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Stalking condominiale: la videosorveglianza vale come prova?

20 Novembre 2021 | Autore:
Stalking condominiale: la videosorveglianza vale come prova?

Si può portare in tribunale un filmato fatto anche con il cellulare per dimostrare gli atti persecutori del vicino di casa?

Un litigio, una convivenza forzata e piena di conflitti tra vicini di casa, possono trasformarsi in stalking condominiale? Sì, quando una persona che abita in quell’edificio rimane in maniera sistematica ed ininterrotta vittima di condotte moleste che portano ad uno stato d’ansia permanente e al timore di essere continuamente esposta ad atti persecutori. Non sempre, però, risulta semplice dimostrare queste circostanze, specialmente quando i fatti avvengono in assenza di testimoni. A quel punto, per dimostrare di essere vittima di stalking condominiale, la videosorveglianza vale come prova?

La buona notizia per chi cerca degli elementi concreti da portare in tribunale è che, secondo la Cassazione, è possibile portare sul tavolo di un giudice le registrazioni delle aree comuni del condominio per dimostrare di subire lo stalking. I filmati, dunque, possono essere utilizzati in un processo contro il vicino molesto? Così è stato ribadito da una recente sentenza della Corte Suprema. Vediamo sulla base di quale ragionamento.

Stalking condominiale: quando si manifesta?

In linea generale, si parla di reato di stalking quando ci sono degli atti persecutori ripetuti nel tempo che provocano nella vittima:

  • un grave e perdurante stato d’ansia o di paura;
  • il timore per la propria incolumità o per quella della propria famiglia;
  • la modifica delle proprie abitudini di vita.

Ne basta solo uno di questi elementi per configurare il reato di stalking, punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi.

Lo stesso delitto diventa condominiale nel momento in cui la vittima subisce gli atti persecutori o le condotte moleste in un contesto di convivenza forzata in condominio. Infatti, chi ha uno stalker nella porta accanto del pianerottolo o nell’appartamento di sopra, che potrebbe incontrare sulle scale o in ascensore in qualsiasi momento, vivrà sicuramente questa situazione in modo molto più angoscioso rispetto a chi si sente più protetto (almeno fisicamente) nel momento in cui chiude la porta dell’androne dell’edificio.

Molestie e atti persecutori: quando sono stalking?

Secondo la Cassazione [1], il reato di molestie viene assorbito da quello di atti persecutori nel momento in cui i singoli comportamenti perseguono lo stesso obiettivo e fanno parte di un’unica condotta. In altre parole, la telefonata alle 3 di notte di oggi, di domani, di dopodomani e della settimana prossima ancora, i pedinamenti, le minacce, lo sportello dell’auto rigato, ecc. sono abituali e rientrano in un progetto unitario verso la vittima dello stalking condominiale.

Stalking condominiale: si può usare la videosorveglianza?

Sinceramente, se la mattina scendi nel parcheggio condominiale e trovi lo sportello della tua auto rigato con una chiave, come fai a dimostrare chi è stato? Se la sera, rientrando, entri senza testimoni in ascensore con un vicino che ti dice «ti è piaciuta la riga sulla macchina?», come fai a dimostrare che te l’ha detto? Se la mattina dopo ancora incontri sulle scale la stessa persona che ti sussurra «la prossima volta andrà peggio», come fai a provare che ti ha appena minacciato? Se la sera ti blocca il campanello di casa con lo scotch per farlo suonare ininterrottamente, come fai a dimostrare che è stato lui?

Essere vittima di comportamenti di questo genere, cioè di episodi che configurano lo stalking condominiale, vuol dire presentare prima o poi una denuncia, perché a lungo non si può andare avanti così. Solo che occorre portare qualcosa di concreto al giudice per accusare qualcuno di stalking, altrimenti si rischia l’effetto boomerang passando da vittima a imputato per aver rivolto al vicino delle accuse infondate.

Recentemente, la Cassazione ha ribadito un concetto già espresso dalla stessa Corte [2]. Oltre alle testimonianze, ad eventuali foto scattate di nascosto, a perizie mediche che dimostrino il grado di turbamento derivato dalle continue molestie, ecc., in caso di stalking condominiale anche la videosorveglianza vale come prova. Ovviamente, purché si tratti di registrazioni effettuate nelle aree comuni e non in spazi privati.

L’ultimo caso valutato dagli Ermellini [3] riguardava due persone condannate per atti persecutori nei confronti di alcuni vicini che abitavano nello stesso condominio. In tale occasione, la Suprema Corte ha ritenuto che i video registrati nelle parti comuni dell’edificio per dimostrare gli episodi delittuosi non rappresentino un’interferenza illecita nella vita privata del resto dei condòmini, poiché l’uso di telecamere installate all’interno di un’abitazione per riprendere il giardino, il parcheggio o il cortile del condominio non è reato.

Il motivo è molto semplice: le aree che finiscono nel mirino delle telecamere di videosorveglianza sono destinate all’utilizzo indeterminato di persone e, pertanto, non hanno a che fare con il domicilio, la privata dimora o le appartenenze di una singola persona. Lo stesso si può dire delle telecamere installate per riprendere le scale ed i pianerottoli.

Se ne deduce, continua la Cassazione, che le riprese, così come i singoli fotogrammi estratti dalle registrazioni video, devono essere considerati prova documentale di episodi di stalking condominiale ed acquisiti in sede di processo.

Dettaglio tutt’altro che superfluo: la prova viene ammessa anche quando le riprese negli spazi comuni non sono state fatte con le telecamere fisse installate in condominio ma con un semplice cellulare.


note

[1] Cass. sent. n. 17935/2020.

[2] Cass. sent. n. 32544/2020.

[3] Cass. sent. n. 30191/2021.


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