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Data di scadenza alimenti: normativa

13 Novembre 2021 | Autore:
Data di scadenza alimenti: normativa

Cosa dice il regolamento europeo riguardo alla conservazione del cibo e come evitare di buttare via i prodotti inutilmente.

Apri il frigo per preparare la cena e tiri fuori un po’ di roba che hai preso qualche giorno fa al supermercato: ravioli freschi, pancetta, formaggio e passata di pomodoro per fare il sugo. In realtà, è già passato un po’ di tempo dall’ultima volta che sei andato a fare la spesa. Controlli le etichette e scopri che ravioli e formaggio hanno superato la data entro la quale andavano consumati. Resti con lo speck e la salsa in mano. Ordini una pizza. Ma davvero c’è bisogno di buttare via il cibo anche quando il giorno indicato era appena ieri o l’altro ieri? Oppure c’è un margine entro il quale è ancora commestibile? Sulla data di scadenza degli alimenti, la normativa che cosa dice?

Una delle cose più importanti che ci dice la legge è che non sempre il cibo deve essere buttato via quando viene superata la «data X». C’è, infatti, differenza tra la data di scadenza ed il termine minimo di conservazione degli alimenti, anche se per il consumatore – che spesso gira per le corsie dei supermercati badando all’abitudine di quello che compra e non alle indicazioni riportate nelle etichette dei prodotti – leggere «da consumarsi entro» e «da consumarsi preferibilmente entro» sono la stessa cosa. È quell’avverbio, quel «preferibilmente», che fa la differenza. Vediamo perché e cosa dice la normativa sulla data di scadenza degli alimenti.

La data di scadenza nell’etichetta degli alimenti

Va detto, prima di tutto, che la normativa di riferimento sulla sicurezza alimentare e, in particolare, sulla scadenza dei prodotti, è un regolamento europeo approvato nel 2011. Il testo dice che un prodotto non deve essere consumato (e tanto meno venduto) dopo il giorno indicato sull’etichetta con la dicitura «da consumarsi entro». Questa espressione indica proprio la data di scadenza dell’alimento, data che rimane tassativa. Deve essere riportata in modo chiaro e leggibile con caratteri indelebili ed in una posizione facilmente rintracciabile dal consumatore sulla confezione esterna dei prodotti preconfezionati e rapidamente deperibili. Parliamo, quindi, di formaggi, latte, pasta fresca, carne fresca, pesce fresco (non prodotti surgelati, insomma).

Nel dettaglio, la data di scadenza deve essere riportata indicando:

  • giorno, mese e anno di scadenza per prodotti conservabili per meno di tre mesi (appunto, i formaggi freschi, gli yogurt, il latte fresco, il pesce fresco, ecc.);
  • il mese e l’anno per i prodotti conservabili per più di tre mesi e per meno di 18 mesi (il caso di biscotti o cracker, ad esempio);
  • solo l’anno per i prodotti conservabili per più di 18 mesi (la pasta essiccata, le verdure in scatola, ecc.).

La confezione, inoltre, deve riportare delle indicazioni su come devono essere conservati gli alimenti, in alcuni casi facendo particolare leva sulla temperatura al fine di non compromettere la qualità del cibo.

Il termine minimo di conservazione degli alimenti

Diverso è il caso delle etichette o delle confezioni su cui si legge la dicitura «da consumarsi preferibilmente entro». Prima di tutto, non indica una data di scadenza tassativa degli alimenti ma il termine minimo di conservazione. Che cosa vuol dire?

Significa che c’è un margine più ampio per il consumo dei prodotti che, teoricamente, risulterebbero già scaduti ma che, invece, male ancora non fanno e non hanno perso le loro proprietà, anche se possono risultare variate. Può essere il caso dei biscotti che sono diventati meno friabili ma che si possono ancora mangiare. Meglio accontentarsi che buttarli via.

I prodotti senza data di scadenza e termine di conservazione

Ci sono, infine, dei casi in cui la normativa non impone l’obbligo di riportare una data di scadenza o un termine minimo di conservazione. Si tratta, in poche, parole, di prodotti che non scadono: o si rovinano direttamente (vedi la frutta e la verdura non sbucciata e non tagliata) oppure durano nel tempo, come nel caso dell’aceto, i superalcolici, il vino, il sale da cucina, il pane ed altri prodotti da forno e lo zucchero. Perfino, i chewing gum.

La data di scadenza delle uova

Un caso a parte è quello delle uova. La normativa impone di stampare sul guscio un codice che può sembrare complicato ma che non è difficile da decifrare. Certo, basta sapere come. Si legge così:

  • la prima cifra indica la tipologia di allevamento delle galline: «0» sta per biologico, «1» all’aperto, «2» a terra», «3» in batteria o in gabbia;
  • seguono due lettere che indicano il Paese di origine delle uova. Nel nostro caso, si troveranno le lettere IT;
  • la terza parte riporta il codice Istat del Comune in cui è ubicato l’allevamento e la sigla della relativa provincia;
  • la parte finale del codice è il numero identificativo dell’allevamento di provenienza delle uova. Pertanto, è possibile risalire da queste cifre all’azienda agricola di allevamento, il che diventa molto utile in caso di allerta sanitaria.

Per quanto riguarda la scadenza, deve essere indicata sulla confezione in modo chiaro e leggibile.

Data di scadenza: cosa si rischia in caso di violazione?

Le sanzioni per chi riporta sulle confezioni delle false date di scadenza o non le riporta affatto o, comunque, per chi viola la normativa in materia vanno da 1.000 a 8.000 euro. Tuttavia, il massimo raddoppia, cioè arriva a 16.000 euro se la violazione riguarda determinati prodotti come carne o pesce freschi.

Invece, il venditore che mette sugli scaffali a disposizione dei consumatori dei prodotti scaduti rischia una sanzione da 5.000 a 40.000 euro.


note

[1] Regolamento Ue n. 1169/2011.

Autore immagine: canva.com/


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