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Come farsi pagare una consulenza?

6 Settembre 2021 | Autore:
Come farsi pagare una consulenza?

Professionista intellettuale: in cosa consiste la sua prestazione? Il parere va sempre pagato, anche in assenza di preventivo scritto?

Tutti i liberi professionisti sanno quanto sia difficile, talvolta, farsi pagare per la prestazione svolta. Ciò accade soprattutto quando, agli occhi del cliente, non è stato fatto nulla di speciale. È il caso della consulenza. Molti si recano dal professionista di turno per avere un parere su una determinata situazione; una volta avuta risposta, si allontanano senza pagare nulla: in fondo, si è trattato di un semplice colloquio, poco più di una chiacchierata che ha portato via solo qualche minuto. Non è così. Anche una prestazione “immateriale”, come il parere, va retribuita. Con questo articolo vedremo per l’appunto come farsi pagare una consulenza.

Le difficoltà a farsi pagare la parcella anche per una consulenza derivano dal fatto che il cliente, quasi sempre, non firma nulla quando viene ricevuto nello studio per esporre il suo problema. Il più delle volte, tutto avviene in maniera molto informale. Anzi, può capitare perfino che la consulenza sia chiesta in un luogo diverso dallo studio privato del professionista. Quante volte, soprattutto nei piccoli centri dove si conoscono tutti, si approfitta di un incontro casuale, magari in strada o al bar, per chiedere qualche consiglio tecnico? Per non parlare delle consulenze telefoniche o di quelle fornite mediante chat (WhatsApp, Messenger, ecc.).

In tutte queste ipotesi, come deve tutelarsi il professionista? Come farsi pagare una consulenza o un parere? Prosegui nella lettura se l’argomento ti interessa.

Consulenza: perché va pagata?

Rispondiamo immediatamente a una domanda: perché la consulenza va pagata? La risposta è semplice: perché rappresenta una prestazione professionale a tutti gli effetti.

Il professionista intellettuale (come l’avvocato, l’ingegnere, il medico, l’architetto, ecc.) si distingue dal prestatore d’opera manuale per la natura della sua prestazione lavorativa. Questo tipo di professionista mette a disposizione dei clienti le sue conoscenze, frutto di anni di studio e di sacrifici economici.

La consulenza, dunque, è una prestazione a tutti gli effetti, esattamente come il progetto redatto dall’ingegnere, la causa patrocinata dall’avvocato, la dichiarazione dei redditi preparata dal commercialista. Anche la consulenza, infatti, è il frutto di un lavoro e, nello specifico, di uno studio approfondito.

Consulenza: serve un accordo scritto?

Abbiamo detto in apertura che la principale difficoltà dei professionisti consiste nel farsi pagare per una consulenza fornita senza che il cliente abbia sottoscritto alcun impegno. In casi del genere, è giusto chiedere l’onorario oppure il cliente ha ragione a non voler pagare?

Ebbene, anche in assenza di accordo scritto o di preventivo, il professionista intellettuale va sempre retribuito per la consulenza fornita. Per legge, il rapporto di mandato che si instaura tra assistito e professionista non deve rivestire necessariamente la forma scritta.

Ciò significa che il rapporto di lavoro può crearsi in qualsiasi modo, anche in forma verbale o con una stretta di mano, e perfino in assenza di una manifestazione espressa di conferimento dell’incarico: il semplice fatto di chiedere e ottenere una consulenza è già circostanza sufficiente per far presumere il conferimento e l’espletamento del mandato.

Da tanto deriva che il professionista va sempre pagato per la sua consulenza, anche in assenza di patto scritto, a meno che il professionista non abbia espressamente anticipato al suo assistito di volerlo aiutare gratuitamente, magari per accaparrarsi il cliente in vista di un futuro e più redditizio incarico.

Consulenza: come farsi pagare?

Vediamo ora come farsi pagare una consulenza. Innanzitutto, le cose si semplificherebbero se i professionisti avessero l’abitudine di far firmare sin da subito un piccolo mandato al cliente o, in alternativa, un preventivo. Così facendo, si avrebbe molta più chiarezza anche nei confronti dell’assistito, oltre a rendere più semplice il recupero del credito.

Avendo in mano un accordo scritto in cui il cliente accetta di pagare la prestazione richiesta (cioè, la consulenza), al professionista a cui non è stato pagato l’onorario basta ricorrere al giudice chiedendo l’emissione di un decreto ingiuntivo, che potrà ottenere senza troppi problemi trattandosi di credito certo, liquido ed esigibile, provato per iscritto.

In assenza di scrittura privata (si pensi alla consulenza fornita per strada, in un luogo privato diverso dallo studio oppure al bar o al ristorante), farsi pagare sarà un po’ più difficile, in quanto occorrerà dimostrare la prestazione.

Per provare il proprio credito il professionista potrà ricorrere a qualsiasi mezzo di prova: testimonianze, fotografie, riprese video, ecc. Ad esempio, se il cliente è giunto in studio e dopo un’ora di colloquio è andato via senza pagare né firmare carte, allora si potrà chiedere alla segreteria o al collaboratore presente di testimoniare l’avvenuta prestazione.

In assenza di testimonianze o di altre prove adeguate, si potrà sempre citare in giudizio il debitore e deferirgli il giuramento. In pratica, sotto la propria responsabilità penale, il debitore dovrà dire al giudice se è vero o meno che ha chiesto una consulenza al professionista e non l’ha pagata.

Il problema del giuramento è che il giudice è vincolato a credergli. Ciò significa che, se il cliente mente spudoratamente e non c’è modo di contestare le sue dichiarazioni, il professionista rischia di perdere non solo la parcella, ma la causa intera.

Se invece la consulenza è avvenuta mediante chat o Internet, sarà possibile avvalersi di questa prova scritta per dimostrare la prestazione. Per approfondire questo specifico argomento si rinvia alla lettura dell’articolo “Avvocato può chiedere di essere pagato per consulenza WhatsApp?“.

Consulenza: entro quanto tempo farsi pagare?

Infine, va ricordato che il professionista ha un tempo limitato entro cui farsi pagare per la propria consulenza. Per legge, si prescrive in tre anni il diritto di professionisti (come gli avvocati, gli ingegneri, i geometri, ecc.) e notai al compenso dell’opera prestata [1]. Si tratta della prescrizione presuntiva.

Per maggiori informazioni su questo argomento, si rinvia alla lettura dell’articolo “Prescrizione parcella: come funziona?“.


note

[1] Art. 2956 cod. civ.

Autore immagine: canva.com/


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3 Commenti

  1. Mi sembra assurdo che la gente non lo capisca. IL tempo che un professionista impiega per studiare il caso deve essere retribuito. Uno può fissare un prezzo standard per consulenza offerta tramite Internet (e-mail, WhatsApp) oppure data di persona in studio oppure tramite telefonata o videochiamata. Ma la gente non si rende conto che chiedere un consiglio equivale a richiedere una consulenza… Il fatto è che molti lo fanno addirittura gratuitamente pur di non perdere clienti

  2. Il problema è che ci sono avvocati che ti chiedono un capitale solo per esaminare il caso e la gente non può mica sborsare tutti quei soldi solo per un parere che non ti risolve la questione e che comunque richiede l’intervento dell’avvocato nelle altre fasi. Quindi, la parcella a mio parere deve essere congrua all’impegno profuso dall’avvocato

  3. Prima di fornire una consulenza credo che l’avvocato debba mettere le cose in chiaro così il potenziale cliente sa già quanto quel “consiglio” può costargli e valutare se è il caso o meno di richiederlo. Altrimenti si rivolge a qualcun altro “meno costoso”

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