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Mancata comunicazione decesso all’Inps: è reato?

24 Agosto 2021 | Autore:
Mancata comunicazione decesso all’Inps: è reato?

In caso di morte del pensionato, che cosa succede se l’evento non è comunicato tempestivamente all’ente previdenziale?

La pensione termina di essere erogata al decesso del beneficiario: in caso di morte del pensionato, infatti, il trattamento non è devoluto agli eredi. La pensione di reversibilità, spettante soltanto a determinati familiari superstiti, è un trattamento diverso dalla pensione spettante al dante causa, che ammonta a una quota della prestazione originaria.

Peraltro, qualora la pensione costituisca un trattamento di assistenza e non di previdenza, ai superstiti non spetta alcuna prestazione di reversibilità. Ecco perché non sono rari i casi di familiari superstiti che nascondono la morte del pensionato, o della pensionata, da cui traevano il proprio sostentamento. Ma la mancata comunicazione di decesso all’Inps è reato?

A questo proposito, è importante distinguere tra l’assoluta mancanza di comunicazioni di decesso e l’ipotesi in cui manchi la sola comunicazione all’ente previdenziale, posto che coloro i quali incassano la pensione di un familiare morto, qualora le somme ottenute risultino superiori a una determinata soglia, possono essere denunciati per indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. In altri casi, il reato contestato è quello di truffa aggravata e continuata [1].

Gli orientamenti della giurisprudenza, rispetto al passato, risultano notevolmente modificati: inizialmente, secondo la Cassazione [2], competeva agli eredi inviare il certificato di morte all’Inps al verificarsi del decesso. In base alla Suprema Corte, bastava l’accredito anche di una sola mensilità della pensione, perché il beneficiario fosse perseguibile penalmente, senza la possibilità di giustificarsi sostenendo l’assenza del tempo necessario per l’invio della comunicazione.

Ad oggi, invece, la Cassazione, nella valutazione di eventuali reati in relazione al decesso di un beneficiario di prestazioni da parte dell’Inps (o di un altro ente previdenziale), considera gli obblighi sorti recentemente [3] in capo al Comune e ai medici necroscopi.

Chi deve comunicare il decesso all’Inps?

La legge [4] prevede l’obbligo di comunicare la morte di una qualunque persona, non oltre le 24 ore dal decesso, all’ufficiale dello stato civile del luogo in cui l’evento è avvenuto o, nel caso in cui tale luogo si ignori, del luogo dove il cadavere è stato deposto.

Sono obbligati alla comunicazione al Comune:

  • i “congiunti” o un loro delegato;
  • in alternativa, la persona convivente col defunto o un suo delegato;
  • in mancanza, la persona informata del decesso;
  • in caso di morte in ospedale, casa di cura o di riposo, collegio, istituto o qualsiasi altro stabilimento, il direttore o a chi sia stato a ciò delegato.

Ricevuta la comunicazione, è il responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Comune [5] a dover comunicare all’ente di previdenza:

  • la morte dell’assicurato;
  • sulla base dei dati del casellario delle pensioni, le informazioni ricevute dal Comune, per gli adempimenti di competenza.

I medici necroscopi hanno inoltre l’obbligo di inviare online all’Inps il certificato di accertamento del decesso entro 48 ore dall’evento [6].

Non comunicare il decesso all’Inps è reato?

In base a quanto osservato in merito all’obbligo della comunicazione di decesso all’Inps, secondo la Cassazione [3], l’obbligo stesso non può ritenersi incombente sui familiari, spettando ad essi solamente la comunicazione del decesso del congiunto al Comune di appartenenza.

Secondo la Suprema Corte, peraltro, non è configurabile il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, in quanto si realizza con il conseguimento indebito di erogazioni pubbliche ottenute:

  • utilizzando o presentando dichiarazioni o documenti falsi, o attestanti cose non vere;
  • omettendo informazioni dovute, cioè richieste espressamente dell’ente erogatore o, comunque, imposte dal principio di buona fede precontrattuale: quest’ultima ipotesi si può configurare, nel concreto, soltanto in relazione ad un’istruttoria finalizzata alla concessione di erogazioni pubbliche.

Che cosa succede se la pensione continua ad essere erogata dopo il decesso?

Il fatto che la mancata comunicazione all’Inps della morte del pensionato non costituisca reato non comporta l’abrogazione dell’obbligo, a carico dei congiunti, di comunicare il decesso all’ente previdenziale.

L’Inps, in argomento, sottolinea che [7]:

  • il familiare del pensionato defunto, pur non essendovi tenuto, può comunque inviare il certificato di avvenuto decesso all’Inps;
  • in ogni caso, qualora l’accredito della pensione giunga sul conto dopo il decesso, i familiari sono tenuti a restituire l’importo all’Inps, evitando così un giudizio quantomeno civile volto al recupero dell’indebito.

Alla restituzione delle somme indebitamente percepite dopo la morte del pensionato, poi, possono aggiungersi gli interessi di mora, che fanno lievitare la cifra da restituire.


note

[1] Tribunale Penale di Milano, sent. n.5576/2012.

[2] Cass. sent. n. 48820/2013 e n. 14940/2018.

[3] Cass. sent. 31210/2021.

[4] Art. 72 DPR 396/2000.

[5] Art. 34, L. 903/1965; Art. 31, co. 19, L. 289/2000.

[6] Art.1, Co.303, Legge 190/2014.

[7] Inps Circ. n.33/2015.

Autore immagine: pixabay.com

Cass. pen., sez. VI, ud. 12 maggio 2021 (dep. 9 agosto 2021), n. 31210
Presidente Costanzo – Relatore Giordano
Ritenuto in fatto
1. La Corte di appello di Catania, con sentenza del 13 febbraio 2020, ha confermato la condanna di M.G. e C.R. alla pena di un anno di reclusione ciascuna. Le imputate sono state ritenute responsabili del reato di cui all’art. 316 ter c.p., perché omettevano di comunicare all’istituto di previdenza il decesso di S.T. , avvenuto il 13 dicembre 2009, e indebitamente percepivano i ratei di pensione accreditati sul conto corrente, cointestato tra la S. e la C. e sul quale la M. era delegata ad operare, così utilizzando, attraverso una carta di credito, la somma di Euro diciottomila fino al 14 febbraio 2012. 2. Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., il difensore delle imputate denuncia: 2.1. erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione in punto di responsabilità fatta discendere dalla mera utilizzazione, peraltro supposta, delle somme pervenute sul conto corrente trascurando che la carta di credito impiegata era smagnetizzata e non funzionante e, quanto alla M. , che, in realtà la carta era stata rinvenuta nella disponibilità della madre, C.R. ; 2.2. violazione di legge per mancata pronuncia di sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione del reato. È palesemente contraddittoria, anche tenuto conto della data di consumazione del reato indicata al 14 febbraio 2012, la motivazione della Corte che richiama, senza trarne le debite conseguenze, la nozione di reato a consumazione prolungata.
Considerato in diritto
1. La sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste. Il reato di cui all’art. 316 ter c.p., posto a tutela degli interessi finanziari della pubblica amministrazione e, dunque, della corretta allocazione delle risorse pubbliche, si realizza con il conseguimento indebito di erogazioni pubbliche ottenute con particolari modalità dell’azione, indicata dalla norma come “utilizzo o presentazione ch dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere” o “omissioni di informazioni dovute”. Le informazioni, la cui omissione può integrare la fattispecie di cui all’art. 316 ter c.p., devono essere “dovute”, devono, cioè, trovare fondamento in una richiesta espressa dell’ente erogatore o, comunque, risultare imposte dal principio di buona fede precontrattuale di cui all’art. 1337 c.c., ipotesi, quest’ultima, concretamente invocabile in relazione ad una istruttoria finalizzata alla concessione di erogazioni pubbliche. 2.Affatto peculiare la situazione che si verifica in relazione alla erogazione di trattamenti pensionistici, come nell’attuale fattispecie in cui la violazione della comunicazione del decesso del beneficiario del trattamento viene fatta discendere dal D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, art. 72, che prevede l’obbligo di comunicare la morte di una qualunque persona, non oltre le ventiquattro ore dal decesso, all’ufficiale dello stato civile del luogo dove questa è avvenuta o, nel caso in cui tale luogo si ignori, del luogo dove il cadavere è stato deposto, a carico dei “congiunti” o della “persona convivente con il defunto” (o di un loro delegato) o – in mancanza della persona “informata” del decesso ovvero, in caso di morte in ospedale, casa di cura o di riposo, collegio, istituto o qualsiasi altro stabilimento, in capo al direttore o a chi sia stato a ciò delegato. La L. 21 luglio 1965, n. 903, art. 34, e la L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 31, comma 19, fanno obbligo, poi, al responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Comune di comunicare all’ente di previdenza la morte dell’assicurato, obbligo punito con una sanzione amministrativa pecuniaria dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 46, convertito in L. 24 novembre 2003, n. 326. La stessa L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 31, comma 19, stabilisce altresì che a seguito delle comunicazioni dei Comuni relative ai decessi di cui alla L. 21 luglio 1965, n. 903, art. 34, l’INPS, sulla scorta dei dati del Casellario delle pensioni, comunica le informazioni ricevute dai Comuni agli enti erogatori di trattamenti pensionistici per gli adempimenti di competenza. Il Casellario delle pensioni mette a disposizione dei Comuni le proprie banche dati”. Infine, l’art. 1 della L. 23 dicembre 2014, n. 190 (si tratta della legge di Stabilità per il 2015), ha sancito l’obbligo per i medici necroscopi di invio on line del certificato di accertamento del decesso entro 48 ore dall’evento, utilizzando le stesse modalità già in uso per la trasmissione delle certificazioni di malattia. In presenza di siffatto quadro normativo sugli obblighi di comunicazione in caso di decesso non può ritenersi incombente sui congiunti della S. un obbligo di comunicazione di decesso all’INPS, tenuto conto che siffatto obbligo non è imposto ai congiunti in relazione al trattamento pensionistico erogato e spettando ad essi unicamente la comunicazione del decesso della S. al Comune di appartenenza, debitamente assolta (cfr. pag. 4 della sentenza di primo grado) e in forza della quale si sono attivate le indagini della Guardia di Finanza che hanno comparato le certificazioni di decesso alle risultanze della banca dati dell’istituto erogatore constatando che il pagamento della pensione era ancora in corso. È di chiara evidenza che, in tal caso, l’omissione della comunicazione all’istituto erogatore non è imputabile alle odierne imputate ed incombeva all’Ufficiale di Stato civile che aveva redatto la scheda di morte la relativa comunicazione. La sentenza impugnata erra dunque nel ritenere sussistente in capo alla C. un obbligo ulteriore di comunicazione del decesso della madre all’INPS, ente erogatore dei ratei di pensione oggetto di imputazione, poiché l’unico incombente informativo posto a carico dei congiunti (o della persona convivente) del defunto consiste nella comunicazione dell’evento, entro ventiquattro ore, all’Ufficio Anagrafe del Comune, come previsto dal D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, art. 72, dovendo a ciò conseguire da parte degli enti a ciò preposti (Comune e, sulla base del Casellario delle pensioni, INPS) l’eventuale ulteriore comunicazione agli altri enti che risultassero erogatori di trattamenti pensionistici in favore del defunto. Nel caso in esame manca, dunque, uno degli elementi costitutivi della fattispecie astratta contestata, rappresentato dall’omissione di informazioni dovute che non sono neppure in astratto configurabili nel rapporto tra l’Istituto ed i congiunti della persona che usufruisce del trattamento pensionistico a questo estranei. Si tratta, come anticipato, di oneri informativi che gravavano sul Comune di residenza oltre che sugli istituti di credito contro i quali l’INPS stesso può rivalersi in caso di mancata comunicazione di vicende relative alla titolarità ed utilizzo del conto corrente. Sono, infine, del tutto estranei alla fattispecie incriminatrice in esame eventuali condotte appropriative da parte delle ricorrenti dei ratei della pensione erogata dall’INPS in favore della madre (e nonna) defunta mediante versamento nel conto corrente bancario di cui la C. era cointestataria, appropriazioni che la sentenza impugnata ricostruisce in termini confusi, anche nella ricostruzione in fatto, dal momento che inferisce la responsabilità dai “prelievi” effettuati, in particolare con la carta bancomat in uso alla M. , ma senza esaminare in alcun modo i flussi di alimentazione del conto corrente che era intestato ed utilizzato anche dall’azienda agricola della C. : da qui la impossibilità di verificare se vi sia stata una condotta di appropriazione indebita (art. 646 c.p.) in astratto ravvisabile in capo a chi “sine titulo”, si appropri di somme non dovute.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché di fatto non sussiste.


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