Diritto e Fisco | Editoriale

Divorzio congiunto e divorzio giudiziale: quale dei due?

3 Giugno 2014
Divorzio congiunto e divorzio giudiziale: quale dei due?

Guida completa al divorzio: i due casi del divorzio consensuale e, invece, quello con l’intervento del giudice.

In questo periodo la parola “divorzio” è tornata alla ribalta della cronaca per via dell’imminente approvazione della legge sul “divorzio breve” con solo sei mesi di separazione (un anno nel caso di divorzio giudiziale). Per arrivare, dunque, preparati all’appuntamento con il nuovo istituto, sarà bene ricordare la differenza tra divorzio congiunto e divorzio giudiziale.

DIVORZIO CONGIUNTO

Il divorzio segna la chiusura definitiva del matrimonio. Con il divorzio, infatti, i coniugi, a differenza della separazione legale – con la quale sospendono gli effetti del vincolo che li unisce in attesa di una riconciliazione o di un provvedimento, appunto, di divorzio – pongono fine una volta per tutte al legame coniugale, che potrà ricostituirsi soltanto con la celebrazione di un secondo matrimonio. A conferma, si pensi che, a seguito del divorzio, vengono meno tutti i diritti e gli obblighi discendenti dal matrimonio, solo sospesi nel caso della separazione.

Il termine divorzio è comunemente usato per riferirsi tanto all’atto che pone fine al matrimonio civile, quanto a quello che chiude il matrimonio concordatario. In realtà, nell’ipotesi di rito contratto solo in Comune, davanti all’ufficiale di stato civile, per divorzio si intende lo scioglimento definitivo del vincolo, pronunciato con sentenza dal tribunale. In caso di matrimonio concordatario, dunque celebrato in Chiesa, e poi trascritto nei registri di stato civile, si indicherà, invece, la cessazione degli effetti civili del matrimonio, restando intatta la valenza religiosa del sacramento, salvo annullamento o dichiarazione di nullità da parte degli organi ecclesiastici.

Con l’attuale legge sul divorzio, la coppia, legalmente separata da tre anni e che non si è mai riconciliata, potrà tornare allo stato civile libero. Il procedimento può essere attivato da entrambi i coniugi (divorzio congiunto) o da uno soltanto (divorzio giudiziale).

Nel divorzio congiunto la domanda dei coniugi – che chiedono, di comune accordo, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio – deve indicare in maniera dettagliata le condizioni concernenti la prole e i rapporti economici.

L’istanza, da promuovere con ricorso, deve essere rivolta al tribunale competente (v. dopo). Sul punto, però, occorre precisare che – nel particolare caso del divorzio congiunto – i coniugi che siano cittadini italiani, residenti nel nostro Paese, e che abbiano contratto matrimonio in Italia, non potranno, seppur concordi, scegliere un tribunale straniero per domandare il divorzio. Infatti, la legge applicabile allo scioglimento del matrimonio è quella italiana, in quanto legge nazionale comune dei coniugi. E la giurisdizione italiana è inderogabile, avendo a oggetto la modifica di uno stato esclusivamente regolato, e regolabile, dalla nostra legge.

All’udienza, il giudice competente, sentiti i coniugi, verificata l’esistenza dei presupposti richiesti dalle norme e valutata la rispondenza delle condizioni proposte dalla coppia, all’interesse dei figli, emetterà sentenza di divorzio, ordinando l’annotazione nei registri dello stato civile del luogo ove venne trascritto il matrimonio. È evidente che la consensualità del procedimento lo renderà nettamente più snello e rapido rispetto a un iter giudiziario contenzioso, nel cui ambito, tra l’altro, dovranno essere assunte le prove e svolti gli accertamenti del caso, anche patrimoniali.

In caso di divorzio congiunto, è necessario comunque rivolgersi a un avvocato. Anche nell’ipotesi di una causa di divorzio attivata di comune accordo da entrambi i coniugi, è necessaria l’assistenza tecnica di un difensore, trattandosi di una procedura camerale, che però è volta a risolvere una controversia su diritti soggettivi e di natura contenziosa.

Sarebbe nulla, infatti, proprio per tali ragioni, un’eventuale sentenza di divorzio, emessa all’esito di un ricorso congiunto, che risulti sottoscritto personalmente dalle parti, non assistite e rappresentate da un legale.

DIVORZIO GIUDIZIALE

Il divorzio giudiziale si propone con domanda, da depositare al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi o, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio.

Nel caso in cui il coniuge convenuto risieda all’estero o sia irreperibile, sarà competente il tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi risiede all’estero, qualsiasi tribunale italiano. Se uno dei coniugi si trova in carcere, potrà sottoscrivere la domanda e il mandato all’avvocato con firma autenticata davanti al direttore dell’istituto (il giorno di udienza, il detenuto, su richiesta, sarà tradotto in tribunale per la comparizione).

Il procedimento si attiva, con la necessaria assistenza di un avvocato, mediante ricorso, che dovrà contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto per i quali si chiede il divorzio e l’indicazione circa eventuali figli. Dovranno essere allegate, inoltre, le ultime dichiarazioni dei redditi di ciascuno.

Entro cinque giorni dal deposito, il presidente del tribunale fisserà l’udienza, che dovrà svolgersi al massimo entro 90 giorni. In udienza, il giudice sentirà i coniugi, prima separatamente e poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se non ci riesce, adotterà i provvedimenti temporanei e urgenti. Si aprirà, poi, una vera e propria causa civile, dove le parti esporranno le loro ragioni. Si effettuerà, dunque, un’istruttoria per stabilire l’importo dell’assegno.

Inoltre si ascolterà, se l’audizione non viene ritenuta superflua o contraria al suo interesse, anche il figlio minore che abbia compiuto i 12 anni, o di età inferiore se capace di discernere.

Se l’istruttoria, però, dovesse risultare complicata – magari perché il processo deve proseguire a lungo – allora il tribunale potrà emettere sentenza non definitiva di divorzio, in modo che le parti riacquistino subito lo stato libero.

Certo però è che la pronuncia, proprio perché emessa solo successivamente all’esito negativo dell’esperito tentativo di conciliazione, presuppone che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non possa più essere mantenuta o ricostituita. Ciò, per l’esistenza di una delle seguenti cause:

1. separazione legale che si è protratta ininterrottamente da almeno tre anni (decorrenti dalla comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale);

2. grave condanna del coniuge [1];

3. uno dei coniugi, cittadino straniero, abbia ottenuto in un altro Stato l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o abbia contratto all’estero un nuovo matrimonio;

4. il matrimonio non è stato consumato, o sia passata in giudicato la sentenza con cui si attesti il cambiamento di sesso del coniuge.

Quanto agli effetti della pronuncia di divorzio, sono gli stessi di quelli connessi a decisioni emesse all’esito di un procedimento di divorzio congiunto appena visto.


note

[1] L’art. 3 della legge 898/70 ne elenca i casi.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. io vorrei chiedervi alcune cose. in caso di divorzio congiunto è possibile un ripensamento? entrambi saremmo d’accordo ma non sappiamo se è consentito, lecito. e se ci rivolgiamo ad un avvocato quando possiamo avere diritto al patrocinio gratuito? grazie la legge per tutti rispondete per favore

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