Diritto e Fisco | Articoli

La busta paga basta a provare il part-time?

31 Agosto 2021 | Autore:
La busta paga basta a provare il part-time?

Una recente sentenza del tribunale di Prato non ritiene il cedolino un documento sufficiente a dimostrare il contratto a tempo parziale.

Sei un lavoratore part-time? No. E come fai a provarlo, visto che lavori solo mezza giornata? Ho un contratto che dimostra che sono a tempo pieno. Ma allora, perché ti pagano mezza giornata? Chiedilo al mio titolare. Ma non hai una busta paga? Certo, ma è proprio quello il problema: sul cedolino c’è scritto che sono assunto a tempo parziale, invece non ho mai firmato nulla in proposito. E quindi, come si fa? La busta paga basta a provare il part-time?

La conversazione tra questi due ipotetici amici potrebbe rappresentare la base della sentenza con cui il tribunale di Prato ha messo qualche puntino sulle «i» a proposito delle riduzioni d’orario non concordate tra datore e lavoratore ma decise soltanto dal primo. Cosa che, peraltro, aveva già fatto la Cassazione qualche tempo fa, spiegando che il passaggio dal tempo pieno al tempo parziale non può essere deciso in modo unilaterale dal datore di lavoro e che se il dipendente si oppone alla trasformazione del suo contratto non può essere licenziato. Il punto è: come dimostrare che c’è stata una riduzione dell’orario? Basta la busta paga a provare il part time? Ecco come funziona il passaggio dal tempo pieno al part-time e cos’hanno deciso in merito i giudici toscani.

Da full-time a part-time: come funziona?

Datore e dipendente possono decidere in qualsiasi momento di trasformare il rapporto di lavoro da full-time a part-time, purché sia una scelta condivisa e concordata per iscritto da entrambi. Dal 1° gennaio 2012, non è più necessaria la convalida della Direzione provinciale competente per territorio. Se il lavoratore rifiuta l’accordo, non può essere licenziato [1].

Pertanto, il passaggio dal tempo pieno al tempo parziale non può essere deciso da una sola delle parti senza l’approvazione scritta dell’altra. Il datore, insomma, non può imporre al lavoratore questa scelta, come ha ribadito anche la Cassazione [2]. Anche perché diminuire l’orario di lavoro comporta, inevitabilmente, ridurre anche la retribuzione.

Contratto part-time: quando diventa prioritario?

Ci sono delle situazioni in cui trasformare un contratto da tempo pieno a part-time è considerato una priorità. Succede:

  • di fronte ad una patologia oncologica che riguarda il coniuge, i figli o genitori del lavoratore;
  • quando il lavoratore assiste una persona convivente con totale e permanente inabilità lavorativa, alla quale è stata riconosciuta una percentuale di invalidità pari al 100% con necessità di assistenza continua in quanto non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita;
  • se lo richiede un lavoratore con figlio convivente non superiore a 13 anni o con figlio convivente portatore di handicap.

Il dipendente che ha chiesto per uno di questi motivi il passaggio al part-time ha la precedenza per essere assunto a tempo pieno con le stesse mansioni o equivalenti.

Passaggio unilaterale al part-time: cosa prova la busta paga?

Recentemente, il tribunale di Prato si è occupato della vicenda di un lavoratore che aveva fatto richiesta per ottenere le differenze di retribuzione a lui dovute perché, secondo la sua versione, aveva svolto mansioni superiori rispetto al suo contratto ed aveva fatto del lavoro straordinario rispetto al suo inquadramento con contratto part-time. Versione diversa da quella dell’azienda per la quale lavorava, la quale ha sostenuto che il dipendente aveva un tempo parziale e, per provarlo, aveva esibito davanti al giudice la busta paga del lavoratore.

In altre parole: il datore paga al dipendente la retribuzione del part-time, mentre il lavoratore sostiene di non avere mai firmato un tempo parziale. Basta la busta paga a dimostrare chi ha ragione? No, secondo il tribunale di Prato [3].

Il giudice richiama una sentenza della Cassazione [4] che esprime questo principio: «Il rapporto di lavoro subordinato, in assenza della prova di un rapporto part-time, si presume a tempo pieno; è, pertanto, onere del datore – continua la Suprema Corte – fornire la prova della riduzione della prestazione lavorativa, né la sua diminuzione può essere unilateralmente disposta dal datore di lavoro, potendo conseguire soltanto a un accordo tra le parti». Da questo principio si deduce che «la modulazione oraria a tempo pieno sia la regola e la riduzione dell’orario un’eccezione». Pertanto, conclude il giudice toscano, «se non esiste un atto scritto disciplinante il diverso orario di lavoro o, come nel presente caso, il lavoratore ha dimostrato che l’atto scritto non rispecchia il reale dispiegarsi del rapporto contrattuale, sussiste in capo al datore l’onere di provare l’eccezione rispetto alla regola generale in tema di orario di lavoro».


note

[1] Art. 5 D.lgs. n. 61/2000.

[2] Cass. sent. n. 16169/2006.

[3] Trib. Prato sent. n. 136/2021.

[4] Cass. sent. n. 1375/2018.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube