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Vicino molesto: si può usare la videosorveglianza?

3 Settembre 2021
Vicino molesto: si può usare la videosorveglianza?

Videosorveglianza condominiale su aree comuni per provare lo stalking tra vicini di casa.

Quando il vicino di casa attua continui comportamenti molesti che, singolarmente presi, hanno una rilevanza minima ma che, sommati tra loro, rendono intollerabile la vita alla vittima, si può presentare una querela per stalking condominiale. Si pensi al caso di chi getta in continuazione immondizia nella cassetta delle lettere, lascia sgocciolare l’acqua dalle piante dell’appartamento sovrastante o getta mozziconi di sigarette, sposta lo zerbino, insudicia il pianerottolo o rovina le piante ivi collocate, compie ripetuti rumori al solo scopo di disturbare e così via. 

Ma come dimostrare tali circostanze? Se il vicino è molesto si può usare la videosorveglianza? La risposta è stata fornita, proprio di recente, dalla Cassazione [1].

Partiamo da un dato di fatto: nel processo penale (a differenza di quello civile), la testimonianza della vittima può essere utilizzata come prova. È una particolarità resa necessaria dal fatto che molti reati si consumano “a tu per tu”, senza la presenza di testimoni (si pensi alla violenza sessuale, alle minacce, all’estorsione, ecc.). Questo significa che le dichiarazioni della parte lesa dal reato possono essere portate a fondamento di una sentenza di condanna perché sufficienti a dimostrare la condotta illecita.

Ciò nonostante è opportuno e consigliabile che, insieme a tali dichiarazioni, vi siano ulteriori elementi di supporto esterno. Tra di essi, in ambito condominiale, vi potrebbe essere la testimonianza di un vicino o la videosorveglianza. 

Come molti sapranno, l’utilizzo delle telecamere, da parte del condominio, deve essere innanzitutto deliberato dall’assemblea a maggioranza dei presenti che rappresentino almeno la metà dei millesimi dell’edificio. Le telecamere poi vanno segnalate con un apposito cartello di avviso. Le registrazioni possono poi essere supervisionate unicamente dall’amministratore per la repressione delle condotte illecite e vanno cancellate al massimo entro 48 ore, a tutela della privacy dei condomini.

Alle immagini captate dalle telecamere condominiali è stato riconosciuto il valore di prova nell’ambito sia del processo civile che penale. Quindi, è ben possibile dimostrare il reato di atti persecutori, appunto lo stalking condominiale. 

La ripresa delle parti comuni per accertare la commissione dei reati non costituisce un’interferenza illecita nella vita privata degli altri condòmini. Secondo la Cassazione, l’uso di telecamere, installate all’interno di un’abitazione, che riprendono l’area condominiale destinata a parcheggio e il relativo ingresso non integra il reato.

Queste aree sono destinate all’uso indeterminato di persone e, quindi, non riguardano il domicilio, la privata dimora o le sue appartenenze, di un condòmino. Lo stesso principio è applicabile all’installazione di telecamere che riprendano le scale condominiali ed i pianerottoli, poiché tali ambiti non assolvono alla funzione di consentire l’esplicazione della vita privata al riparo di sguardi indiscreti, ma sono destinati all’uso di un numero indeterminato di soggetti.

Come anticipato, le videoregistrazioni effettuate da privati con telecamere di sicurezza sono prove documentali (articolo 234 del Codice di procedura penale) e i relativi fotogrammi, estrapolati dai filmati e inseriti nelle annotazioni di servizio, sono prove legittimamente acquisite e processualmente utilizzabili. Tali riprese non necessitano della diretta visione nel contraddittorio tra le parti, alle quali è garantito il diritto di prenderne visione o copia.

Insomma, non c’è alcun limite dettato dalla normativa sulla privacy per evitare l’utilizzo in giudizio delle videoregistrazioni condominiali, secondo i principi elaborati dalla Corte di Cassazione, anche quando viene acquisito e utilizzato, ai fini dell’affermazione della responsabilità penale, un filmato effettuato con un cellulare o un sistema di videosorveglianza.


note

[1] Cass. sent. n. 30191/2021.


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