figlio nei confronti dei creditori medesimi.

note

[1] Art. 1024 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 3722 del 27.03.1993.

Autore immagine: 123rf . com


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