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Controllo cambio di residenza: come funziona oggi

15 Novembre 2021 | Autore:
Controllo cambio di residenza: come funziona oggi

Il compromesso trovato dalla Cassazione per mantenere attive le verifiche della Polizia municipale senza rischiare il rifiuto della richiesta.

Sarà stata la pandemia, sarà che il mercato del lavoro ci ha lasciato senza i punti di riferimento fissi di una volta, sarà che le distanze nel mondo si sono accorciate ed oggi i giovani non vivono come in passato a qualche centinaio di metri dai genitori. Ci si sposta da una parte all’altra con più facilità, si adotta quella che ai tempi era «la vita dell’artista»: oggi qua, domani là, dopodomani chi lo sa. In questo modo, la giurisprudenza si adatta ai cambiamenti sociali e adotta nuovi criteri, ad esempio, sul controllo del cambio di residenza: come funziona oggi?

Una recente ordinanza della Cassazione è l’esempio più lampante di come siano diventati più morbidi i limiti per poter effettuare il cambio di residenza, che tengono conto, come si diceva, del nuovo contesto sociale in cui viviamo. Ciò non toglie, però, che il cittadino possa fare quello che gli pare e, soprattutto, che non ci debba essere il relativo controllo: la «visitina» dell’agente di Polizia municipale o della persona incaricata dal Comune viene effettuata lo stesso, come previsto dalla legge. Cambia la logica, in parte cambia il modo, ma la sostanza rimane la stessa.

E la sostanza dice che per fissare la residenza in un determinato Comune ci deve essere un valido motivo e che occorre anche dimostrarlo: che si tratti di ragioni di studio o di lavoro o, semplicemente, di una scelta di vita, quando si dice all’anagrafe che quell’indirizzo corrisponde al luogo di dimora abituale non si può barare (e, come vedremo, non mancano i motivi per farlo). Ecco, allora, come funziona oggi il controllo sul cambio di residenza, dopo l’ordinanza della Cassazione.

Quando si può cambiare residenza?

Il cambio di residenza si può rendere necessario dopo che un cittadino si sposta da un luogo all’altro in modo stabile per diversi motivi. Ad esempio, perché si è sposato ed è andato a vivere con il coniuge nella nuova casa, perché il datore di lavoro gli ha affidato una nuova mansione nella sede di un’altra città, perché ha deciso di completare gli studi in un luogo diverso, perché è in pensione e vuole realizzare il sogno della sua vita andando a vivere in una casa in riva al mare.

L’importante è che il luogo in cui stabilisce la nuova residenza sia quello in cui dimora abitualmente. Altrimenti, può andare incontro ad accertamenti fiscali e ad un processo penale, poiché fornire ad un pubblico ufficiale (in questo caso all’ufficiale dell’anagrafe) una falsa informazione integra il reato di falso in atto pubblico.

Dove si deve fare il cambio di residenza?

Come appena accennato, il cambio di residenza si effettua davanti all’ufficiale dell’anagrafe, quindi nel Comune in cui si sposta la propria dimora. Il nuovo Comune informerà quello vecchio dello spostamento della residenza, affinché il cittadino venga cancellato dal registro in cui era iscritto in precedenza. In sostanza, basta andare nel nuovo Comune, non serve andare in quello vecchio.

All’anagrafe occorrerà compilare e consegnare una richiesta in cui si dichiara l’indirizzo presso il quale viene stabilita la nuova residenza. Tale domanda può essere presentata:

  • di persona, recandosi all’ufficio anagrafe del Comune muniti di un documento di identità;
  • tramite posta elettronica certificata, allegando sempre il documento di identità;
  • tramite raccomandata a/r, con copia del documento di identità.

Quando viene fatto il controllo della residenza?

Può capitare che qualche cittadino voglia fare il furbo e «giocare» su continui cambi di residenza per vari motivi: perché vuole beneficiare di una certa agevolazione fiscale (si pensi a chi fissa la residenza in una località turistica durante il periodo di soggiorno per non pagare la tassa richiesta ai turisti), perché dichiarando che vive abitualmente in quella determinata casa ottiene un beneficio assistenziale o, più semplicemente, per sparire dalla circolazione e sfuggire ai creditori, ai postini e agli ufficiali giudiziari.

Proprio per evitare queste residenze di comodo, vengono disposti dei controlli mirati ad accertare se effettivamente il richiedente vive presso l’indirizzo indicato all’anagrafe comunale. A tal fine, l’ente locale delega la Polizia municipale o un suo incaricato a svolgere i controlli entro 45 giorni dalla richiesta del cambio di residenza.

In pratica, l’agente della Municipale si reca materialmente presso l’indirizzo dichiarato dal cittadino per vedere se si trova in casa. In caso di esito negativo, cioè se l’agente bussa e non apre nessuno o se avverte delle anomalie, lo comunicherà alle autorità di pubblica sicurezza.

Cambio di residenza: cos’è cambiato sui controlli?

Restiamo su quanto abbiamo appena visto, cioè sul fatto che l’agente di Polizia municipale si presenta all’indirizzo segnalato dal cittadino come nuova dimora abituale e, dopo aver bussato una, due, tre volte, nessuno apre la porta. Significa che il Comune respingerà la richiesta del cambio di residenza?

È proprio su questo che si è pronunciata di recente la Cassazione. Nell’ordinanza (datata febbraio 2021), la Corte ha dato ragione ad una cittadina che si era vista negare la nuova residenza perché ogni volta che la Municipale andava a casa sua nessuno apriva la porta. Da qui, il Comune aveva dedotto che era stato tutto un imbroglio e che la signora aveva presentato la richiesta pur non abitando a quell’indirizzo.

In realtà, il motivo delle continue assenze era molto più semplice: dovendo effettuare i controlli a sorpresa, cioè senza alcun appuntamento, gli agenti si presentavano a qualsiasi ora. Peccato, però, che le visite coincidevano sempre con l’orario di lavoro della signora. La quale, ovviamente, non poteva prendersi 45 giorni di ferie (cioè il periodo entro il quale devono essere fatte le verifiche sulla residenza) in attesa che un poliziotto bussasse alla sua porta. D’altra parte – osservano gli Ermellini – le esigenze lavorative o di studio non possono impedire che la dimora nel Comune in cui si desidera trasferire la residenza venga riconosciuta come «abituale»: conta il fatto che vi faccia rientro puntualmente (ad esempio, ogni sera).

Come ovviare al problema per non rischiare di vedersi respingere senza motivo la richiesta di residenza? La Cassazione ha introdotto il principio della «leale collaborazione» da parte del cittadino affinché i controlli avvengano in un orario in cui, presumibilmente, è facile trovarlo a casa. Come funziona? Non potendo prendere appuntamento con il Comune per stabilire il momento in cui deve avvenire il controllo, poiché deve trattarsi di una visita «a sorpresa», il cittadino deve essere invitato a comunicare quali sono i suoi orari di lavoro o di studio, ovvero le fasce orarie del giorno in cui sicuramente sarà assente. Il Comune, a questo punto, senza fissare un giorno prestabilito, invierà l’agente della Municipale a fare il controllo in un momento in cui, per logica, il cittadino dovrebbe trovarsi a casa.

Ad esempio, se si dice che, tra lo spostamento casa-ufficio, l’orario effettivo di prestazione ed il ritorno all’abitazione, il lavoro impegna dalle 8 alle 19, la Polizia locale sarebbe legittimata a fare la verifica verso le 20. Se chi ha richiesto la residenza non apre la porta nemmeno a quell’ora, non resta che fare la logica deduzione.

Per la Cassazione, questo può essere l’unico modo in cui far convivere il diritto del cittadino a spostare la sua residenza e quello del Comune ad effettuare le verifiche previste dalla legge.


note

[1] Cass. ord. n. 3841/2021 del 15.02.2021.

Autore immagine: canva.com/


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