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Cessazione convivenza e maltrattamenti

29 Novembre 2021
Cessazione convivenza e maltrattamenti

Vessazioni contro l’ex coniuge: quale reato si configura se la coppia non abita più insieme?

I primi anni del tuo matrimonio sono stati meravigliosi. Tuo marito era così premuroso che pensavi di essere la donna più fortunata del pianeta. Dopo qualche tempo, però, le cose sono cambiate. Lui ha perso il lavoro ed è diventato aggressivo nei tuoi confronti. Ora non abitate più nella stessa casa, ma lui non si arrende e continua a tormentarti al punto che hai paura non appena lo incontri per strada. Devi sapere che anche in caso di cessazione della convivenza, il reato di maltrattamenti potrebbe comunque configurarsi qualora non siano venuti meno i vincoli affettivi e di solidarietà che derivano dal precedente rapporto. In caso contrario, si parla di stalking. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire qualcosa di più in questo articolo.

Cosa si intende per maltrattamenti?

Quando si parla di maltrattamenti si intende ogni forma di violenza fisica, verbale e psicologica perpetrata sistematicamente e con consapevolezza nei confronti di familiari o conviventi (oppure di soggetti sottoposti all’autorità altrui, ad esempio nell’ambito di un rapporto di istruzione). Ti faccio un esempio.

Ogni giorno, Tizio insulta la moglie Caia, umiliandola in presenza del figlio di 7 anni.

Come puoi notare nell’esempio che ti ho riportato, la condotta di Tizio configura il reato di maltrattamenti in famiglia [1] nei confronti sia della moglie Caia sia del loro figlio minore che assiste passivamente agli episodi di violenza.

Come vedremo a breve, si tratta di un delitto che rientra nel cosiddetto “Codice rosso[2], ossia nella procedura d’urgenza introdotta nel 2019 al fine di garantire maggiori tutele alle vittime degli abusi (per ulteriori informazioni leggi l’articolo “Cos’è il Codice rosso?“).

Quando i maltrattamenti sono reato?

Come ti ho già anticipato poc’anzi, affinché possa configurarsi il reato di maltrattamenti in famiglia sono necessari ripetuti episodi di violenza tra le mura domestiche, quindi nei confronti di un familiare o di un convivente. I comportamenti vessatori, tuttavia, acquistano una valenza penale solamente se reiterati e lesivi dell’integrità fisica e psicologica del soggetto passivo.

Inoltre, per la punibilità della condotta la legge richiede il cosiddetto dolo generico, ossia l’intenzione di umiliare e maltrattare l’altro.

Come sono puniti i maltrattamenti in famiglia?

Chi maltratta un familiare o un convivente è punito con la reclusione da tre a sette anni. Attenzione però: la pena è aumentata se gli abusi sono commessi con armi oppure in presenza o in danno di un minore, di una donna incinta oppure di una persona con handicap.

Cessazione convivenza e maltrattamenti

Fin qui abbiamo detto che i maltrattamenti comprendono tutti gli abusi (fisici, verbali e psicologici) messi in atto nei confronti di un familiare oppure di un convivente. Ma cosa succede se vittima e carnefice non abitano più insieme? Il reato in questione si configura ugualmente? Secondo l’orientamento giurisprudenziale più recente [3], qualora la persona offesa continui ad avere rapporti di affetto e solidarietà con il responsabile delle vessazioni, allora la risposta è affermativa nel senso che la fattispecie criminosa sussiste anche se la convivenza è ormai cessata. Classico esempio sono i genitori divorziati costretti a relazionarsi a causa dei figli onde rispettare gli obblighi di cooperazione che derivano dall’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale (vale a dire mantenimento, educazione, istruzione e assistenza morale). Ma non è tutto. Sempre secondo la Corte di Cassazione, il reato di maltrattamenti in famiglia è configurabile anche in presenza di un rapporto di convivenza di breve durata, purché sia sorta comunque una prospettiva di stabilità e reciproca solidarietà.

Se, invece, una volta cessata la convivenza è venuto meno anche ogni tipo di rapporto tra le parti coinvolte, allora, sostengono gli Ermellini, si configura il delitto di atti persecutori (più noto come stalking). Quest’ultimo, infatti, consiste nella reiterazione costante di molestie e minacce nei confronti della vittima tanto da incuterle uno stato di ansia e paura per sé o per i propri familiari. Tale condotta, però, prescinde da una relazione interpersonale con lo stalker.

Come difendersi dal reato di maltrattamenti?

Chi è vittima di maltrattamenti in famiglia deve recarsi presso le autorità competenti (polizia, carabinieri, Procura della Repubblica) per denunciare gli episodi di violenza. Tale adempimento è indispensabile per avviare le indagini ed accertare la fondatezza o meno della notizia di reato. Se la persona indagata viene rinviata a giudizio, la vittima dovrà rivolgersi ad un avvocato esperto in diritto penale in modo da costituirsi parte civile nel processo ed avanzare una richiesta di risarcimento del danno.

Come già detto, con l’introduzione del Codice rosso viene data una precedenza a questo tipo di reati considerati di particolare allarme sociale. In pratica, una volta ricevuta la denuncia-querela si allerta subito la Procura territorialmente competente e il pubblico ministero ha a disposizione tre giorni di tempo (prorogabili in presenza di determinate condizioni) per sentire la vittima o chi ha denunciato i fatti, in modo da valutare subito se sussistono i presupposti per chiedere al giudice l’emissione di una misura cautelare nei confronti del presunto responsabile (come, ad esempio, l’allontanamento dalla casa familiare oppure il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa).


note

[1] Art. 572 cod.pen.

[2] L. n. 69/2019 del 19.07.2019.

[3] Cass. ord. n. 30129/2021 del 02.08.2021.

Autore immagine: pixabay.com


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