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Bonifico ricevuto per errore: è appropriazione indebita?

5 Settembre 2021 | Autore:
Bonifico ricevuto per errore: è appropriazione indebita?

Cosa succede a chi riceve sul conto corrente una somma non spettante, la trattiene e non la restituisce a chi gliela aveva inviata per sbaglio?

Un giorno, ti arriva un bonifico inaspettato sul conto corrente. Non conosci chi ti ha inviato la somma e neppure il motivo per il quale ti è stata accreditata; oppure sai chi è – magari un tuo cliente abituale – ma ti rendi conto che quel pagamento non era dovuto, o che l’importo versato è maggiore di quanto gli avevi richiesto. Ora, ti preoccupi perché hai conseguito, sia pur non volendo, il possesso di questi soldi “scottanti” e ti domandi se il bonifico ricevuto per errore è appropriazione indebita.

L’appropriazione indebita è un reato, e chi ti ha bonificato il denaro potrebbe denunciarti: la condotta illecita sta non tanto nell’aver ricevuto il denaro (non è stata colpa tua), quanto, piuttosto, nell’averlo trattenuto, sia pure per un periodo limitato, e magari nell’esserti rifiutato di restituirlo, a fronte di una specifica richiesta. Evidentemente, il problema non sorge se riesci a contattare colui che ti ha inviato il denaro e a restituirglielo prontamente; in quel caso, non vi saranno conseguenze legali. Ma a volte le cose non sono così semplici. L’errore potrebbe essere scoperto solo a distanza di tempo, oppure quel pagamento potrebbe essere confuso con altre somme effettivamente dovute. Potrebbero esserci disguidi di comunicazione o sorgere incomprensioni e contestazioni.

Di recente, la Corte di Cassazione [1] si è occupata di un caso del genere e ha affermato che il bonifico ricevuto per errore non è appropriazione indebita. Vediamo quali sono state le motivazioni della Suprema Corte per arrivare a questa importante conclusione, che scagiona chi ha ottenuto una determinata somma senza aver provveduto a restituirla. Nella vicenda decisa, il pagamento effettuato era errato perché si trattava di un doppio bonifico, ripetuto per sbaglio con le stesse coordinate: la cifra effettivamente dovuta era già stata versata con il bonifico precedente, sicché il debito iniziale era stato saldato.

Il reato di appropriazione indebita

Il reato di appropriazione indebita consiste in un impossessamento successivo, ed illecito, di un bene altrui, che era stato in origine legittimamente ricevuto o acquisito. Il Codice penale [2] definisce la condotta costituente reato di appropriazione indebita come quella di «chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso».

L’appropriazione indebita, quindi, si differenzia dal furto perché in questo caso chi la commette ha già la disponibilità del bene, e non l’ha acquisita sottraendolo al proprietario o al legittimo possessore. Il reato scatta in un preciso momento: quando l’agente si comporta in modo da fare sua la cosa mobile, o la somma di denaro, ricevuta. In concreto, ciò avviene quando chi ha ottenuto il bene manifesta un atteggiamento – volontario e consapevole, e dunque doloso – di non restituirlo al soggetto al quale esso appartiene. Di solito, ciò avviene con un rifiuto esplicito, ma può anche accadere mediante il compimento di atti dispositivi su quel bene (utilizzo, distruzione, cessione, vendita, ecc.) che potrebbe compiere solo il proprietario: pensa al cassiere di un negozio che intasca una parte del ricavato giornaliero dell’attività, senza dire nulla al titolare.

Il reato è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da 1.000 a 3.ooo euro. Per completezza va ricordato che fino al 2016 esisteva anche il più lieve reato di «appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito», che in seguito è stato depenalizzato e, dunque, abrogato [3].

Omessa restituzione di denaro ricevuto per errore

Se il bene ricevuto consiste in una somma di denaro accreditata sul conto corrente mediante un bonifico bancario, la semplice mancata restituzione dell’importo non integra il reato di appropriazione indebita, ma configura soltanto un illecito di natura civile. Rimane sempre dovuto, infatti, l’obbligo di restituzione, ma chi non vi adempie non commette reato.

Nella sentenza che abbiamo menzionato all’inizio, la Corte di Cassazione si riallaccia ad un precedente e consolidato orientamento in base al quale «ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia il denaro, è necessario che l’agente violi, attraverso l’utilizzo personale o altro tipo di distrazione non autorizzata, la specifica destinazione di scopo che esso può avere, non essendo sufficiente il solo mancato versamento del denaro a chi è in astratto legittimato a riceverlo» [4].

Cosa succede a chi non restituisce un bonifico non dovuto?

La «destinazione di scopo» è quella impressa al proprietario al momento della consegna del denaro, ma, nel caso dell’accredito mediante bonifico bancario sul conto corrente del beneficiario, il vincolo è molto labile, perché il denaro è un bene tipicamente fungibile e destinato allo scambio. Per questo la nuova sentenza ha precisato che il reato di appropriazione indebita «sussiste solo quando il denaro consegnato dalla vittima al potenziale autore del reato abbia una precisa destinazione che il reo violi, appropriandosene indebitamente; altrimenti, e cioè quando la consegna del denaro o dei beni è avvenuta senza che gli stessi avessero specifica destinazione di scopo, non sussiste la violazione di carattere penale bensì può configurarsi un mero inadempimento di carattere civilistico».

Quindi, la somma indebitamente ricevuta andrà senza dubbio restituita, ma se il percettore non adempie spontaneamente, non commette alcun reato e chi l’ha versata potrà agire nei suoi confronti soltanto a livello civile, chiedendo la restituzione mediante l’apposita azione di arricchimento senza giusta causa (detta anche ingiustificato arricchimento), da esercitare entro dieci anni dal momento della dazione.

Puoi leggere per esteso la pronuncia della Corte di Cassazione che abbiamo commentato nel box “sentenza” in fondo a questo articolo. Se vuoi conoscere altri particolari leggi anche “Bonifico errato: spetta la restituzione dei soldi?“.

note

[1] Cass. ord. n. 32592 del 01.09.2021.

[2] Art. 646 Cod. pen.

[3] Art. 647 Cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 50672/2017.

Cass. pen., sez. II, ud. 8 luglio 2021 (dep. 1° settembre 2021), n. 32592

Presidente Cammino – Relatore Pardo

Ritenuto in fatto

1.1 Con sentenza in data 29 novembre 2019, la corte di appello di Palermo, in riforma della pronuncia del tribunale di Palermo del 17 ottobre 2017, assolveva F.A. dal reato di appropriazione indebita allo stesso ascritto perché il fatto non sussiste revocando le statuizioni civili della sentenza di primo grado. 1.2 Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione la parte civile P.A. , amministratore del condominio di via (omissis) , tramite il proprio difensore e procuratore speciale avv.to Valeria Minà, la quale deduceva, con unico motivo, violazione di legge ex art. 606 c.p.p., lett. b), con riferimento alla interpretazione dell’art. 646 c.p., posto che la somma trasferita dalla ricorrente nella sua qualità di amministratrice del condominio al F. era stata versata con un ben preciso vincolo di scopo, costituito dal pagamento della fattura n. X del 2013 e che, tuttavia, trattandosi di pagamento effettuato per errore perché ripetitivo di altro bonifico precedente, il F. aveva trattenuto violando l’obbligo di restituzione con conseguente violazione dell’art. 646 c.p.. Con successiva comparsa conclusionale la difesa della parte civile insisteva nei motivi di ricorso rappresentando come il F. aveva ricevuto la somma con un ben preciso vincolo di scopo dallo stesso violato e non avesse mai restituito la stessa a tutt’oggi. 1.3 Con le conclusioni depositate in cancelleria il Procuratore Generale presso questa Corte di cassazione osservava come:” Nel caso di specie, l’imputato ha richiesto il pagamento della fattura per prestazioni professionali già liquidate, condotta a cui hanno fatto seguito il pagamento degli importi fatturati e l’incasso da parte dell’imputato di un compenso in quel momento non dovuto. La somma, dunque, è entrata nella titolarità dell’imputato per effetto di un pagamento a lui diretto, pur se a seguito di una richiesta di pagamento non più dovuto-dopo aver dichiarato il mancato ricevimento del precedente pagamento-sicché non appare ipotizzabile una appropriazione indebita difettandone l’elemento principale relativo alla proprietà della somma”.

Considerato in diritto

2.1 Il ricorso è infondato e deve, pertanto, essere respinto. In termini generali in relazione all’elemento oggettivo della condotta di appropriazione indebita questa Corte di cassazione ha affermato che ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia il denaro, è necessario che l’agente violi, attraverso l’utilizzo personale o altro tipo di distrazione non autorizzata, la specifica destinazione di scopo che esso può avere, non essendo sufficiente il solo mancato versamento del denaro a chi è in astratto legittimato a riceverlo (Sez. 2, n. 50672 del 24/10/2017, Rv. 271385). Deve pertanto essere riaffermato che il reato sussiste solo quando il denaro consegnato dalla vittima al potenziale autore del reato abbia una precisa destinazione che il reo violi, appropriandosene indebitamente; altrimenti, e cioè quando la consegna del denaro o dei beni è avvenuta senza che gli stessi avessero specifica destinazione di scopo, non sussiste la violazione di carattere penale bensì può configurarsi un mero inadempimento di carattere civilistico. Nè è possibile ritenere che ad ogni inadempimento di obblighi di pagamento segua una condotta di appropriazione indebita posto che scopo della norma penale in commento è quello di punire con la più grave sanzione penale soltanto quelle condotte che siano caratterizzate dalla violazione del mandato sottostante al rapporto tra le parti. Così che, solo quando l’autore della condotta ha ricevuto somme di denaro al fine di destinarle ad un preciso versamento a terzi e se ne appropri, sussiste la più grave condotta penalmente rilevante. Tali principi sono stati recentemente riaffermati anche da altra pronuncia di questa sezione (Sez. 2 n. 8459 del 2019 non massimata) che, chiamata a delibare in ordine all’obbligo di restituzione gravante su un soggetto che aveva ricevuto versamenti di stipendio non dovuti, ha escluso la sussistenza del reato affermando che:” ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia appunto il denaro, è necessario che l’agente violi, attraverso l’utilizzo personale, la specifica destinazione di scopo ad esso impressa dal proprietario al momento della consegna, non essendo sufficiente il semplice inadempimento all’obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevuta…. Nel caso di specie la disposizione di bonifico bancario da parte dell’Ente erogatore dello stipendio, sia pure erroneamente eseguita, ha determinato il trasferimento del denaro sul conto corrente del L. i cui atti dispositivi non possono considerarsi dimostrativi dell’interversio possessionis trattandosi di bene entrato nel patrimonio dell’accipiens, senza destinazione di scopo e configurandosi, in tal caso, solo un obbligo di restituzione dell’indebito. Infatti a seguito della dazione, la somma di denaro è entrata definitivamente a far parte del patrimonio dell’”accipiens” senza alcun vincolo di impiego, con la conseguenza che, venuto meno il rapporto, tra le parti matura solo un obbligo di restituzione che, ove non adempiuto, integra esclusivamente un inadempimento di natura civilistica”. L’applicazione del sopra esposto principio, già correttamente richiamato dalla corte di appello di Palermo nella sentenza impugnata, comporta affermare che, in caso di pagamento effettuato per errore, la somma ricevuta dall’accipiens non ha una precisa destinazione ma entra a far parte del suo patrimonio e che, pur sussistendo certamente un obbligo di restituzione dell’indebito, la condotta dello stesso che se ne appropri e non effettui la restituzione non integra la fattispecie di appropriazione indebita. Invero, per sua definizione, il pagamento di una fattura per errore determina il trasferimento della proprietà del denaro al soggetto che la riceve senza che vi sia consegna con vincolo di destinazione. In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi infondata; alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente parte civile al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la parte civile ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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