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Dipendenti parenti e orario di lavoro: come funziona

20 Agosto 2021 | Autore:
Dipendenti parenti e orario di lavoro: come funziona

L’Inps può pretendere più contributi dal datore se il familiare che lavora in azienda si trattiene più di quanto stabilito?

Ci sono delle attività imprenditoriali, piccole o grosse, in cui spesso un parente diventa un dipendente. A dire il vero, qualche volta succede anche il contrario, cioè che il dipendente diventi nel tempo un parente, ma questa è un’altra storia. Spesso, si tratta di aziende a conduzione familiare o in cui sono, comunque, coinvolti figli, coniugi e fratelli. Per non intestare la società a tante persone, si finisce per assumerle a busta paga. Si può pensare che siano dei privilegiati e che non abbiano gli stessi doveri degli altri lavoratori non legati da un vincolo di parentela con il titolare. Ma è davvero così? Quando, ad esempio, si parla di dipendenti parenti e orario di lavoro, come funziona il rapporto nelle aziende familiari?

Può sembrare paradossale, ma il problema principale non si presenta quando lavorano di meno, magari perché si sentono più tutelati degli altri. I guai possono arrivare quando lavorano oltre l’orario dichiarato sul contratto, il che presuppone per l’Inps incassare meno contributi di quelli che, in realtà, il datore dovrebbe pagare per le ore lavorate dal dipendente parente.

E questo succede non di rado, specialmente nelle realtà più piccole in cui, quando c’è da finire un lavoro da consegnare o da tenere aperto un locale pubblico fino ad una certa ora, il familiare assunto a busta paga si ferma oltre il suo orario per evitare di dover pagare un’altra persona. Tutto nell’interesse imprenditoriale che, alla fine, è l’interesse familiare.

La domanda, a questo punto, è: che cosa può succedere se l’Inps lo viene a sapere? Si è pronunciato in proposito un giudice del lavoro di Treviso con un’interessante sentenza. Vediamo come funziona l’orario di lavoro dei dipendenti parenti e che cosa può pretendere l’Inps quando lavorano più di quanto stabilito.

Dipendenti parenti: quale rapporto di lavoro?

Non tutti scelgono di lavorare gratis per papà o per il proprio coniuge. Il che, peraltro, non sarebbe vietato dalla legge: quando qualcuno vuol dare assiduamente una mano ai parenti stretti in un’attività di famiglia (ad esempio, in un ristorante, in un negozio di grandi dimensioni, in una bottega artigianale), si dà per stabilito che la prestazione venga svolta a titolo gratuito (leggi in proposito “Posso lavorare gratis?“).

Tuttavia, è legittimo che uno dei familiari voglia farsi assumere. Si pensi, ad esempio, al ragazzo che ha studiato per fare il cuoco e che vuole lavorare nel ristorante di famiglia. Piuttosto che cercare un altro posto, si fa assumere dal padre a busta paga, magari con l’idea di rilevare l’attività un domani. In questo caso, occorre provare che esiste un ordinario rapporto di lavoro o di collaborazione e che, pertanto, il dipendente parente percepisce una retribuzione e che:

  • segue le direttive impartite dal titolare;
  • osserva un orario di lavoro prestabilito;
  • si reca al lavoro in un determinato luogo.

Chi assume regolarmente un parente, dunque, deve iscriverlo all’Inps e all’Inail e versare, sui redditi che paga al collaboratore, i contributi previdenziali. A sua volta, il dipendente parente deve pagare le tasse, cioè l’Irpef, sui redditi percepiti.

In generale, tra coniugi, parenti entro il terzo grado ed affini entro il secondo grado, si possono configurare i seguenti rapporti di lavoro:

  • subordinato, soggetto all’assicurazione generale obbligatoria;
  • di collaborazione nell’ambito di un’impresa familiare, soggetto all’assicurazione obbligatoria nelle gestioni speciali dei lavoratori autonomi;
  • di collaborazione familiare privo di tutela previdenziale per mancanza delle condizioni assicurabili previste nelle assicurazioni obbligatorie.

Dipendenti parenti: devono rispettare l’orario di lavoro?

Recentemente, un giudice del lavoro di Treviso ha stabilito che un dipendente parente del titolare dell’attività per la quale lavora può gestire il proprio orario di lavoro come gli pare. E che, in caso di controllo, dovrà essere l’Inps a provare che il dipendente si trattiene di più rispetto a quanto stabilito sul contratto [1].

Il dipendente può anche ammettere che gli orari riportati sul Libro unico di lavoro e quelli effettivamente osservati non coincidono: l’onere della prova resta sempre in capo all’Inps, il quale non può pretendere in partenza che il titolare paghi più contributi perché si presume che il suo dipendente parente lavori più del dovuto. Non lo può pretendere, almeno, senza una prova concreta.

In particolare, secondo il giudice trevigiano, l’Istituto di previdenza deve dimostrare in modo specifico e puntuale quali sarebbero gli esatti tempi di lavoro del familiare e che, nel complesso, la sua attività sia stata superiore a quella registrata. In altre parole – e come stabilito dalla legge – l’Inps si deve dichiarare creditore di contribuzione nei confronti di un’azienda e di dare (come qualsiasi altro creditore) prova sufficiente ed univoca di quanto preteso [2].

D’altronde, anche la Cassazione ha sancito a tal proposito che «la sussistenza del credito contributivo dell’Inps, preteso sulla base di verbale ispettivo, deve essere comprovata dall’Istituto con riguardo ai fatti costitutivi rispetto ai quali il verbale non riveste efficacia probatoria».


note

[1] Giudice del lavoro di Treviso Filippo Giordan, sent. n. 332/2021 del 21.07.2021.

[2] Art. 2697 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 26274/2020.


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