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Lavoro minorile in Italia: quanto è diffuso e quando è lecito?

5 Giugno 2014 | Autore:
Lavoro minorile in Italia: quanto è diffuso e quando è lecito?

Il lavoro svolto da minori in Italia conta percentuali elevate, ma la legge lo consente entro precisi limiti: vediamo quali.

Diciamo la verità: quale adulto non conserva il ricordo di sé da bambino, occupato in piccoli incarichi (come apparecchiare la tavola o sistemare la propria stanza), spesso svolti nella speranza di veder rimpinguato il proprio salvadanaio? E chi non ha pensato di proseguire la tradizione con i propri figli, convinto di educarli al senso di responsabilità?

Ma non è a questo genere di responsabilità che ci riferiamo quando parliamo di lavoro minorile. Parola grossa, che sembra non riguardare le abitudini del nostro Paese, ma piuttosto quelle di molti dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo dove, ad esempio, i bambini vengono impiegati nelle miniere o, peggio, avviati alla prostituzione.

Purtroppo però, quella del lavoro minorile è una realtà tristemente presente anche in un territorio come il nostro e, quel che è peggio, in misura elevata, come ha evidenziato una recente indagine [1].

 

Diffusione del lavoro minorile

In Italia sono circa 260.000 i pre-adolescenti con gravi problemi familiari o scolastici costretti a lavorare; di questi, circa 30.000 sono a rischio di sfruttamento, non solo perché privati dell’opportunità di studiare, ma anche perché assegnati a lavori pericolosi per la loro salute.

In particolare, il 3% dei minori di età compresa tra gli 11 e i 13 anni già lavora e la percentuale aumenta al 18% nell’età compresa tra i 14 e 15 anni.

 

Ambito territoriale e tipo di occupazione

Il lavoro minorile prevale nelle regioni del meridione, per quanto presente anche al centro-nord. Le attività svolte si consumano per il 41% in ambito familiare (nelle imprese di famiglia o in attività domestiche svolte in modo continuativo per molte ore al giorno); in tale contesto, il lavoro non viene percepito come una situazione di illegalità (anche se, spesso, viene svolto senza le necessarie condizioni di sicurezza), in quanto il minore tende a identificare le situazioni illegali solo con la droga o la criminalità in genere.

Al di fuori del contesto familiare, gli impieghi più frequenti sono quelli di ristorazione, vendita, lavoro in campagna, commesso, babysitteraggio, lavori di pulizia; una piccola percentuale di minori (1,5 per cento) è impiegata nell’ambito dei cantieri edili.

I minori che lavorano sono più o meno indistintamente maschi e femmine. Quelli di origine italiana in genere lavorano nell’ambito della ristorazione o del commercio, riuscendo in maggior misura (pur con difficoltà) a conciliare studio e lavoro; i minori stranieri, invece, lavorano più di frequente in condizioni pericolose. Si tratta di impieghi svolti senza ricevere una contribuzione e, in alcuni casi, nella completa ignoranza da parte dei minori di aver diritto a un contratto di lavoro.

Dallo studio è emerso, inoltre, che la crisi economica rende ancor più difficile negoziare le condizioni di lavoro, così esponendo i minori a maggiori rischi, come quello di essere coinvolti in attività criminali.

L’abbandono scolastico

Circa il 18% fra i minori impiegati in attività lavorative si trova nell’età del passaggio dalla scuola media a quella superiore, e il fatto di svolgere incarichi per lo più continuativi, della durata di alcune ore, ha come conseguenza il fenomeno della dispersione scolastica (“Scuola: obbligo di frequenza e dispersione scolastica”), per la quale l’Italia ha un triste primato (oltre il 18% rispetto al 15% della media europea).

Ma se questi sono i dati, in che misura il lavoro minorile è lecito in Italia?

Cosa prevede la legge
La legge [2] opera una specifica distinzione tra bambini e adolescenti intendendo per bambini i minori che non hanno ancora compiuto i 15 anni o che sono ancora soggetti all’obbligo scolastico e, per adolescenti, i minori che hanno un’età compresa fra i 15 e i 18 anni e hanno già concluso gli studi obbligatori.

Età minima per l’ammissione al lavoro e obbligo di formazione
La conclusione degli studi obbligatori costituisce una condizione indispensabile per l’ammissione all’attività lavorativa del minore. A partire dall’anno scolastico 2007/08, la legge [3] ha innalzato da 15 a 16 anni l’età minima di ammissione al lavoro, per via del previsto aumento a 10 del numero degli anni di istruzione obbligatoria.

Agli ultrasedicenni è consentito, tuttavia, assolvere il percorso di studi obbligatorio anche attraverso la formazione professionale o l’apprendistato (unico contratto di lavoro stipulabile a tempo pieno da minori) [4].

 

Tuttavia, i giovani possono [5] stipulare anche contratti di lavoro diversi dall’apprendistato (come contratti di formazione e lavoro o contratti di lavoro ordinari), sempre che consentano, per orari e condizioni, la frequenza di attività formative (in questi casi, quindi, è escluso l’orario a tempo pieno).

Anche la Costituzione riconosce e garantisce al lavoro svolto dai minori una speciale tutela, stabilendo rispettivamente i principi di parità di retribuzione a parità di lavoro fra adulto e minore [6] e di obbligo all’istruzione scolastica [7].

Attività culturali
Unica deroga al limite d’età e di assolvimento dell’obbligo scolastico è prevista nell’ipotesi in cui i minori siano impiegati in attività di carattere culturale, artistico, sportivo e pubblicitario, ma in tal caso è necessaria l’autorizzazione del genitore e della DPL (Direzione del lavoro) territoriale.

Si tratta di un particolare contesto per il quale la legge [8] stabilisce comunque delle precise limitazioni finalizzate alla tutela della salute, della dignità, dell’immagine e della privacy dei bambini, non solo con riferimento alla disciplina relativa all’orario di lavoro, al riposo, al divieto di lavoro notturno, ma anche ad una serie di divieti (specie nell’ambito pubblicitario e artistico), quali quelli di:

– non sottoporre i bambini a situazioni pericolose per la propria salute psicofisica (anche perché violente o gravose);

– non far assumere loro, anche per gioco e semplice finzione, tabacco, alcolici o stupefacenti;

– non coinvolgere i minori in argomenti o immagini violente o volgari;

– non utilizzare i bambini per richiedere denaro o altre elargizioni facendo leva sui naturali sentimenti di tenerezza degli adulti nei loro confronti.

 
Lavori proibiti agli adolescenti

Anche per gli adolescenti la legge prevede una disciplina speciale, che sancisce il divieto di destinarli a lavori potenzialmente pregiudizievoli per la loro salute.

In particolare, essi non possono essere assegnati a mansioni che li espongano ad agenti fisici (atmosfera a pressione superiore a quella naturale, rumori con esposizione superiore al valore di 90 decibel), biologici e chimici (sostanze e preparati  tossici, corrosivi, esplosivi, estremamente infiammabili, nocivi, irritanti, cancerogeni, farmaceutici, tabacchi).

Inoltre, i minori non possono svolgere lavori:

– con animali feroci, velenosi o difficili da governare (tori, stalloni);

– di mattatoio;

– comportanti rischi elettrici da alta tensione;

– nell’ambito di forni ad elevate temperature o pulizia di camini negli impianti di combustione;

– di escavazione in gallerie, miniere e industria estrattiva in genere;

– in cantieri navali;

– con apparecchi di sollevamento a trazione meccanica (ad eccezione di ascensori  e montacarichi);

– in cisterne e nei magazzini frigoriferi;

– con strumenti pericolosi (quali arnesi vibranti, taglienti, per tritare o con l’uso di fiamma ossidrica);

– di abbattimento degli alberi;

– di pulitura delle fibre tessili, del crine vegetale ed animale, delle piume e dei peli.

L’orario di lavoro

L’orario di lavoro si distingue a seconda della fascia di età del minore. In particolare, per i bambini, non può superare le 7 ore al giorno e le 35 settimanali; per gli adolescenti, le 8 al giorno e le 40 settimanali.

Inoltre, i minori hanno diritto ad almeno due giorni a settimana di riposo, possibilmente consecutivi e comprendenti la domenica. La pausa giornaliera è prevista almeno ogni 4 ore e mezzo. È vietato l’impiego durante le ore notturne (dalle 22 alle 6 o dalle 23 alle 7), a meno che non si tratti di attività di carattere culturale, artistico o sportivo (ma in ogni caso il lavoro non può andare oltre  la mezzanotte).

Visita medica

Limitatamente alle lavorazioni non considerate a rischio, la legge [9] ha di recente soppresso l’obbligo di numerose certificazioni sanitarie, tra le quali anche la visita medica per l’idoneità lavorativa psicofisica dei minori (apprendisti e non), che prima venivano effettuate dai medici del servizio sanitario nazionale.

Rimane però fermo l’obbligo della visita medica preventiva – al momento dell’assunzione – e di quella periodica (almeno annuale), per valutare l’idoneità al lavoro di tutti quei minorenni adibiti a lavorazioni considerate rischiose per la salute e per le quali pertanto esiste l’obbligo della sorveglianza sanitaria [10]. In questi casi, per l’effettuazione delle visite mediche, il datore di lavoro dovrà rivolgersi, a sue cure e spese, al competente medico aziendale già incaricato per la sorveglianza sanitaria dei dipendenti o incaricarne uno specificatamente.


note

[1] L’11 giugno 2013, a Roma, Save the Children e l’Associazione Bruno Trentin, in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile, hanno presentato la ricerca “Game Over – Indagine sul lavoro minorile in Italia”.

[2] Art. 5, d.lgs 345/99, art. 6 l. 977/67 e succ. modifiche, e d.lgs 262/00.

[3] Legge finanziaria n. 296/2006.

[4] Art. 68, l. 144/99.

[5] Art. 1, c. 4, d.p.r. 257/2000.

[6]  Art. 37 Cost.

[7] Art. 34 Cost.

[8] D. m. 218/06.

[9] Art. 42, d.l n. 69/13 (cosiddetto Decreto del Fare).

[10] Art. 41, d.lgs. 81/08.

Autore immagine: 123rf com


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