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Maltrattamenti all’ex e stalking: dov’è il confine?

13 Agosto 2021
Maltrattamenti all’ex e stalking: dov’è il confine?

Le vessazioni contro l’ex partner integrano il reato di maltrattamenti anche in caso di cessazione della convivenza?

Hai lasciato tuo marito perché non ce la facevi più. Ogni giorno, infatti, ti rivolgeva offese e insulti, anche in presenza dei figli. Adesso che il giudice ha pronunciato la separazione non abitate più sotto lo stesso tetto. Tuttavia, lui continua a darti il tormento. Pertanto, ti rechi subito dal tuo legale di fiducia per capire come tutelarti. In questo articolo faremo il punto della situazione sui maltrattamenti all’ex e stalking: dov’è il confine?

Secondo il recente orientamento della Corte di Cassazione [1], le vessazioni rivolte all’ex coniuge possono integrare il delitto di maltrattamenti e non di atti persecutori quando le condotte proseguono anche dopo l’interruzione della convivenza, sempre che non siano venuti meno i vincoli di solidarietà che derivano dal precedente rapporto.

Quando si parla di maltrattamenti?

Maltrattare un familiare oppure un convivente è un reato punito dal Codice penale con la reclusione fino a sette anni. La pena è aumentata se gli abusi fisici (percosse, lesioni, ecc.) e/o psicologici (insulti, umiliazioni, minacce, ecc.) sono perpetrati nei confronti di un minore, di una donna incinta oppure di un soggetto disabile.

Il concetto di maltrattamenti, quindi, comprende tutte le condotte che implicano la violenza fisica e morale tanto da arrecare alla vittima una grave sofferenza. Ti faccio un esempio.

Tizio e Caia sono sposati. Da qualche tempo, Tizio accusa la moglie di essere una buona a nulla perché non lavora. Ogni giorno, le rivolge offese continue e, più di una volta, l’ha picchiata in presenza del figlio di sette anni.

Come puoi notare nell’esempio che ti ho riportato, Tizio maltratta la moglie Caia compiendo, consapevolmente, continui atti di disprezzo e violenza nei suoi confronti.

Nel reato di maltrattamenti [2], quindi, le condotte degradanti devono essere reiterate nel tempo e realizzate, con coscienza e volontà, nei confronti di:

  • un familiare oppure un convivente;
  • una persona sottoposta all’autorità dell’autore delle vessazioni oppure a lui affidata.

Quando si parla di stalking?

Si parla di stalking – o più precisamente di atti persecutori – quando si ricevono continue “attenzioni” moleste da parte di una persona, al punto da vivere costantemente in uno stato di ansia e paura per sé e per i propri familiari. Ti faccio un esempio per farti capire meglio.

Tizia lascia il fidanzato Caio perché non è più innamorata di lui. L’uomo, però, non si rassegna alla fine della relazione d’amore e decide di riconquistare l’ex ragazza. All’inizio, la corteggia con complimenti e mazzi di rose, ma lei non ne vuole sapere. A quel punto, Caio, pazzo di gelosia, inizia a pedinare Tizia ed a tempestarla di messaggi e chiamate a tutte le ore del giorno e della notte.

Come puoi notare anche tu, l’atteggiamento di Caio nei confronti della sua ex ragazza è assillante e ripetuto nel tempo. Tale condotta, per configurare il reato di stalking [3], deve provocare nella vittima, come già detto, uno stato di ansia o paura al punto da:

  • avere timore per la propria incolumità oppure per quella di un congiunto o comunque di una persona a cui si è legati sentimentalmente;
  • cambiare radicalmente le proprie abitudini di vita: ad esempio, Tizia si cancella da tutti i social network oppure decide di trasferirsi in un’altra città.

Il delitto in questione è punito dal Codice penale con la reclusione fino a sei anni e sei mesi. La pena è aumentata se poi il fatto è commesso dal coniuge (anche separato o divorziato), da persona con cui la vittima ha avuto una relazione sentimentale oppure attraverso strumenti informatici.

Maltrattamenti all’ex e stalking: dov’è il confine?

A questo punto, la domanda sorge spontanea: il reato di maltrattamenti si configura anche se la convivenza è ormai cessata? La risposta è affermativa, se la vittima continua a mantenere un rapporto con l’autore degli abusi fisici e/o morali, ad esempio per far fronte alle esigenze dei propri figli. È prassi, infatti, che i genitori separati, pur non abitando più insieme, continuino a relazionarsi per via della prole.

Secondo l’orientamento della Suprema Corte, le condotte vessatorie rivolte alla vittima, anche dopo la cessazione della convivenza more uxorio, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia in tutti i casi in cui perduri il vincolo di solidarietà derivante dal precedente rapporto intercorso tra le parti. Tale delitto, come abbiamo visto all’inizio, consiste in una condotta violenta commessa in danno di una persona della famiglia o comunque convivente. L’interesse tutelato, quindi, è l’integrità fisica e psichica dei soggetti che fanno parte del nucleo familiare.

Il delitto di stalking, invece, si compie attraverso atti di molestia o minaccia reiterati, senza che vi sia necessariamente una relazione interpersonale ben precisa. Anzi, il pregresso rapporto tra le parti rappresenta, al più, una circostanza aggravante.

In conclusione, se dopo la separazione o il divorzio permangono rapporti di stabile frequentazione o solidarietà che conseguono a pregresse relazioni familiari, si configura il reato di maltrattamenti.

Se, invece, la convivenza o il matrimonio sono cessati da tempo ed ogni tipo di rapporto tra le parti si è interrotto, allora si configura il delitto di stalking.


note

[1] Cass. sent. n. 30129/2021 del 02.08.2021.

[2] Art. 572 cod.pen.

[3] Art. 612 bis cod.pen.

Autore immagine: pixabay.com


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3 Commenti

  1. In termini giuridici, è bene conoscere questa distinzione. Ma in termini pratici bisogna tener conto dello stress psicologico, della paura, dell’agonia che vive la vittima. A chi è costretta a sopportare certi soprusi poco importa se si tratta di maltrattamenti o stalking, ma l’importante è liberarsi dell’ex ricorrendo alla giustizia e cercare di vivere una vita serena lasciandosi alle spalle il malessere causato nel tempo.

  2. All’inizio della convivenza, il mio ex era tutto amore e attenzioni. Con il passare degli anni ha iniziato a dare tutto per scontato. La nostra storia si era appiattita. Poi, di tanto in tanto, nei suoi momenti di nervosismo, se la prendeva con me e mi rispondeva male, mi maltrattava, mi urlava contro. Sinceramente, la situazione non mi stava affatto bene e, dopo varie avvisaglie, l’ho lasciato su due piedi dopo esser esplosa trasferendomi dai miei genitori. Lui non ha accettato questa situazione ed ha iniziato ad assillarmi cercando di farsi perdonare in tutti i modi. Io ero ferma sulla mia decisione. Ha iniziato a pedinarmi, a telefonarmi, a contattare disperatamente i miei cari. Un giorno, stanca della situazione, gli ho chiesto un incontro e l’ho avvisato che se non mi avesse lasciato in pace, l’avrei denunciato. Lui era furioso e così mi ha preso per il braccio e mi ha strattonato. Sono scappata dalle forze dell’ordine all’istante ed ho sporto querela. Da lì, è sparito, ma è iniziata una battaglia giudiziaria

  3. Il mio ex tornava a casa ubriaco, strafatto di canne. Puzzava e non teneva più a me come un tempo. La convivenza per me era diventata una prigione. Mi picchiava e quando uscivo dicevo alle mie amiche che ero scivolata o che avevo fatto un incidente. Un giorno, dopo una serata, loro mi hanno accompagnata a casa e si sono trovate davanti lui in condizioni pietose così mi hanno portato via mentre mi urlava contro e mi hanno convinta a sporgere denuncia

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